E adesso, poveri «cococo» siete a rischio di estinzione

15/12/2003


        Venerdì 12 dicembre 2003


        RIFORME/1Che cosa succederà con l’introduzione della nuova legge
        E adesso, poveri «cococo»
        siete a rischio di estinzione

        S ul pianeta del lavoro c è una piattaforma che galleggia senza ancoraggi e che guarda con invidia la terraferma dei «garantiti» meno di 10 milioni di lavoratori . Su quella piattaforma abitata da oltre sei milioni di cosiddetti atipici non subordinati, senza posto fisso, non a tempo pieno c è una comunità a rischio di estinzione, i «cococo», collaboratori coordinati continuativi. In realtà, se la legge Biagi di riforma del mercato del lavoro riuscisse davvero a perseguire il suo fine, quel rischio sarebbe invece per la maggior parte di loro una fortuna, perché li trasferirebbe in blocco sulla «terraferma dei garantiti». Questo traghettamento che forse non avverrà mai articolo a pag. 13 riguarda comunque una comunità non a tutti conosciuta. Secondo l Inps, che l anno scorso ha contato gli iscritti al suo fondo previdenziale separato, i «cococo» sono in totale 2 milioni e 400 mila. Una cifra frutto di una crescita avvenuta negli ultimi anni, visto che nel 96 erano ancora non più di un milione. Al punto che adesso il loro peso, non solo rispetto alla comunità degli atipici ma anche in rapporto al numero complessivo di occupati, diventa sempre più rilevante: i «cococo» sono il 26,1 degli atipici e l 11 degli occupati. Una schiera in rapida crescita composta sempre più di donne, anzi molto più femminilizzata del resto del mondo del lavoro: le femmine sono il 37,7 degli occupati ma arrivano al 46,2 dei «cococo».
        Quei 2,4 milioni di lavoratori probabilmente portano in maggioranza una casacca che non dovrebbero vestire. Dovrebbero essere autonomi con contratti a scadenza, invece sono il frutto di una diffusa scorrettezza delle aziende: fare contratti «cococo» spendendo meno in previdenza, sanità e assicurazione, ma impiegare i lavoratori come veri dipendenti.
        «Dati statistici non ne sono disponibili – spiega Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro all università Statale di Milano – Tuttavia si valuta che nel settore pubblico i collaboratori veramente autonomi siano una piccola minoranza. Nel privato, invece, sono percentualmente di più, anche se pure lì c è un amplia zona in cui la prestazione non è per nulla distinguibile da quella dei lavoratori dipendenti». Tradotto in cifre? «Sicuramente la maggioranza – rincara Emilio Viafora, segretario generale di Nidil, il sindacato Cgil degli atipici – I dipendenti sono più del 60 per il Cnel che va prudentissimo e oltre l 80 secondo fonti Inps». Al di là della loro vera natura, comunque, c è un indagine del 2002 dell Ires-Cgil che realizza un istantanea dettagliata dei «cococo». Oltre la metà di loro risiede al Nord e, soprattutto, si concentra in quella zona più di ogni altra tipologia di lavoratori: gli occupati nordisti essendo il 51,4 del totale contro un addensamento del 55,7 di «cococo». Oltre a parlare i dialetti del nord, i collaboratori hanno spesso i capelli brizzolati se non bianchi. Mentre gli under 30 sono il 21,2 del totale, nella fascia 30-58 anni se ne concentra oltre il 50 . La vera particolarità è però l elevata presenza degli ultracinquantenni: il 15,4 ha un età compresa tra i 50 e i 59 anni e il 10,3 ha più di 60 anni, ovvero, percentualmente, una concentrazione più che doppia rispetto all insieme degli occupati anziani, che non superano il 4,6 di tutti gli occupati. Un incanutimento dei «cococo» che viene confermato da un altro dato: l 11 di loro è pensionato.
        Le tasche dei «cococo», inoltre, non sono state tanto piene, visto che nel 1999 ultimo dato Inps disponibile il 59 ha guadagnato non più di 7500 euro lordi l anno e che il reddito medio è stato di 11,6 mila euro, con il Nord che raddoppia sul Sud: 12.862 euro contro 6813.
        Le Acli, dal canto loro, erano invece interessate a guardare i «cococo» dall interno e così hanno commissionato una radiografia a Censis e Iref, da cui risulta un inattesa soddisfazione. Il 72,6 di loro sarebbe contento «di fondo» per le mansioni svolte, mentre una percentuale minore, ma pur sempre una solida maggioranza del 54,2 , apparirebbe contenta della remunerazione. O comunque non è particolarmente preoccupata di trovarsi in futuro in gravi difficoltà economiche lo teme solo il 20 , perché si fida della solidarietà: il 35,8 giura di poter contare sugli amici e il 56,4 sulla famiglia. I due terzi dei «cococo» si rendono conto che il loro contratto è svantaggiato rispetto a quello dei lavoratori dipendenti su ogni fronte, dalla previdenza alla formazione, alla stabilità, ai diritti.





        RIFORME/2Tra le possibili novità, il contratto a progetto e l’appalto
        Futuro incerto, a più facce

        L a novità è il contratto a progetto. E l invenzione della legge Biagi ufficiale dal 24 ottobre, ma di fatto ancora in gran parte inoperante in attesa di circolari applicative concepita per stroncare i furbi, gli imprenditori che usano finti «cococo» ma veri «non garantiti» come lavoratori dipendenti. Per essere collaboratori, nella nuova realtà, ci deve essere un progetto di riferimento indicato dal datore di lavoro, che deve essere gestito «autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato». Tutte caratteristiche che la maggioranza degli attuali «cococo» non possiede. Che cosa succederà, dunque, nel prossimo futuro? Diventeranno in gran parte dipendenti a tempo indeterminato, andando ad aumentare di oltre 2 milioni di unità il «popolo dei garantiti»? «Prima di tutto i contratti di cococo oggi in vigore hanno 12 mesi di tempo per adeguarsi – dice Emilio Viafora, segretario generale di Nidil-Cgil – Inoltre ci sarà circa un milione di cococo che resterà fuori dalla legge Biagi. Sono i 600 mila collaboratori dell amministrazione pubblica allargata cui non si applica la legge, oltre ad altre tipologie escluse, tra le quali agenti e rappresentanti di commercio, dipendenti di società e associazioni sportive, pensionati di vecchiaia».
        Anche un giuslavorista come Pietro Ichino è scettico sull efficacia del nuovo contratto a progetto. «Tra l altro – spiega – c è un problema di costituzionalità: non è possibile che il divieto della collaborazione senza progetto valga per le aziende private e non per la pubblica amministrazione. Inoltre si tratta di vedere che cosa significhi l annunciata sparizione della maggioranza dei cococo . Questi lavorano in settori ad alta elasticità di domanda, dove un aumento del costo del lavoro comporta una drastica diminuzione della richiesta di lavoratori. Invece di stabilizzare gli instabili si rischia di deprimere l occupazione».
        Tanto più che c è chi paventa la trasformazione dei contratti di «cococo» in forme lavorative più penalizzanti, dalle partite Iva alle truffaldine per un lavoratore dipendente associazioni in partecipazione, alla caduta nella palude del lavoro nero. «In effetti – conferma Viafora – la crescita dei cococo degli ultimi anni è frutto anche dell emersione di lavoro nero, che invece ora potrebbe di nuovo scomparire, a causa di un oggettiva convergenza di interessi tra imprese e lavoratori. La riforma pensionistica del governo, infatti, vorrebbe innalzare l aliquota contributiva dei cococo dal 14 al 17,39 o al 18,39 , senza però assicurare loro alcuna pensione decente. Per evitarlo, gli stessi lavoratori potrebbero concordare con le aziende la fuga dal fondo Inps verso il nero».
        Un altra direzione d uscita tra le maglie della nuova norma potrebbe essere quella degli appalti. «C è il pericolo – spiega Ichino – che queste collaborazioni passino dal rapporto diretto con le imprese utilizzatrici a un’offerta degli stessi lavori in appalto di servizi. Si aprirebbe così lo spazio per aziendine o faccendieri disposti a fare operazioni pasticciate nell utilizzo dei lavoratori, con il rischio di cadere in una zona di attività seminera, dove sarebbero più scarse la trasparenza e la regolarità del tessuto produttivo».
        Quale sarà comunque il vero futuro dei «cococo» resta ancora un mistero, visto che il governo non ha per ora varato le circolari applicative attese per il 24 novembre scorso. «Le bozze circolate finora sono molto criticabili – sostiene Ichino – soprattutto perché tendono a tranquillizzare in modo inopportuno gli imprenditori: si fa capire che sarà facile dimostrare come molti degli attuali cococo lavorino davvero a progetto. Insomma, ci si arrampica sugli specchi per depotenziare la legge. In realtà una circolare potrà rendere più benevoli gli ispettori del lavoro che dipendono dal ministero, ma non certo i giudici che applicheranno la legge, imponendo l assunzione dei cococo finti».