Dura la Fiom non cede

09/09/2010

«Melfi non è un caso. Lì c’era uno sciopero per il fatto che nel turno di giorno si andava in cassa integrazione e al turno di notte si chiedevano gli straordinari. Si rispondeva “vuoi fare più macchine? Bene, ma metti più gente sulle linee”. Si scioperava per far rispettare un accordo siglato con l’azienda e che l’azienda aveva deciso di non rispettare. Il messaggio che la Fiat ha voluto mandare a tutti è chiaro: non ci devono essere più i delegati, a far quel lavoro si rischia il licenziamento». La relazione di apertura del Comitato centrale della Fiom Cgil, letta ieri mattina a Roma dal segretario Maurizio Landini, ha questo passaggio chiave per esemplificare cosa significa la disdetta del contratto nazionale decisa da Federmeccanica: il sindacato non è più tollerato in fabbrica. Almeno se si intende per sindacato quella libera associazione che cerca di rappresentare al meglio gli interessi dei lavoratori. Per gli altri – i «complici» che firmano qualsiasi cosa, benedetti da Sacconi e Confindustria – ci sarà sempre un posto come ausiliari dell’ufficio personale o nel «welfare aziendale». La partita è definita con disarmante semplicità: «Con la disdetta e il modello Pomigliano non è che puntano a far sparire la Fiom, ma vogliono cancellare il diritto stesso del lavoratore a contrattare le proprie condizioni di lavoro. Cancellare il sindacato in quanto tale». Sono i tempi ad essere cambiati. «Lo
scenario degli ultimi due mesi è profondamente cambiato: non c’è stata solo la mossa Fiat, ma un’accelerazione di tutto il quadro». Quello dei meccanici, in Italia, è un destino particolare: sempre baricentro del conflitto sindacale, sia quando c’è da conquistare diritti che quando si tratta di difenderli, «perché qui c’è l’azienda più determinante nell’industria italiana» Non c’è in campo un’alternativa alla mobilitazione: «Bisogna poter mettere in campo tutta la forza disponibile per poter tornare a contrattare». Meglio sarebbe se tutta la Cgil cogliesse la portata dello scontro e decidesse «le forme più opportune di mobilitazione generale di tutti i lavoratori e i pensionati del paese». Insomma, lo «sciopero generale», che verrà proposto nel direttivo Cgil, la prossima settimana. Per la prima volta da molti anni l’area «epifaniana» dentro la Fiom (una minoranza forte del 27% al congresso) si è smarcata rispetto alla linea contrattuale della categoria. Fausto Durante, ex membro della segreteria e non rientrato nella nuova per sua scelta, ha proposto invece di «azzerare il percorso seguito fin qui per creare le condizioni di un nuovo contratto nazionale ». Ma «non si può partire dal quello del 2009 (siglato da Cisl e Uil, non dalla Fiom, ndr) anche perché contiene la derogabilità». Una «mossa del cavallo», secondo i proponenti, per mettere fine al «muro contro muro». Conmolti problemi di praticabilità, visto che Federmeccanica, Confindustria, governo, Cisl, Uil, Fismic e Ugl (il sindacato vicino a Fini) dicono che «un contratto c’è già, è la Fiom a doverlo digerire». Alla fine la minoranza perde pezzi; 92 voti alla relazione di Landini, solo 26 (il 20% circa) agli altri. La Fiom ha così proclamato 4 ore di sciopero per territori, in tutto il periodo che va da qui al 16 ottobre, giorno della manifestazione nazionale che probabilmente diventerà la scadenza di tutta l’opposizione al governo e a Confindustria, «senza se e senza ma». Ieri nel torinese sono partiti scioperi
spontanei nell’indotto Fiat (Itca e Lear di Grugliasco, Agrati e Coord4, decine di piccoli stabilimenti) a dimostrazione che il clima non è affatto di resa. Il giudizio sulla scelta padronale resta «grave e irresponsabile» (non solo un «errore», insomma, come si ripete in area Pd). Ma il punto centrale, su cui viene chiesto a tutti di esprimersi è questo: «Si vuole che chi lavora abbia un contratto nazionale oppure no?». Che fa coppia con il nodo rappresentatività.
«Una legge democratica sulla rappresentanza sindacale che misuri con chiarezza quella che è la rappresentatività dei sindacati – quanti voti hanno, quanti iscritti hanno – e soprattutto che sancisca che gli accordi, per essere validi, debbono essere sottoposti al voto dei diretti interessati, credo sia non più rinviabile. È un diritto che va riconosciuto ai lavoratori, perché solo con la democrazia è ricostruibile un percorso unitario del sindacato. Altrimenti, sono le imprese che decidono con chi “trattare”, scegliendo di volta in volta quali sono i sindacati che a loro convengono di più». Anche per questo, a Fim eUilm viene chiesta, nel documento conclusivo, «la verifica del mandato sulle deroghe al contratto». Mica è possibile che gli unici «referendum » accettabili siano quelli fatti sotto «ricatto». Come a Pomigliano.