E dentro la Fiom cresce la voglia della quarta sigla

15/10/2007
    sabato 13 ottobre 2007

    Pagine 8 e 9 – Primo Piano

    Analisi
    Dopo lo scontro sul referendum

      E dentro la Fiom
      cresce la voglia
      della quarta sigla

        Federico Geremicca

        ROMA
        E se l’epilogo – epilogo nient’affatto imminente, intendiamoci – della grande rottura sindacale intorno al welfare, fosse la presa d’atto dell’esistenza di analisi e strategie non più componibili, del consolidarsi – insomma – di due idee del tutto diverse di cosa debba essere e fare il sindacato oggi, se l’approdo fosse, dunque, la nascita di una nuova organizzazione, frutto di rotture e successive riaggregazioni, ci sarebbe davvero da restarne così stupiti?

        In una fase in cui tutto cambia, con la Melandri che finisce nello stesso partito della Binetti – e Fabio Mussi fa una «cosa rossa» con Caruso – dov’è scritto che Guglielmo Epifani e Gianni Rinaldini non possano dividere le loro strade?

        Qualcuno – soprattutto fuori del sindacato – immagina che un simile approdo sia inevitabile, perché i profondi riassestamenti in corso nella galassia politica finiranno di sicuro per produrre contraccolpi nell’universo sindacale. Nelle Confederazioni e nelle categorie (la Fiom, per esempio) l’ipotesi non viene negata in toto: ci si limita, per ora, a rimpallarsi la responsabilità dell’ipotetico (e traumatico) epilogo.

        L’assunto è molto semplice, nella sua forse fuorviante schematicità: il centrosinistra (e soprattutto la sinistra) si divide e riorganizza tra Partito democratico e possibile «cosa rossa», sarà dunque inevitabile che anche nel sindacato accada una cosa più o meno così. E scendendo in qualche dettaglio: quando la «sinistra radicale» avrà unito le sue forze in un unico soggetto politico, avrà disperato bisogno di una sponda sindacale, come proprio la velenosa vicenda del referendum sul welfare e lo strappo della Fiom hanno appena dimostrato. «Se non ti vanno bene le politiche confederali, è chiaro che non puoi star lì a dire sempre no: alla fine te ne vai, fai un’altra confederazione… – annota Sergio Cofferati, che pure vuol tenersi lontanissimo dal dibattito -. Inoltre, credo sia vero che la sinistra radicale abbia bisogno di un forte riferimento sociale, e certo non bastano i Cub e i Cobas: quando parla delle lotte operaie, Bertinotti cita sempre la Fiom, mai Cobas e Cub…».

        Esiste, dunque, la possibilità che da «separati in casa» parte del mondo sindacale decida di imboccare la via del separato e basta? Gianni Rinaldini, segretario della Fiom uscito pesantemente battuto nel referendum, la prende alla lontana: «Se il sindacato continua a pensare che tutto va bene e che tutti hanno problemi meno che noi, vedo dei grandi rischi. Ora stanno utilizzando anche il voto del referendum per dire che il sindacato sta benissimo e gode di ottima salute: ma io nelle fabbriche ci sono stato, e le assicuro che non è così». E dunque? Questo vuol dire che la Fiom è pronta a trasformarsi nel sindacato della «cosa rossa», forse? «Questo vuol dire che dobbiamo lasciar fuori la politica, che non c’entra. Io credo che se la linea resta quella del tutto va bene, la Cgil rischia la balcanizzazione, e infatti le correnti già si stanno riorganizzando. In più, se ci si aggiunge che quel che sta accadendo nella politica è solo l’inizio del terremoto, capirà anche lei che ci troviamo in una situazione assolutamente inedita».

        Chi può ragionare più serenamente del dopo-referendum e del futuro del sindacato, ovviamente, è Paolo Nerozzi, segretario confederale e «ambasciatore» Cgil nell’universo della politica. E lui la vede più o meno così: «Intanto annotiamo che la Fiom continua a fare scelte sbagliate, e dunque a perdere. Sarebbe il caso – dice – ci ragionassero un po’, anche perché sul welfare hanno fatto una cosa mai avvenuta prima: e non intendo solo lo strappo nel sindacato, ma anche l’intento egemonico che lo ha generato». Nerozzi non è di quelli che ritiene che la dimensione della sconfitta della Fiom e del no possa complicare la ripresa del dibattito interno: «Cito il Vangelo: “Quello che deve esser fatto, è meglio sia fatto subito”. C’erano cose che andavano chiarite, il referendum l’ha fatto. E credo che la crudeltà del risultato possa perfino favorire l’avvio del dialogo». E non teme, invece, rotture traumatiche, scissioni in qualche modo influenzate da quel che accade nell’universo della politica? «Io non credo che nascerà una quarta confederazione: temo, magari, uscite singole, disaffezione, anche perché è impossibile contestarci una identificazione col Pd. E se vuole comunque una valutazione, ritengo più probabile un processo del tutto opposto: il treno che porta al sindacato unitario, quello che perdemmo nel ‘96, sta ripassando. Anche se poi non so dirle se ci saliremo o lo perderemo come dieci anni fa…».

        Ed è precisamente questa ipotesi che fa stare sul piede di guerra Giorgio Cremaschi, il leader dell’area ultrà della Fiom, uno che considera addirittura la «cosa rossa» un progetto arretrato «e senza grande futuro». Spiega: «Quello che potrà far scattare una reazione – dice – è giusto quest’idea, che è nella testa di molti: andare al sindacato unitario perché è di questo che ha bisogno il Partito democratico. Sindaci come Chiamparino hanno cominciato a dirlo apertamente, e del resto è chiaro che nel suo progetto di egemonia, nella sua “vocazione maggioritaria”, il Pd ha bisogno di un sindacato diverso, direi a egemonia Cisl, per capirci. Ma per quanto ci riguarda, questo è quel che può accadere: una reazione ad un progetto non condivisibile. Perché la geografia politica e quella sindacale non sono sovrapponibili, e non è che poiché nasce la “cosa rossa” qui c’è la Fiom e chissà chi altri pronti a fargli da sindacato». Questo dice Cremaschi. Confermando la sensazione che la partita sia appena aperta, e l’epilogo del tutto imprevedibile.