“Ds” Scatta il piano ultrademocrat di Massimo

23/01/2007
    martedì 23 gennaio 2007

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      QUERCIA 2. COSA SI MUOVE DIETRO L’ACCELERAZIONE DALEMIANA

        Scatta il piano ultrademocrat di Massimo

          di Stefano Cappellini

            Non è poi così lontana la stagione in cui Massimo D’Alema andava in televisione e interrogato da Fabio Fazio, che gli chiedeva quante ore al giorno dedicasse alla costruzione del Partito democratico, rispondeva col tipico fastidio mezzo simulato mezzo enfatizzato: «Poche». I tempi cambiano. E il tempo impiegato da D’Alema per la fondazione del Pd pure. Non che il vicepremier abbia mai cambiato idea sulla opportunità di dar vita al nuovo partito, cui è sempre rimasto favorevole. Semplicemente, ha scelto solo negli ultimi giorni come muovere i pezzi e, non a caso, il suo protagonismo ha definitivamente sollevato il sipario sulle guerre di casa ds. Perché quella di D’Alema è una controffensiva studiata per togliere spazio e argomenti soprattutto a due categorie di avversari interni: quelli che «il Partito democratico sì, ma non così» (vedi alla voce Veltroni) e quelli che «sì, ma non ora» (dai “terzisti” di Gavino Angius a tutti i malpancisti della maggioranza).

            L’intervento del presidente della Quercia all’assemblea dei segretari di sezione e l’intervista concessa ieri al Corriere della sera dal vicecapogruppo dell’Ulivo Nicola Latorre, dalemiano doc se ancora al Botteghino ce n’è uno, hanno svelato il senso del piano dell’ex premier: puntare senza incertezze e senza perdite di tempo alla fondazione del Pd, anche a costo di «pagare un prezzo». Uno di questi, come ha spiegato D’Alema ai quadri del partito, è la necessità di un parziale sganciamento dalla famiglia socialista europea. L’altro, messo in conto da Latorre, è la possibilità di subire una scissione. Qui non è solo archiviata la fase del basso profilo, ma anche quella delle generiche dichiarazioni d’intenti: si tratta di due vere e proprie bombe lanciate sulla via del congresso. E senza averne concordato l’uso col segretario Piero Fassino, che sui due temi della collocazione internazionale e dell’unità del partito, ha seguito fin qui una linea diversa: blindatura nel Pse e compattezza della marcia. Il segretario ds deve accontentarsi per ora di un’altra blindatura, quella ottenuta grazie all’adozione del voto unico e segreto che garantirà la perfetta coincidenza di consensi al segretario e alla strategia unitaria.

            Il ragionamento che ha spinto D’Alema a prendere in mano la situazione è riassumibile nei seguenti precetti: primo, non basta vincere il congresso, occorre vincerlo bene. Secondo, il prossimo non è un congresso che si vince bene mediando a oltranza e assecondando i malumori, bensì gridando «più uno». Terzo, «gridare più uno» significa accelerare la fase operativa ma soprattutto politicizzare il dibattito, elevarlo a scontro di idee, evitando i ghirigori su cui il partito s’è già incanaglito, del tipo «questo non è un congresso di scioglimento» (ritornello della maggioranza) ovvero «state sciogliendo il partito» (refrain della sinistra). Quarto e non ultimo, la convinzione che, se le cose andranno come auspicato, la scissione non ci sarà, a parte casi poco più che singoli.

            In questo quadro generale va letta l’idea avanzata da Latorre di votare nei congressi di Ds e Margherita il “manifesto” del Pd, orpello accademico che i cosiddetti saggi hanno quasi integralmente redatto ma di cui i partiti non sanno ancora come servirsi. Per D’Alema il manifesto dovrebbe servire a lanciare, parallelamente alle assise di partito, l’altra gamba del Pd, quella dell’associazionismo, dei movimenti e dei cittadini non iscritti ai soci fondatori. In sostanza, agli iscritti ds e dl si chiederà di votarlo, alla “società civile” di aderire. L’intento è al tempo stesso disinnescare l’argomento secondo cui il Pd nasce come «mera somma di Ds e Margherita» e portare allo scoperto i suoi massimi teorici: professori, governatori, ex cacicchi, intestatari di liste civiche. A loro, in cambio della accelerazione e dell’apertura del processo, si chiede di abbandonare ogni tentazione frondista e collaborare all’allargamento del nucleo fondatore. Vale per i simil-girotondini dell’Associazione per il Partito democratico, per Cacciari, per Cofferati. E naturalmente per Veltroni, il cui posizionamento idealista («Il suo tenersi fuori dalla mischia per scavalcare i feriti della contesa», traduce qualcuno a via Nazionale) ha convinto il ministro degli Esteri a passare alle contromisure.

            Perché se è vero che tra i fassiniani circola ancora il sospetto di un accordo sottobanco tra i duellanti storici Massimo e Walter, la verità sta altrove. Come spiega un deputato ds di parte: «Il rischio era che mentre noi ci scannavamo in congresso sulle virgole e le date, Veltroni girasse l’Italia evocando Kennedy e Chaplin». Un rischio che a D’Alema è apparso troppo concreto dopo le dichiarazioni rilasciate prima della direzione del partito di giovedì scorso da Goffredo Bettini, plenipotenziario della Quercia romana e veltroniana, che aveva di fatto sfiduciato i vertici attuali dell’Ulivo e gettato più di un’ombra sulla legittimità del percorso congressuale dei Ds.

            Ieri, a Latorre, ha risposto indirettamente proprio Bettini. Ospite di Skytg24 Pomeriggio, il senatore ha detto che «Prodi e D’Alema sono risorse della Repubblica, ma il Partito democratico deve presentare nuove facce, deve essere un sommovimento di classi dirigenti della società italiana». Un sommovimento che ha per epicentro il Campidoglio. Per Bettini tocca a Veltroni incarnare lo svecchiamento: «L’esperienza di sindaco di Roma lo ha molto arricchito e gli ha dato quel pizzico in più di comprensione della società italiana, della fatica quotidiana del rapporto con la gente e l’umiltà che un politico deve avere. Credo che proprio questo gli dia effettivamente una carta in più rispetto al resto della classe politica italiana». Insomma, la guerra è appena iniziata. E se oggi Veltroni è a Napoli per la prima tappa nazionale del suo tour teatrale su «Cos’è la politica», alla Farnesina c’è chi studia per lui un finale di spettacolo alternativo.