“Ds” Piero, un leader in guerra per l’ultima sfida (R.Barenghi)

22/01/2007
    sabato 20 gennaio 2007

    Pagina 10 – Interni

    Analisi
    Fassino segretario sotto assedio

      Piero, un leader in guerra
      per l’ultima sfida dei Ds

        Riccardo Barenghi

          Nessuno nomina la parola crisi, ma tutti o quasi parlano di debolezza, fragilità, difficoltà, approccio burocratico, mediazioni sbagliate, cedimenti, paura di complotti e così via. Il soggetto è Piero Fassino. L’ultimo episodio è quello accaduto l’altro ieri, quando il segretario ha ceduto alle pressioni della sinistra interna concedendo il voto segreto non solo sulle persone ma anche sulle mozioni. Ma è appunto solo l’ultimo episodio di una serie, cominciata forse proprio quando il leader dei Ds non è riuscito a gestire al meglio la candidatura di Massimo D’Alema alla presidenza della Camera e poi al Quirinale, proseguito poi col braccio di ferro con lo stesso D’Alema su chi dovesse entrare al governo. E poi, più recentemente, con le sue reazioni giudicate liquidatorie di fronte agli abbandoni di Nicola Rossi e Peppino Caldarola, alle dure critiche di Mercedes Bresso. E con la sua intervista a «Repubblica» («O si cambia o si muore»), poi costretto a smentirla nei fatti grazie all’intervento di D’Alema (ancora lui) e sfociata nell’incontro pacificatore con Franco Giordano, sfociato a sua volta nella retromarcia di Caserta. E ancora, segnalano dal suo partito, i ripetuti allarmi contro chi vuole «delegittimare i Ds», i poteri forti, il «Corriere della Sera»…

          «Il problema – spiega un dirigente che non vuole comparire, ma che fa parte della maggioranza anche se di estrazione dalemiana – è invece che c’è un forte malessere dentro il partito, altro che complotti o assedi. Il segretario dovrebbe liberarsi da questa sindrome e cercare piuttosto di suscitare passione politica visto che stiamo andando incontro a una sfida piuttosto seria. Chiamiamola come vogliamo, ma qui si sta parlando della fine di un grande partito della sinistra e dell’inizio di una nuova avventura. Non possiamo arrivarci per rassegnazione o inerzia. O perché, come sento dire in giro, “non possiamo fare altro”».

          Un altro dirigente piuttosto deluso, anzi proprio arrabbiato, è Gavino Angius. Non ha digerito la mediazione di Fassino con Mussi, e adesso deve decidere insieme ai sostenitori della sua mozione se ritirarla o candidarsi alla segreteria (lui o il bolognese Mauro Zani). Decideranno domani e al momento l’ipotesi più probabile non è quella del ritiro. «E’ inutile nasconderci che siamo di fronte a un’evidente fragilità del gruppo dirigente, tanto che molti della maggioranza – li ho visti io con i miei occhi – non hanno votato la proposta del segretario. Qualcuno di loro gliel’ha anche detto in faccia, come Antonello Cabras: “Sui principi non si può trattare”. Invece Piero ha trattato, ha ceduto e ha sbagliato».

          Molti altri invece danno atto al segretario di aver fatto la scelta giusta, altrimenti il Congresso sarebbe cominciato con una spaccatura sulle regole di vita interna. Lo dice Sergio Cofferati da Bologna e lo ripete anche Gianni Cuperlo da Roma: «Senza l’accordo le conseguenze sarebbero state pesanti. Diciamo che almeno abbiamo evitato un bagno».

          Tuttavia il problema Fassino esiste anche se tutti escludono una sua sostituzione in corsa. Caldarola, che ormai ha un piede e mezzo fuori dai Ds, non ha paura di parlare francamente: «D’Alema non è riuscito nella sua operazione di mandare Fassino al governo e sostituirlo con Bersani. Per farlo avrebbe avuto bisogno di più tempo, di un rinvio del congresso. Ma la Margherita si è opposta e Bersani pure. E così oggi ci ritroviamo un Fassino indebolito e un D’Alema che lo circonda di sé e dei suoi uomini e lo costringe a mediare con la sinistra, esterna come Rifondazione o interna come è successo giovedì a microfoni aperti. Una sorta di commissariamento in diretta, insomma, che certo non è il massimo per un leader alla vigilia di un congresso decisivo». Eppure Fassino è stato eletto segretario grazie soprattutto a D’Alema che lo ha candidato e sostenuto. «Sì – conclude Caldarola – ma nonostante l’immenso sforzo che Piero ha fatto per resuscitare la Quercia, è stato costretto ad applicare una linea politica che non era la sua, visto che lui è sempre stato più sensibile al socialismo europeo che non ai democratici americani. E poi non è riuscito a creare una squadra forte come invece fece Massimo negli Anni Novanta. Infine, ricordiamoci che D’Alema è come la mantide religiosa, quella che si mangia il marito dopo l’accoppiamento».