“Ds” Un partito rassegnato a scomparire

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

    Prima Pagina

    LOGORAMENTO – FASSINO PENSA DI GUIDARE IL PROCESSO E INVECE NE È GUIDATO DI EMANUELE MACALUSO

      La crisi dei Ds, un partito rassegnato a scomparire

        Non mi associo al coro di critiche nei confronti di Prodi per l’esito del seminario governativo di Caserta dato che proprio da queste colonne (martedì scorso) avevo auspicato una operazione verità: il risultato delle elezione politiche, che non è stato quello previsto, e le contraddizioni nelle coalizioni, che sono più acute di quel che si pensava, non consentono riforme incisive, anche se necessarie. È quindi inutile e dannoso annunciare impegni che non si possono realizzare. La «manutenzione» per migliorare la macchina dello Stato e della spesa e un programma minimo per sollecitare lo sviluppo sono i due obiettivi che questa coalizione può porsi. Governare meglio del passato sarebbe, infatti, già un buon risultato. Semmai l’errore di Caserta è consistito nello scegliere lo scenario della Reggia per uno spettacolo modesto. Tuttavia, Caserta ha confermato un dato che in questi ultimi mesi è emerso con nettezza sempre maggiore: la crisi politica dei Ds.

        Il segretario di questo partito continua a riempire giornali e tv di lunghe interviste ma non coglie l’essenziale: la perdita di un ruolo incisivo dei Ds nella coalizione governativa e nel Paese. Non basta ripetere come un disco rotto che il segretario è impegnato a spiegare al popolo la Finanziaria (con l’aria di chi l’ha subita) e a costruire il futuro Partito democratico (con l’aria di chi incontra solo scetticismo). La politica è spietata. E oggi, i Ds appaiono come una forza senza riferimenti sociali e ideali, alla ricerca disperata di nuove identità. Il partito di Fassino è stretto in una morsa da cui non riesce a uscire: da un lato la sinistra massimalista che si presenta come riferimento del mondo del lavoro, più specificatamente degli operai, dei pensionati, dei precari, degli immigrati, degli esclusi; dall’altro la Margherita che tende a identificarsi con le forze che sollecitano le liberalizzazioni confindustriali e, al tempo stesso, con il conservatorismo cattolico che nega le liberalizzazioni nella sfera delle libertà civili. Prodi media, rinvia e a Caserta ha rivendicato questo ruolo sapendo che i Ds sono nella morsa e non possono che appoggiarlo nel tentativo di reggere l’equilibrio instabile della coalizione.

        Questo quadro è stato reso più rigido, quasi immutabile, dal fatto che i Ds hanno imboccato la strada senza uscita del cosiddetto Partito democratico. I big della Margherita ne sono consapevoli e alzano il prezzo. La settimana scorsa abbiamo letto l’intervista di Marini a Repubblica e il suo «mai nel Pse» con l’aggiunta che se c’è qualcuno che su questa «bazzecola» fa saltare il banco se ne assume la responsabilità: insomma, o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. Dopo Marini altre dichiarazioni margheritine sulla stessa lunghezza d’onda. E i Ds sul tema dicono e non dicono e fanno capire che un rappezzo si troverà. Al Pd non ci sono alternative, ripetono, dando nuove carte nelle mani di Rutelli e soci.

        Insomma, il segretario Ds e compagni pensano di guidare un processo e invece ne sono guidati. Si parla di un grande progetto che dovrebbe rivoluzionare la politica italiana (il Pd, ha detto Fassino, sarà quel che furono Roosevelt negli Usa, De Gaulle in Francia, Adenauer in Germania, Gonzales in Spagna e così via) ma quel che si vede è ben altro: la somma di un personale politico stanco e logorato, un’operazione moderata senza anima e senza respiro per cancellare ogni traccia di ciò che è stato e potrà essere la sinistra italiana e europea. E nei Ds prevale la rassegnazione.