Due mesi di tempo per Fabbrica Italia

22/10/2010

Sostiene Marchionne che l’Italia rimane un Paese surreale. Dove un imprenditore arriva con un assegno da 20 miliardi di euro e invece di fargli festa tentano di fargli “la” festa. Provato da un fastidioso raffreddore, Sergio Marchionne ha affrontato ieri il consiglio di amministrazione del Lingotto e, poi, gli analisti finanziari per illustrare i conti del terzo trimestre 2010. Dovrebbe essere abbastanza soddisfatto Marchionne: Fiat ha rivisto al rialzo gli obiettivi per l’anno, l’utile della gestione ordinaria ad almeno 2 miliardi di euro e l’indebitamento industriale netto sotto la soglia dei 4 miliardi. Lui stesso ha definito «risultati eccellenti quelli del terzo trimestre» e ha parlato di «performance positiva». Ma tutto ciò non basta a dargli pace. Le vicende italiane continuano a tormentarlo.
«Quando ne parlo in giro per il mondo – ha confidato ad alcuni consiglieri – non mi credono. Nessuno pensa che il teatrino italiano possa esistere nella realtà». Anche ieri, a chi gli chiedeva su che cosa non avrebbe indietreggiato di un millimetro ha risposto pacato: «La governabilità degli stabilimenti». E’ la base di tutto, ha spiegato e rispiegato mille volte: nel momento in cui l’azienda si impegna in uno sforzo economico immane (i 20 miliardi di investimenti, appunto) non può permettersi che il complesso meccanismo produttivo possa incepparsi a ogni piè sospinto, sia l’assenteismo da partita o da pomodoro, siano certi scioperi politici.
Racconta un aneddoto, Marchionne. Siamo nel 2004, la Fiat è sull’orlo del fallimento e lui è stato chiamato al capezzale dell’azienda. Per prima cosa visita gli stabilimenti. E, fra le altre amenità, che cosa ti scopre a Pomigliano d’Arco? Centocinquanta cani randagi che lì avevano trovato cuccia, amorevolmente accuditi da alcuni lavoratori. Poco importava loro che una parte fosse sistemata nel reparto verniciatura e che ogni tanto i peli delle povere bestiole finissero fissate nella carrozzeria. E’ stato subito braccio di ferro, sino a quando l’azienda non ha allestito un canile subito fuori i cancelli, con buona pace dei dipendenti animalisti. Che potrebbe anche essere una storia a lieto fine, ma che ci azzeccano i cani con le auto?
Quello che Marchionne non vuole e non accetta è un clima in fabbrica da guerriglia permanente, lo stillicidio di iniziative e comportamenti che impediscono di fatto una coerente governabilità e, quindi, adeguati (anche dal punto di vista qualitativo) livelli produttivi. Perciò attende risposte dai sindacati, l’ad della Fiat, infastidito da manifestazioni come quella di Roma della Fiom che lui considera “politica” con quel gran sbandierare di vessilli rossi e «la Fiat non si lascerà usare per scopi politici». Poco importa che nel mirino sia finito lui personalmente. «I problemi restano, con o senza di me – ha commentato con i suoi collaboratori – e vanno risolti».
Con gli analisti è stato chiaro. «Voglio realizzare Fabbrica Italia, ma non possiamo aspettare per sempre. Il dialogo è difficile, il tempo è un problema». Si è dato due mesi di tempo, Marchionne, per trovare intese con il sindacato che gli consentano di replicare, stabilimento per stabilimento, l’accordo di Pomigliano. E non è disposto ad anticipare quale vettura destinare a ciascuna fabbrica. «Prima diano il via libera alla governabilità – diceva l’Ad ai suoi – poi si vedrà cosa si produce. Non voglio farmi mettere sotto scacco».
Certo, non c’è solo la Fiom. Con Cisl, Uil, Ugl, Fismic è stato fatto l’accordo di Pomigliano e Marchionne con loro intende andare avanti. Tanto è vero che anche ieri ha ribadito ai consiglieri che lo interrogavano che l’investimento per la Panda a Pomigliano, 700 milioni di euro, è partito. Anche se lui si riserva un piano B. Se nonostante gli accordi si verificassero ripetuti episodi come quelli di Melfi, blocchi ingiustificati alla produzione? L’azienda non starebbe a guardare. «Nel giro di dodici mesi – ha confidato ai suoi collaboratori – ho alternative per produrre la Panda da un’altra parte».
Del resto sono mesi che il leader del Lingotto lo va ripetendo in giro. «Il conflitto sociale l’ho affrontato negli Stati Uniti per Chrysler, perché nessuno ti regala niente. Ma lì, di fronte all’abisso che avevano di fronte, si sono fidati. Il conflitto sociale sono disposto ad affrontarlo anche qui in Italia. Ma deve esserci un contesto che condivida i nostri sforzi. Altrimenti ne prendiamo atto e la Fiat non investirà più in questo Paese. Esistono alternative in tutto il mondo. Ho capacità produttive da espandere in molti Paesi. Anche in Polonia e Serbia».
Già, perché altrove sono governi e istituzioni a cercare le imprese che hanno progetti industriali e capacità di realizzarli. La prossima settimana proprio Marchionne dovrebbe firmare un accordo negli Usa con lo Stato dell’Illinois (che contribuirebbe in varie forme con 700 milioni di dollari) per allargare le attività della Chrysler.