Due scogli per il Tfr – di Marco Onado

22/03/2002





Due scogli per il Tfr
di Marco Onado

Da dieci anni a questa parte ogni governo ha varato un suo progetto di sviluppo della previdenza complementare, ma a tutt’oggi i risultati sono più che deludenti. A fronte di tassi di adesione del 50% dei lavoratori in Germania e del 15% in Spagna, l’Italia fa registrare un modesto 5%: neanche nelle coppe europee di calcio andiamo così male. D’altra parte, la riforma è sempre più urgente, perché le riforme Amato e Dini hanno disinnescato la bomba a orologeria nascosta nel vecchio regime, ma hanno anche introdotto forti differenze fra lavoratori, ai danni delle generazioni più giovani. Queste avranno pensioni inferiori (anche del 30-40%) a quelle che hanno ricevuto i loro padri e diverse da un lavoratore all’altro della stessa generazione. Solo un sistema complementare può riequilibrarare differenze così vistose e capaci di generare tensioni politicamente ingestibili. I motivi dell’insuccesso delle precedenti proposte sono almeno due: non sono stati forniti stimoli sufficienti alle imprese e ai lavoratori per abbandonare un istituto come il Tfr, che sarà antiquato fin che si vuole, ma che svolge ancora una funzione insostituibile per le imprese e per i lavoratori. Inoltre non si è mai realizzata di fatto una vera condizione di parità fra tutti gli strumenti della previdenza complementare.
Infatti sono sempre rimasti forti elementi di favore per i fondi negoziali rispetto agli altri innumerevoli prodotti del risparmio gestito e assicurativo, con cui i lavoratori hanno
oggi maggiore familiarità.
Il collegato previdenziale presentato dall’attuale governo tenta una nuova strada: quella della devoluzione obbligatoria del Tfr alla previdenza complementare.
Poiché il testo della delega aveva dato origine a interpretazioni diverse, a causa di un accenno non chiarissimo a procedure di silenzio-assenso, ieri il ministro Maroni ha ribadito quanto in effetti aveva già affermato: tutti dovranno versare il nuovo Tfr alla previdenza complementare, indicando a quali forme l’investimento deve essere destinato.
In mancanza di dichiarazioni esplicite, saranno preferiti i fondi negoziali. Ciò significa che dal momento in cui la delega sarà attuata si potrà contare su un flusso annuo di almeno
10 miliardi di euro. Un flusso che potrebbe portare in tempi rapidi ad accumulare nella previdenza complementare un patrimonio significativo.
La scelta dell’obbligatorietà è coraggiosa, ma deve essere bilanciata da scelte altrettanto chiare su altri fronti.
Il primo è quello dei costi per le imprese: la delega parla espressamente della «individuazione delle necessarie compensazioni in termini di facilità di accesso al credito, in particolare per le piccole e medie imprese» e di «equivalente riduzione del costo del lavoro». La via maestra è naturalmente la seconda, perché la prima non può da sola compensare il differenziale di onere finanziario e soprattutto non può garantire l’accesso al credito a tutti, se non forzando oltre la logica di mercato il diritto-dovere delle singole banche alla valutazione del merito di credito.
Il secondo è quello della parità effettiva fra le varie forme di previdenza complementare. Una parità che, come si è già detto, non è stata ancora realizzata e che è una causa non
secondaria delle diffidenze mostrate dai risparmiatori in passato. Non si tratta solo di un principio elementare di rispetto delle regole di mercato; è in gioco anche una questione fondamentale di rispetto delle esigenze dei risparmiatori. Si dimentica troppo spesso che le forme di previdenza complementare di cui parliamo sono – come si dice in termini tecnici – a contributi definiti, non quelle a prestazioni definite dei primi tempi delle esperienze
anglosassoni. Ovunque ormai il secondo modello è in via di abbandono, il che significa che il rischio di accumulare un capitale insufficiente rispetto al tenore di vita previsto per l’età della pensione è interamente a carico del lavoratore.
È giusto dunque che egli abbia il massimo della responsabilizzazione e della flessibilità di decisione in questa scelta fondamentale per il suo futuro. Proprio per aumentare la parità competitiva e la flessibilità delle scelte individuali sarebbe opportuno pensare a introdurre
fin da subito un concetto di "piano individuale" di previdenza complementare, analogo a quello già realizzato negli Stati Uniti e in Inghilterra.
Il terzo punto cruciale riguarda l’efficienza della regolamentazione, che dovrà garantire piena trasparenza (e dunque piena comparabilità dei costi e delle prestazioni delle varie forme di investimento) e piena tutela dei risparmiatori. Un risultato molto difficile da ottenere: il rapporto Myners inglese ha recentemente dimostrato quanto gravi siano ancora in quel Paese i problemi, nonostante una tradizione pluridicennale.
Insomma: la nascita della previdenza complementare avviene in forza di un obbligo e forse dopo tante incertezze era questa l’unica strada praticabile. Ma le condizioni perché il
neonato goda buona salute e faccia contenti papà e mamma (fuor di metafora: lavoratori e imprese) sono altrettanto im-portanti e saranno l’argomento su cui concentrare l’attenzione nel prossimo futuro.