“Ds” Riti democristiani di un partito malato

19/01/2007
    venerdì 19 gennaio 2007

    Pagina 9-Interni

      Retroscena
      Il leader e la sinistra

      Riti democristiani
      di un partito malato

        Riccardo Barenghi

        Ma alle 13, quando arrivano tutti i dirigenti diessini, ministri, capigruppo,
        sindaci, governatori e segretari, la riunione non comincia e non comincia nemmeno mezzora dopo, e nemmeno un’ora dopo. Fassino è in sala, D’Alema pure, mentre Mussi, Salvi e i suoi chiacchierano e ridono nel cortiletto interno.

        Finalmente entrano in gruppo ma ne escono dopo un rapido colloquio tra il segretario e il ministro dell’Università, nonché capo dell’opposizione interna. Niente da fare, l’accordo non c’è.

        E così i membri della commissione elettorale lasciano la sala dell’albergo tra gli sguardi attoniti dei presenti. Si saprà poco dopo che sono andati a riunirsi qualche centinaia di metri più giù, nella sede nazionale dei Ds, mentre tutti gli altri sono costretti ad aspettare. C’è poco da fare, tocca rassegnarsi.

        Così c’è chi va a mangiare qualcosa, chi si prende un caffè al bar dell’albergo («Costa tre euro, mo’ lo dico a Bersani », dice uno), chi si butta su un divano del Quirinale (inteso come Hotel), chi ne approfitta
        per fare shopping in mezzo ai saldi. E chi, come D’Alema, ha impegni alla Farnesina che lo lasceranno libero molte ore dopo, giusto in tempo per
        ascoltare le ultime battute di Fassino e poi votare l’intesa raggiunta anche grazie a lui.

        Due ore e mezzo più tardi finalmente si comincia ma l’accordo ancora non c’è, arriverà molto più tardi quando Fassino nella sua replica annuncerà con una certa sofferenza, e deludendo non pochi suoi sostenitori, il suo cedimento in nome dell’unità del Partito. La sinistra esce così vittoriosa da una prova di forza, più formale che sostanziale, e che ha avuto caratteristiche più misere che nobili.

        E che soprattutto ha dato l’idea, anzi l’esatta fotografia di cosa sia diventato il principale partito della sinistra italiana. Magari non sarà ancora un partito «allo sbando», definizione che ha fatto giustamente
        infuriare il segretario, ma che sia piuttosto malmesso non si può negarlo. O forse, meglio, un partito che ormai non è più uno e indivisibile ma almeno due, e già belli e divisi.

        Il primo dei due, quello maggioritario, quello diretto da Fassino e D’Alema, finirà probabilmente nella fusione con gli amici della Margherita, così da concretizzare finalmente quell’araba fenice denominata Partito democratico. Il secondo non sa ancora quale sarà il suo destino, ma è molto probabile che nel nuovo soggetto politico non entrerà, per cercare invece alla sua sinistra nuove sponde e approdi. Certo c’è il congresso da fare, con la sua battaglia politica che già si annuncia virulenta. C’è da contarsi e contare gli avversari per vedere chi vince e chi perde, e soprattutto verificare sul campo quanto si vince e
        quanto si perde. Certo, c’è da tenere sempre presente che si sta giocando una partita che rischia di avere ripercussioni serie sugli assetti del governo e della maggioranza che lo sostiene. Insomma, anche nello scontro, una certa prudenza è comunque consigliabile.

        Tuttavia, per evitare che la prossima direzione e i prossimi congressi di sezione e di federazione, fino al Congresso nazionale replichino il triste copione andato in scena ieri, assomigliando sempre di più alla vecchia Democrazia cristiana, sarebbe il caso di fare un po’ di chiarezza. Da una parte e dall’altra.

        Se ci credono sul serio, Fassino e D’Alema dovrebbero cominciare a dire che loro il Partito democratico lo vogliono fare a qualsiasi costo, così come ci ha confidato Antonio Bassolino prima dell’inizio dei lavori: «Abbiamo solo perso tempo, dovevamo farlo già anni fa». Come a dire: chi ci sta, ci sta. Dunque anche a costo del probabile se non inevitabile
        addio dei loro compagni di sinistra. In fondo, se considerano la loro
        scelta politica così fondamentale per il Paese, tanto che il segretario
        l’ha paragonata al New Deal di Roosevelt e all’unificazione delle due Germanie, vale la pena rischiare di perdere qualche pezzo pur di giungere alla meta.

        E i pezzi che andrebbero persi, ossia Mussi, Salvi e compagni, a loro volta, farebbero bene ad annunciare con forza e ragioni politiche, se ci credono sul serio, che loro nel Partito democratico non entreranno. Pagando i prezzi che si pagano in questi casi, prezzi di visibilità politica, di ruoli di governo e di rappresentanza. Altrimenti si continuerà a navigare in una sorta di ipocrisia che non serve a nessuno degli attori in campo. E nemmeno al governo che, fino a prova contraria, appartiene a tutti loro.