Duri puri selvaggi

21/01/2004


N.3 22 gennaio 2004

Attualità CONFLITTUALITÀ / DOPO GLI SCIOPERI-CHOC
 
Duri puri selvaggi
 
Addio a Cgil, Cisl e Uil. I sindacati di base crescono e guadagnano proseliti. Li guidano nuovi leader. Ecco chi sono e cosa chiedono
 
di Paolo Forcellini
 
Il doge della Laguna è un cinquantenne, ferroviere, con quasi vent’anni di militanza nella Fiom-Cgil alle spalle. Dopo l’accordo del ’93 sulla concertazione mollò tutto, convinto che Cgil, Cisl e Uil fossero irrecuperabili e che arrivassero persino a pasticciare i risultati delle consultazioni tra i lavoratori, pur di far passare la loro linea ‘rinunciataria’. Per un po’ coltivò i suoi hobby: pittura, raccolta dei funghi e pesca subacquea. Poi, novello Cincinnato, non resistette al richiamo dei compagni di lavoro e di lotta e ora non c’è vaporino dell’azienda veneziana dei trasporti che solchi le acque della Serenissima quando Giampietro Antonini proclama uno sciopero. Un paio d’anni fa, forte di un centinaio di iscritti tra i 2.800 lavoratori, Antonini realizzò uno sciopero bianco a cui aderì tra l’80 e il 90 per cento della manodopera. Le imbarcazioni per sei mesi osservarono puntigliosamente limiti di velocità e prescrizioni sulle manovre: un disastro che il sindaco Paolo Costa cercò di contenere aumentando i limiti di velocità nei canali. Nell’ultimo sciopero nazionale di venerdì 9 gennaio, gli ‘autoferro’ di Venezia hanno conquistato il picco più alto di partecipazione, il 97 per cento, mentre gli aderenti al sindacato di Antonini in poche settimane passavano da 250 a 360. Il doge ha ormai un ruolo non solo locale: membro del coordinamento nazionale dei sindacati di base, lunedì 12 gennaio ha commentato a Radio Rai il nuovo sciopero improvviso degli ‘autoferro’ milanesi, giustificandolo e predicendo la sua imitazione in altre realtà. Leader nazionale indiscusso è Pierpaolo Leonardi, classe 1954, uno dei fondatori della Cub, la Confederazione unitaria di base che si attribuisce un totale di 500 mila iscritti. Come suo esponente, Leonardi ha ottenuto un seggio al Cnel: non male per uno che ha iniziato nel 1974 con una cooperativa di facchinaggio come giornaliero all’Inps. Con una dura vertenza ottenne per sé e per 120 compagni l’assunzione stabile e creò la prima rappresentanza di base. Leonardi denuncia l’assenza di una legge sulla rappresentanza, cosicché le aziende si scelgono esse stesse gli interlocutori, escludendo i più arrabbiati: "Le lotte nei trasporti dovrebbero far riflettere chi pensa di poter fare contratti con chi non rappresenta i lavoratori".

Sono circa 300 ma in "crescita esponenziale", come sostiene il loro ras, gli iscritti alla Cub dei trasporti della Atc bolognese. Con questi 300 giovani e forti, Italo Quartu, barbuto autista cinquantenne, è in grado di mettere sotto scacco la Dotta. E senza scrupoli di coscienza: per lui, ex Cgil, la legge che regolamenta gli scioperi nei servizi pubblici è "una sostanziale abrogazione del diritto di sciopero per intere categorie". Anche Quartu è passato dalla confederazione di Corso d’Italia al sindacato di base tra il ’93 e il ’94, dopo l’accordo sulla concertazione, l’ennesima dimostrazione che le organizzazioni tradizionali si facevano carico delle "compatibilità del sistema" anziché della "lotta di classe".

Ha un omonimo famoso, l’Alessandro Nannini che guidava in Formula Uno. Ma lui si limita a condurre gli autobus dell’azienda tranviaria fiorentina. Quarantatré anni, due figli, è membro del coordinamento toscano dei Cobas dei trasporti: nella sua azienda conta 160 affiliati che gli sono fedelissimi. Gli scioperi fuori dalle norme, spiega, "sono una protesta spontanea, nata dalla voglia di reagire all’ennesimo sopruso". È un autista, da 17 anni sulla linea 93 dell’Atm milanese, pure Claudio Signore, 38enne delegato dello Slai-Cobas e tra i leader della lotta selvaggia che ha messo in ginocchio Milano a dicembre e, di nuovo, il 12 gennaio. Signore, circa 1.200 euro mensili di paga, una vecchia iscrizione alla Uil di cui però non ha "mai condiviso la politica", ritiene che la legge 146 sugli scioperi sia stata fatta dall’Ulivo per ostacolare i sindacati di base. Anche per questo la sua organizzazione conta 600 iscritti che hanno assai poca voglia di rispettarla. Aurelio Speranza, 50 anni, ex Cgil, è membro del coordinamento nazionale degli autoferrotranvieri per il Sult e lavora come autista all’Atac. Sostiene che a Roma ai sindacati di base aderisce il 20 per cento dei dipendenti del trasporto pubblico ma che i loro scioperi hanno spesso un seguito plebiscitario.

Cinquantenne, coniugato con prole, una militanza lontana nel tempo ma spesso di lunga durata in Cgil, Cisl o Uil: è l’identikit che meglio si attaglia alla maggior parte dei leader dei sindacati di base. Vi sono eccezioni. Non viene dalla vecchia scuola della Triplice ed è poco ideologico Sandro Campanella, 42 anni, membro del direttivo della Licta, che con circa 500 iscritti è uno dei più forti tra i 13 sindacati degli uomini-radar. In tutto il settore vi sono 3.300 dipendenti, ma i radaristi veri e propri sono un migliaio. E fanno il bello e il cattivo tempo. Come quando, due anni fa, uno sciopero della Licta ha costretto Alitalia a cancellare una quarantina di voli e a spostarne altri 68, lasciando a terra 6.500 passeggeri: ad astenersi dal lavoro, per quattro ore, erano solo quattro addetti alla torre di controllo di Malpensa. Cifre piccolissime ma enorme potere. Non le sembra esagerato, Campanella, da parte di una categoria che guadagna in media 50-60 mila euro all’anno? "Quanto al guadagno, gli spagnoli ricevono anche il triplo di noi; le nostre retribuzioni riflettono un’alta professionalità. Cosa chiediamo? Solo il rispetto degli accordi. In molti casi, poi, i nostri conflitti hanno ragioni professionali e di sicurezza: nel caso citato della Malpensa, in discussione era il funzionamento dei radar a terra, una questione d’interesse generale". Del resto, aggiunge il leader della Licta che ha già in programma una nuova astensione per il 20 febbraio, "i nostri scioperi sono pochi, tre in tutto nel 2003: la regolamentazione ci pone molti vincoli". Intanto l’8 gennaio hanno incrociato le braccia otto ore quelli dell’Anpcat, 400 iscritti tra gli uomini-radar, con cui la Licta sta per federarsi.

Non ci sono solo i controllori di volo a bloccare i cieli. Dai piloti ai pompieri (in fibrillazione, sciopereranno il 30 gennaio), ogni categoria ha il suo bel potere d’interdizione. Anche quelle un tempo considerate meno pericolose, come il personale di terra. Qui tra i leader spicca il 38enne Antonio Amoroso, esperto informatico Alitalia, capo della Cub che conta in azienda circa 700 iscritti. Il sindacato ‘duro e puro’ ha da qualche mese intensificato la lotta contro un piano di esuberi ed ‘esternalizzazioni’ che riguarda alcune migliaia di addetti. Le forme della lotta odierna si stanno inasprendo: la Commissione di garanzia aveva sospeso una sciopero della Cub ma i lavoratori hanno incrociato ugualmente le braccia riunendosi in un’assemblea interminabile. Amoroso guarda al fulgido esempio degli ‘autoferro’: "Hanno scioperato otto volte, mica una, rimettendoci i soldi della busta paga, e nessuno se li è filati. Poi è bastata un’azione energica e tutti a parlarne". Quanto a Cgil, Cisl e Uil, il tecnico informatico sostiene che sono andate ben "al di là della concertazione", sono ormai solo "gestori di servizi: dichiarazioni dei redditi, questioni legali, fondi pensione, politica clientelare delle assunzioni e promozioni. Le leggi che limitano gli scioperi sono state varate su impulso delle confederazioni che cercano di tenere ai margini i sindacati di base. Noi in un certo senso siamo ‘jurassici’, legati al vecchio modello di sindacato conflittuale". "Daremo fondo alla libera fantasia nelle azioni di lotta", conclude minaccioso. Un assistente di volo, Fabrizio Tomaselli, segretario del Sult, è l’omologo di Amoroso per il personale di volo, hostess e steward, anche loro oggi sul piede di guerra.

Finiti i tempi eroici di ‘motrice selvaggia’ con il Comu fondato da Ezio Gallori, ora circa 6 mila macchinisti (su poco meno di 20 mila) fanno parte dell’Orsa ma non sembrano affatto placati. Il sindacato, che ha riunito Comu e Fisafs, è guidato da un macchinista cinquantenne, ex Cgil, Bruno Salustri, che preannuncia per febbraio "un altro eventuale sciopero" contro il contratto che non ha voluto sottoscrivere.

Se le vertenze nei trasporti dominano oggi la cronaca, altre categorie e altri leader hanno già prenotato i loro giorni di lotte e di gloria per il futuro prossimo. È in attesa di rinnovo il contratto per gli addetti alla sanità privata e il clima si sta già surriscaldando. Walter Gelli, 49 anni, sposato con due figli (uno lavora all’Atm), chiede, tanto per cominciare, l’abolizione della 146, aumenti di 250 euro mensili, reintroduzione della scala mobile, eccetera eccetera. E avverte: "Potremo affidarci a scioperi selvaggi come quelli degli autoferrotranvieri: il caro-vita non riguarda solo loro".

Il suo attacco globale al sistema Peppe Varriale lo porta ogni settimana direttamente in migliaia di case della Campania. Cinquantatré anni, fisico asciutto, moglie casalinga e due figli disoccupati, l’infermiere ricopre la carica di segretario del Sanos (Sindacato autonomo nazionale degli operatori sanitari) ma è soprattutto l’istrione di un programma su Rete+ Italia che fa paura per le sue denunce: "Il sindacato tradizionale è finito. Ero in Cgil, sono scappato: i lavoratori vengono ‘venduti’, vincono i compromessi con il potere. Oggi figuro tra i 36 eletti nella Rsu dell’ospedale Cardarelli e tento di far casino, ma vengo emarginato. Così mi sono dato al sindacalismo tv: sbatto i pugni in diretta e chiedo l’intervento della Procura su tanti aspetti di malaffare. La gente si fida". Varriale voleva passare alla storia con un patto: ogni dipendente potrebbe rinunciare al 50 per cento della liquidazione e ottenere un posto per la prole. Se la famiglia è numerosa, niente liquidazione e due assunzioni.

Nell’industria i sindacati autonomi o di base hanno per ora attecchito di meno. Fanno eccezione realtà in profonda crisi, dove le lotte ‘normali’ sembrano troppo al di sotto della gravità dei problemi. All’Alfa di Arese due leader ultras storici: Carlo Pariani, responsabile della Cub, e Renzo Canavesi, dello Slai-Cobas. Il primo viene dalla Fim-Cisl milanese, vera fucina di ‘teste calde’ negli anni Settanta: ne sono usciti anche Walter Montagnoli e Piergiorgio Tiboni, entrambi coordinatori nazionali della Cub. Pariani fu cacciato dalla Fim per motivi disciplinari: quando la Fiat acquisì l’Alfa, nel 1987, mentre tra i lavoratori si svolgeva la votazione sull’accordo, espose un grande cartello con Cesare Romiti raffigurato come uno scimmione. Oggi ha 50 anni, fa il progettista di carrozzeria, è riuscito ad aprire un dialogo con il cardinale Tettamanzi ed è tutto impegnato a "fare iniziative di protesta che ci rendano simpatici ai cittadini". Canavesi, invece, detiene un record: per 11 volte la Fiat lo ha licenziato e per dieci un pretore lo ha reintegrato alla carrozzeria dell’Alfa. Ora i Cobas sono il primo sindacato, con 600 iscritti, e il 52enne leader a dicembre è stato alla testa per 20 giorni dell’occupazione delle portinerie e dei picchetti sull’Autolaghi.

Cobas, Gilda e una pletora di sindacati autonomi sono da sempre ben radicati nella scuola. Ma anche qui emergono leader nuovi o crescono capipopolo di lungo corso. Cosimo Scarinzi, ad esempio, docente di filosofia all’Umberto I di Torino e coordinatore nazionale della Cub scuola, 53 anni, s’è guadagnato un posto nella storia del sindacalismo di base per aver guidato, tra maggio e giugno 2003, un manipolo d’insegnanti nell’occupazione di sette scuole superiori per contrastare il decreto Moratti che tagliava le classi. Ancora gongola al pensiero di aver "salvato 410 cattedre solo in Piemonte".

"Nei cortei sto sempre con la bandiera in mano: sono piccolino, almeno così mi vedono.". Francesco Amodio, 56 anni, già preside in una scuola napoletana di frontiera, a Secondigliano, ironizza sulla sua statura: ma quando si tratta di farsi sentire, il leader dei Cobas partenopei non è inferiore a nessuno. Migliaia di precari, specie nella scuola, lo seguono all’unisono. "Anche perché le sfide mi piace vincerle. L’ex ministro Luigi Berlinguer è caduto sul ‘concorsaccio’ a causa nostra e ben 4 mila insegnanti di sostegno napoletani hanno ottenuto incarichi annuali dal ’99 a oggi grazie alla nostra cocciutaggine". Due mesi fa il settimanale sull’educazione del quotidiano francese ‘Le Monde’ ha dedicato ben due pagine ad Amodio, una sorta di Oscar internazionale al sindacalista del nuovo millennio.

hanno collaborato Mario Fabbroni e Francesco Pacifico


Scheda
Triplice malessere  
 In Cgil e in Cisl le opposizioni interne sono ogni giorno più aggressive

Non sono solo il sindacalismo di base e le nuove sigle a impensierire Cgil e Cisl. La minaccia di spaccature e perdita di consensi arriva anche dall’interno.

Nella Cisl la linea ‘di lotta e di governo’ di Savino Pezzotta non convince più molti. Accuse di conservatorismo e denunce di immobilismo arrivano dalle potenti federazioni dei pensionati, del pubblico impiego, del commercio. Nella segreteria i fedelissimi di Pezzotta si contano ormai sulle dita di una mano: Cesare Regenzi, ex leader degli edili, Renzo Bellini, ex dei tessili e, a corrente alternata, Pier Paolo Baretta, ex dei metalmeccanici. Tutto il resto, gli ex dantoniani e la sinistra carnitiana, guardano più a Raffaele Bonanni, tacciato di essere filogovernativo. La prova si è avuta anche alla recente assemblea organizzativa dove il documento proposto da Pezzotta sul terzo mandato per i componenti della segreteria, è stato approvato con il voto contrario della Lombardia, del Veneto e dei metalmeccanici della Fim. Ovvero anche di quelli che hanno sostenuto fino ad allora la linea moderata del segretario generale. Una mezza débâcle senza precedenti in casa Cisl. La strada per l’orso bergamasco appare dunque in salita in vista del congresso, previsto fra un anno e mezzo.

In Cgil, Guglielmo Epifani, a cui Cofferati aveva consegnato una dirigenza di fedelissimi, si trova ormai nelle mani della sinistra. Quella che fa riferimento al correntone dei Ds e a Fausto Bertinotti. Che vede di buon occhio un’alleanza stretta con i Cobas e i no global e che ha mandato in minoranza i cofferatiani per la gioia di Giorgio Cremaschi, leader dei metalmeccanici. Tempi duri dunque per i riformisti. Lo sa bene Carlo Ghezzi che ha perso l’incarico di segretario organizzativo mentre si rallegrano Morena Piccinini (pensioni), Gian Paolo Patta (pubblico impiego), Paolo Nerozzi (Mezzogiorno) e Nicoletta Rocchi (trasporti), i duri della segreteria. Alle recenti elezioni per le rappresentanze sindacali nella scuola, Cgil e Cobas hanno presentato liste unitarie per battere la Cisl.
 
Ma licenziarli sarebbe un errore
L’opinione di Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori
 
 È il padre dello Statuto dei lavoratori ma è anche relatore al Senato per la legge 146 del ’90 sulla regolamentazione degli scioperi e ha presieduto, fino al ’92, la Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Con il giuslavorista ed ex ministro del Lavoro Gino Giugni affrontiamo i problemi posti dalle astensioni ‘selvagge’ degli autoferrotranvieri.

Dopo le agitazioni milanesi, qualcuno chiede sanzioni più severe. Che ne dice?

"Follia. Le sanzioni non sono troppo deboli e vengono applicate. Multe, richiami, risarcimento dei danni: le possibilità sono parecchie. E poi ci sono le precettazioni".

E il licenziamento?

"Non c’è ed è meglio che non ci sia. L’ha messo in pratica Ronald Reagan quando si scontrò con i controllori di volo: si dovette creare una leva completamente nuova di lavoratori con quelle professionalità, con costi e conseguenze pesanti. E gli uomini-radar erano relativamente pochi. Pensiamo cosa accadrebbe se si mandassero a casa i tranvieri disobbedienti".

Come fanno negli altri paesi?

"Quanto a scioperi selvaggi abbiamo poco da invidiare a Francia e Gran Bretagna: basti pensare alle lotte che bloccarono la metropolitana di Londra. Altri paesi, la Spagna soprattutto, hanno studiato la legge italiana proponendosi di imitarla. Checché ne dicano Maroni o Sacconi, non vi sono spazi per modificare la 146".

L’obiettivo della legge era l’equilibrio tra diritto allo sciopero ed esigenze degli utenti. Se si ricorre troppo alla precettazione, non si annulla di fatto il primo?

"La precettazione può essere decisa per fondate esigenze di ordine pubblico. Una formula generica, che però viene ‘riempita’ con la giurisprudenza. Comunque, se i sindacati pensano vi sia abuso di precettazione possono ricorrere al Tar".

La legge è anche generica nell’individuazione dei sindacati rappresentativi

"Vi si parla di organizzazioni comparativamente più rappresentative. Chi si sente ingiustamente escluso dalle trattative può, anche in questo caso, ricorrere al Tar. La crisi di rappresentatività dei confederali comunque esiste, non nell’industria ma certamente nei servizi…".

Perché?

"C’è un’enorme frammentazione della rappresentatività. Ci sono sindacati composti da due persone. Un tempo erano sindacalizzate le grandi masse dei braccianti, dei metalmeccanici, eccetera. Ora si sono fatte avanti le piccole e piccolissime categorie e le istanze localistiche. E fu subito disordine. Anche perché la capacità di vulnus di queste categorie, nei confronti degli utenti, è enorme. Per questo fu fatta la legge: per l’equilibrio tra interessi dei lavoratori e degli utenti".

I torti stanno da un parte sola?

"No di certo. L’accordo sulla concertazione stabiliva che a fronte dell’abolizione della scala mobile dovevano esserci aumenti periodici contrattati. Non aver rinnovato i contratti è una porcheria. Quanto ai confederali, dimostrano di non essere buoni interpreti dello stato d’animo dei lavoratori, della questione salariale che esiste".

Previsioni per i prossimi mesi?

"Un inverno caldo e una primavera torrida".

P. F.