Due colpi di pistola al Paese – di Furio Colombo

20/03/2002



Due colpi di pistola al Paese

di 
Furio Colombo


 La scena è tragicamente familiare, si ripete nella vita italiana come un incubo. Sigle più o meno attendibili e proclami si mischiano al sangue, in un rituale tetro che torna col passo di piombo di eventi che hanno già spaccato l’Italia.
Sappiamo tutti di questa morte, anche prima delle indagini. Sappiamo che la persona uccisa era un ragionevole esperto il cui lavoro è spiegare e capire, laboriosamente impegnato, due o tre passi dietro al potere, a preparare documenti e materiali per discussioni. Sappiamo che la sua uccisione è stata facile e agghiacciante e oscura come quella di Massimo D’Antona.
La questione a cui lavorava qual è (si sarebbe tentati di dire: qual era)? È l’art. 18: se la libertà di licenziamento individuale (non la messa in cassa integrazione o, come si dice, in mobilità di masse di lavoratori) realizzi il miracolo di far scattare in avanti produzione, benessere, occupazione.
In tempo di pace questa è una discussione febbrile. Rappresenta, con testimoni autorevoli dalle due parti, una controversia profonda. È il punto da cui si snodano due ipotesi opposte sul modo di concepire il lavoro.
In tempo di pace. Qualcuno, senza responsabilità e senza volto, ha deciso che questo non è tempo di pace. Qualcuno ha eseguito la sentenza di una morte annunciata, anticipata da rapporti già pubblicati e diffusi.
Si ripete la maledizione italiana che toglie la vita, ferma la politica, chiede di tacere. E poi – se necessario – toglie altre vite. Necessario a che cosa?