“Ds” Tre partiti si intrecciano all’ombra della Quercia

29/01/2007
    lunedì 29 gennaio 2007

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    IL CASO

    Tre partiti si intrecciano
    all´ombra della Quercia

      I Ds sono una convenzione permanente con culture differenti

        Sullo sfondo si staglia l´appuntamento con il Partito democratico
        Il progetto fusionista ha raggiunto ormai un punto di non ritorno
        Il passato socialista, il presente riformista, il futuro mobilitante

          Edmondo Berselli

          Il fatto è che ci sono almeno tre partiti, all´ombra della Quercia. E non è detto che essi rispecchino esattamente le tre mozioni che si misureranno al congresso. I partiti reali sono più informali, trasversali, senza confini, come parti di una galassia in espansione. Perché non si dovrebbe dimenticare che il vecchio Pci era un mondo a sé, e come tutti i mondi comprendeva radicali e moderati, ortodossi ed eccentrici, sinistri e destri. Il centralismo democratico consentiva di tagliare le ali, Amendola e Ingrao, e di riportare le differenze ideologiche dentro il mainstream comunista.

          Dopo il Big bang del 1989, una volta saltate le regole e le procedure che presidiavano la linea ufficiale delle Botteghe oscure, le diverse anime si sono liberate, e l´unità del partito si è rivelata all´improvviso una costruzione fragilissima.

          Se i Ds fossero ancora un partito racchiuso nel canone della socialdemocrazia europea, l´appuntamento congressuale di metà aprile non sarebbe che un normale evento della sua vita organizzata. Ma adesso che sullo sfondo si staglia l´appuntamento con il partito democratico, orientarsi è più difficile. Suggestioni indotte dall´identità si uniscono a calcoli elettorali; alla spinta "oltre" il socialismo si affiancano nostalgie per le certezze passate; e una non dichiarata ma già evidente battaglia per la leadership del partito e del centrosinistra complica tutti i calcoli strategici sul futuro dei Ds e della sinistra italiana.

          Va messo in conto che oggi, quasi due decenni dopo la Bolognina di Occhetto, i Ds sono una formazione politica culturalmente complessa, in cui allignano miglioristi, riformatori, vetero e neosocialisti, cattolici e zapateristi, statalisti, liberali e ultraliberali. Più che un partito, una convenzione permanente, un plebiscito litigioso, una imprecisata "nazione progressista" che raduna sensibilità e culture differenti, in attesa di una sintesi ulteriore che consenta di armonizzare le diversità in un contenitore nuovo.

          Basta aggiungere il deludente dato elettorale della primavera scorsa, quel 17 per cento delle politiche, per avere la sensazione che il partito è troppo piccolo per contenere tutte le sue anime, pur essendo la maggiore forza politica del centrosinistra. Proprio questa sua complessità, insieme ai numeri ridotti, potrebbe diagnosticarlo come «l´homme malade della politica italiana», a sentire Lanfranco Turci, uno degli esponenti di prima fila del Pci-Pds-Ds emiliano (la cui fuoruscita dal partito prima delle elezioni politiche del 2006, con la candidatura per la Rosa nel pugno, è stata accolta con il silenzio attonito e imbarazzato che saluta gli scismi irrimediabili).

          Le tre entità principali che si agitano dentro i Ds sono facilmente descrivibili. Il primo partito è guidato da Cesare Salvi e Fabio Mussi, e rappresenta la componente neosocialista, avversa alla confluenza nell´ "indistinto" del partito democratico. Incarna una cultura dotata di consistenza storica, che prova a resistere alla "necessità" della transizione verso la "meteora" del partito democratico. E nello stesso tempo capitalizza la possibilità di proporsi come opposizione interna, svincolata dal peso della responsabilità verso scelte e obiettivi comune. Verrebbe quindi facile definire i neosocialisti diessini come una forza reazionaria, o come i sostenitori di una soluzione che prescinde dal contesto politico e dalla storia recente, ma ciò non serve a ridurne la portata implicitamente scissionista, e dunque la sfida politica e ideologica che essi conducono verso il centro del partito. Per Mussi infatti il partito «evapora», e i suoi leader propongono un riformismo talmente compromissorio da risultare politicamente irrilevante.

          Quanto ai citati leader, ossia Massimo D´Alema e Piero Fassino, il loro orientamento politico è quello di chi ha una sola carta da giocare, e l´ha già giocata: si tratta naturalmente del passaggio al partito democratico, cioè della fusione con la Margherita e qualche formazione politica minore. Il processo fusionista ha raggiunto il punto di non ritorno; benché il gruppo dirigente ancora non chiarisca se il congresso decreterà lo scioglimento dei Ds, tutta la prima linea diessina lascia intendere che indietro non si torna. Non foss´altro che per inerzia, per automatismo, il partito democratico non può essere rinnegato. A costo di «perdere pezzi», come hanno chiarito il il sindaco ultrariformista di Torino, Sergio Chiamparino, e il dalemiano Nicola Latorre. C´è una scommessa politica essenziale, in cui i vertici del partito stanno riversando tutto il loro impegno, giocando l´unica partita per loro possibile, con uno sforzo in cui hanno accettato di mettere all´opera tutta la loro credibilità. Se la politica è anche lavoro oscuro e ingrato, i vertici diessini stanno facendo la loro parte.

          Ma è qui che si può individuare la prima vera sfasatura, il primo possibile imprevisto, l´incognita, lo scarto nei calcoli della leadership ds. Perché, ognuna a suo modo, le due diverse posizioni assunte dall´interno dei Ds rispetto al partito democratico appartengono alla tradizione e alla storia della politica. A un´idea convenzionale e riconoscibile. Mussi e Salvi, così come con sfumature diverse Angius, Brutti, Zani, Pasquino e altri refrattari, restano legati a una concezione capace di legare le riforme economiche a un disegno socialdemocratico.

          A loro volta, Fassino e D´Alema puntano su un accorpamento fra soggetti esistenti, per rendere credibile e politicamente attraente su un piano di massa e nel nome del riformismo «quella cultura liberal-solidarista-socialista che finora è stata appannaggio di sparute élite» (come ha scritto Michele Salvati in uno dei suoi molti manifesti per il partito democratico).

          La sfasatura invece si apre non appena si mette a fuoco l´iniziativa di Walter Veltroni. Un fautore indiscusso del partito democratico. Ma nello stesso tempo il possibile portatore di un´ipotesi politica alternativa, anche se ancora indefinibile. Di un oltre che è più oltre. Con le sue "lezioni" nei teatri, a Roma e a Napoli (prossimamente a Milano, Torino e in altre città) e con la sua capacità di riversare emozioni politiche nel pubblico, il sindaco di Roma ha fatto intravedere la possibilità di sparigliare tutto. Le immagini di Gandhi, Chaplin, Kennedy, Martin Luther King, Mandela ma anche Alcide De Gasperi, Helmut Kohl e infine Barack Obama che accompagnano l´exploit teatrale di Veltroni (intitolato «Che cos´è la politica»), configurano un immaginario avulso dalla storicità dell´esperienza politica italiana, e anche europea. Mentre Fassino e D´Alema, così come Salvi e Mussi, lavorano politicamente secondo un´idea identificabile di partito e di società, Veltroni sembra dare per scontato l´azzeramento dei partiti italiani, e insieme a loro dei blocchi storici, delle egemonie culturali, degli stessi interessi organizzati.

          Per lui il partito democratico appare semmai come una via lattea, struttura galattica dai legami deboli, priva di nessi economici fondanti, e proprio per questo capace di sovrapporsi senza scarti a una società destrutturata. Pensiero debole che si rivolge a una società debole. Lui stesso, Walter, non è un leader, è piuttosto una polarità che irradia sentimenti: l´esserci insieme, l´utopia che induce a camminare verso l´utopia, il partecipare al momento di un´emozione. La vaghezza culturale di questa concezione della politica è mitigata dal fatto che mentre D´Alema e Fassino sono inevitabilmente pesanti, ovvero concreti e novecenteschi, Veltroni è leggero, alla moda, capace di miscelare sul piano tecnico Baricco e Berlusconi.

          Detto ancora più esplicitamente: D´Alema e Fassino, come anche quelli del vecchio Correntone, lavorano dentro il sistema politico cambiandone faticosamente i pezzi oppure resistendo al cambiamento; l´outsider Veltroni, invece, leggero come l´aria, agisce per cambiare i partiti ma anche l´intero formato e stile della politica: e almeno per il momento sembra quindi più in sintonia con i sentimenti diffusi, con le sensibilità e le frustrazioni dell´elettorato di sinistra.

          Così sotto la Quercia sembra di contemplare nello stesso istante il passato socialista, il presente riformista e il futuro mobilitante. Tre partiti. Due che implicano lacrime identitarie ed evocano scissioni, nuove metamorfosi e rinunce, l´eterno rivolgimento interno della sinistra; mentre il terzo implica un sorriso consapevole e carico di nostalgia sulla fine dei partiti stessi, il richiamo a storie di varia e bella umanità, in attesa dell´avvento, così suggestivo, ma anche così inafferrabile, della post-sinistra.