Due riformismi alla battaglia d’autunno

10/07/2002



10.07.2002
Due riformismi alla battaglia d’autunno

di 
Piero Sansonetti


 Se la sinistra affronterà la battaglia d’estate, e d’autunno, senza ritrovare un filo di unità, perderà. Il rischio è quello: una sconfitta storica. Perché in gioco c’è quasi tutto: c’è l’assetto sociale ed economico di questo paese. Ormai si è capito abbastanza bene: il berlusconismo non è solo la presa del potere di un gruppo finanziario dai bilanci non sempre specchiati; è una ipotesi di restaurazione molto seria, che punta a rifondare l’Italia. Rendendola il laboratorio di una nuova fase del capitalismo, meno sociale, meno statale, meno pubblico, più spregiudicato: dove le imprese sono la “bussola” – l’interesse generale – e i diritti di massa devono cedere il passo ai diritti dello sviluppo. Il berlusconismo non ha ancora vinto, e anzi sta incontrando sul terreno molte più difficoltà di quelle che immaginasse il suo leader.

La “grande primavera” dei sindacati e dei movimenti non era prevista. Ma l’esito della battaglia dipende in parti eguali da quello che sarà capace di fare la destra e da come si comporterà la sinistra (è più giusto dire: il centro sinistra). Sicuramente se il centrosinistra resterà diviso e in perenne guerra interna, come è stato in questi mesi, Berlusconi avrà vita facile.

Ecco perché è stata una giornata molto importante quella di martedì, perché si sono tenuti un gran numero di incontri bilaterali e multilaterali tra i principali leader del centro-sinistra italiano. Hanno partecipato a questi incontri Cofferati, Fassino, Rutelli, Bertinotti e altri. Qual è il bilancio? Diciamo che si apre uno spiraglio, si vede una speranza, ma si capisce bene che le difficoltà sono ancora tante. Lo spiraglio è soprattutto in quella decisione di tenere a settembre una convention delle opposizioni, cioè un confronto ad altissimo livello tra le varie anime dell’Ulivo, Rifondazione e il gruppo di Di Pietro. Le difficoltà stanno nel fatto che si è confermata una spaccatura: le ipotesi politiche in campo sono almeno due (ma con molte varianti) e difficilmente compatibili. C’è Cofferati, il quale ritiene che il nuovo riformismo italiano deve essere un riformismo radicale e deve basarsi su tre parole chiave: lavoro, diritti e sapere. E’ un’idea di attacco. Che non solo rifiuta “in toto” il berlusconismo, ma gli oppone un progetto di società del tutto opposto al progetto della destra. E poi c’è la linea riformista classica, che considera compito fondamentale della sinistra quello di coniugare modernità e stato sociale. Il suo obiettivo fondamentale è il governo dello sviluppo, è quella la sua scelta strategica: diritti, saperi, sono temi importantissimi, ma non sono l’asse della politica. Massimo D’Alema è l’esponente più importante di questa componente della sinistra.
Questo spiega lo scontro, che non sembra più ricomponibile, tra D’Alema e Cofferati. Ma non spiega tutto della “guerra civile”. Ci sono altre componenti, in questa battaglia, e un ruolo decisivo lo giocano le aspettative dei suoi vari leader e anche le contrapposizioni personalistiche tra loro. Vecchia storia. Ad esempio si parla di un’asse Cofferati-Prodi, che però è un’asse precaria perché tra i due sicuramente c’è simpatia e grande stima, ma ci sono anche molte differenze, dal momento che Prodi (e con lui ampi settori della Margherita) è politicamente molto più vicino alle posizioni del riformismo classico. Non si incontra facilmente con il neo-radicalismo di Cofferati, che ormai è molto più vicino alle posizioni della sinistra ds, dei verdi e anche, abbastanza chiaramente, di Rifondazione (e infatti è andato molto bene l’incontro tra Cofferati e Bertinotti).

In altri tempi, una situazione di questo genere sarebbe sfociata in una serie di scissioni, ed eventualmente di ricomposizioni in nuovi partiti. La storia del movimento operaio italiano (europeo) ne è piena. In fondo quello era il modo più semplice per risolvere dissensi politici e disparità di giudizi. Le cose però sono cambiate molto in questi anni, son mutati i metodi e i tempi della politica. Nessuno, oggi, ha l’impressione che ci siano scissioni in vista. Il centro-sinistra sembra condannato a vivere, per diverso tempo, mantenendo l’attuale assetto organizzativo e l’attuale divisione in partiti; e scontando il fatto che non ci sarà coincidenza tra questo assetto e le differenti posizioni politiche dei suoi leader e delle sue varie componenti. Ci sarà una sorta di trasversalità nella battaglia politica interna. Almeno per un lungo periodo.

Il problema che si è posto è molto semplice: mantenendo queste distinzioni politiche e queste divisioni organizzative, è possibile costruire ugualmente nuove forme di unità? Cioè, non solo non farsi la guerra, ma stendere un piano di battaglia contro il governo, che costringa Berlusconi sulla difensiva e gli impedisca di portare in porto il suo disegno di ristrutturazione del paese? Probabilmente l’uomo che più di tutti punta a questo obiettivo, e si gioca tutta la sua credibilità politica, è il segretario dei Ds, Piero Fassino. Però ha molti nemici. Soprattutto ha molti nemici nelle situazioni. Il più grande nemico, quello che rischia di far saltare ogni ipotesi unitaria, è la divisione (e il veleno) sindacale. Si può affrontare oggi una grande battaglia contro Berlusconi senza scontrarsi con Uil e Cisl? Non è la lotta contro il “patto per l’Italia” il punto di partenza per le opposizioni? Si direbbe di sì. Ma su questo non è facile trovare il pieno consenso dei riformisti classici e della Margherita. Non è un problema da niente. Martedì abbiamo visto che c’è la volontà di affrontare e risolvere questo problema. Basterà? Un accordo fragile tra le diverse opposizioni non sarà in grado di reggere alla bufera del berlusconismo. Ci vuole qualcosa di solido, ci vuole soprattutto la consapevolezza che la battaglia in corso determinerà il volto del nostro paese per i prossimi dieci anni.