Due elettori su tre vogliono la pace – di R.Mannheimer

10/03/2003



10 marzo 2003

GLI ITALIANI & IL CONFLITTO
Due elettori su tre vogliono la pace

di RENATO MANNHEIMER

      Come negli Stati Uniti e in altri Paesi, l’atteggiamento della popolazione verso l’attacco in Iraq appare consolidato. Negli Usa il 59% a favore non muta da varie settimane, come da noi il 69% contro. La stabilità del dato italiano è però il frutto di due andamenti contrapposti, entrambi segno della ulteriore radicalizzazione delle posizioni. C’è infatti un accrescimento del no alla guerra in ogni caso nel centrosinistra (80%) e un andamento opposto (crescita dei sì in ogni caso e calo dei sì con l’Onu e dei no in ogni caso) tra gli elettori del centrodestra. Anche tra costoro, comunque, il no (con o senza l’Onu) rimane di fatto maggioritario. E’ un «no» che coinvolge molto più le donne (78%) degli uomini (58%) e i possessori di licenza elementare (74%) dei laureati (58%). E che porta il 27% ad approvare il blocco dei treni e un altro 45% a «comprenderlo». Con proporzioni molto diverse tra gli elettori di centrodestra (43% di condanna netta, ma anche ben 15% di approvazione), e chi si «sente» di sinistra tout court (8% di condanna netta) e, ancora, chi invece si colloca nel centrosinistra (21% di condanna netta).
      L’estensione (nessun altra posizione politica riesce a raggiungere il 70%) e la «trasversalità» del no alla guerra confermano come esso sia l’espressione di valori profondi, che superano (e talvolta vanno contro) le specifiche valutazioni politiche e gli interessi rappresentati dai partiti tradizionali. Ciò porta a due considerazioni, apparentemente contraddittorie tra loro.
      Da un verso, è ragionevole pensare che, nel medio periodo, il movimento pacifista potrebbe avere l’effetto di accrescere la partecipazione politica, specie in modalità innovative. Ma che, quando, inevitabilmente, i tradizionali criteri di scelta del voto riprenderanno il sopravvento sui «moti dell’anima» (così è stato efficacemente definito il movimento), le conseguenze sul seguito di molte forze politiche (nessuna delle quali gode, come il movimento pacifista, dell’appoggio esplicito della Chiesa) potrebbero essere relativamente contenute. Ciò è suggerito anche dal fatto che, anche oggi, se si passa dal piano ideale a quello più legato a scelte «concrete», le posizioni dell’elettorato sembrano mutare, almeno in una certa misura. Ad esempio, il giudizio su Saddam da parte della maggioranza appare più severo di quanto non lo sia, forse, quello dello stesso Blix: il 70% (a destra come a sinistra) non crede che l’Iraq si stia disarmando e ritiene di assistere a manovre dilatorie. E una parte consistente dei contrari alla guerra in ogni caso, specie nel centrosinistra, afferma che, se questa iniziasse, l’Italia dovrebbe comunque partecipare a fianco degli Usa, specie in caso di approvazione da parte dell’Onu.
      D’altro canto, il fatto che il movimento pacifista potrebbe non modificare più di tanto gli equilibri tra i partiti, non significa che esso possa oggi essere ignorato o eluso. Se non altro perché coinvolge, in misura più o meno accentuata, più di due italiani su tre. Ciò comporta difficoltà per molti protagonisti della politica e, in particolare, per il presidente del Consiglio, notoriamente attento all’immagine e agli andamenti dell’opinione pubblica. Il Cavaliere tende dunque ad evitare di apparire come l’alfiere della guerra in ogni caso, ma non può, al tempo stesso, contraddire certe sue prese di posizione delle ultime settimane. Proprio nel momento in cui da più parti (assai lucidamente anche Sergio Romano sul
      Corriere di ieri) gli si chiede di assumere una posizione chiara ed esplicita.