“DS” Mussi, strappo con commozione

20/04/2007
    venerdì 20 aprile 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    Mussi, strappo con commozione
    «No a Piero, la sinistra evapora»

      Oggi l’addio. «Ci terrei molto a mantenere i rapporti personali»

        DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
        Aldo Cazzullo

          FIRENZE — Alla fine Berlusconi applaude. Lui no. Il mangiacomunisti batte convinto le mani a un discorso pieno di Camere del Lavoro, ruolo storico del Pci, compagne e compagni. Lui, «nato sotto un altoforno», «figlio della Piombino operaia», amico di Fassino e D’Alema fin dalla giovinezza, resta a braccia rigide. A Livorno, il giorno di quell’altra scissione del 1921, Bordiga avrà applaudito Turati? Probabilmente no. Nel dubbio, Fabio Mussi non applaude Fassino.

          «Mussi segretario di partito! Il sogno di tutta una vita da impiegato, al prezzo di una piccola scissione!». La vignetta di Vincino, che sul Corriere lo punta da settimane, era impietosa. Mussi ieri si è ribellato: «La nostra non è una scissione». Sono loro, quelli della maggioranza Ds, che se ne vanno. «Stanno facendo un partito in cui non mi riconosco». Fassino si è commosso nel chiederle di restare. «Che c’entra? Anche io mi sono commosso». A dire il vero era apparso chino sul banco a prendere appunti. «Siamo fatti di carne. Fassino ha toccato corde profonde. Ma la razionalità ci impone di andare avanti. Del resto, qualche dubbio sulla sua relazione il congresso l’ha avuto: si respirava un’atmosfera sospesa, di attesa». Del suo intervento di oggi, è ovvio. L’unico dubbio resta se fare come i seguaci di Bordiga e Gramsci a Livorno, lasciare in massa il teatro subito dopo la conclusione del capo, che stavolta è lui. Lo è diventato ai tempi dei girotondi e all’ombra di Cofferati, ora altrove. Indimenticabile la sua relazione al culmine del «biennio rossiccio» (la definizione è di Peppino Calderola), in un convegno all’Ambra Jovinelli, in cui Mussi espresse tutta la sua calda fiducia nell’avvenire: «La destra ci trascinerà indietro in un medioevo delle istituzioni e dell’anima, popolato di latifondisti del video, soldati di ventura, bande tribali!».

          Impiegato, proprio no. Mussi, invece, è personaggio di spessore. Vecchio Pci di Piombino, Fgci, Normale di Pisa, dove ha affinato appunto la razionalità e conosciuto D’Alema, sulle scale del pensionato per studenti. «Avevamo due borse a testa, una per mano. Sentimmo un frastuono. I fascisti avevano tentato di metter su una manifestazione per i colonnelli greci, quelli di sinistra avevano reagito. Mollammo le borse e ci precipitammo. Capitando in mezzo a un massacro infernale. Ci conoscemmo così, nel furore della battaglia. Massimo era asciutto come un’acciuga, aveva i baffetti appena accennati e una testa enorme tutta ricci. Io ero magro, portavo un gran ciuffo nero sulla fronte e non avevo ancora i baffi». Ieri Fassino l’ha abbracciato e baciato. D’Alema si limita a una pacca, poi gli indica il posto accanto a Reichlin. I mussiani precisano che respingeranno l’invito di Fassino a restare nel partito, ma eviteranno l’uscita in massa dal Palasport. L’intervento di oggi si annuncia ancora più ottimista di quello del Mussi girotondino: «Nello stadio tecnologico in cui si trova l’umanità, l’incremento del consumo di materia ed energia disegna una curva catastrofica!». A Firenze non è apparso altrettanto angosciato.

          «In questi quarant’anni ho affrontato diversi momenti difficili, cambiamenti profondi, svolte. Ogni volta mi sono preso la libertà di dire quel che pensavo». Non è vero che è stato sempre all’opposizione. «L’ultima volta che ho votato la mozione di maggioranza, lo slogan era: "Una grande sinistra in un grande Ulivo". Oggi l’Ulivo è più piccolo e la sinistra ammaina le insegne. Evapora». In effetti Mussi è il più coerente con la stagione dei movimenti e della critica da sinistra alle segreterie dei partiti. Altri del Correntone che simpatizzarono per i girotondi, da Bassolino alla Melandri, non ci sono più. In serata quel che resta della sinistra del partito era riunita per una cena frugale, crostini di milza, ribollita e chianti, per decidere il da farsi. Si diffonde la voce che Fabio parlerà a mezzogiorno, sciogliendo l’imbarazzo: tutti i delegati, non soltanto i suoi, lascerebbero il congresso, ma per andare a pranzo. Potrebbe essere una delle ultime volte, a ricordare l’altra relazione di Mussi: «Qui si mette a rischio la biosfera, le condizioni basilari di produzione e riproduzione della vita!».

          Irremovibile, si augura almeno di non perdere le amicizie. «Ci terrei molto a salvare i rapporti personali. Quando nel ’94 ci fu il ballottaggio D’Alema-Veltroni, andai da Massimo a dirgli: ho deciso, voto Walter. Lui non mi ha mai portato rancore». Portare rancore a Mussi è quasi impossibile: anche gli avversari gli riconoscono correttezza, simpatia e talento per le battute, riservate negli ultimi tempi al partito democratico (la migliore: «Fondere cristianesimo e illuminismo era il grande problema irrisolto di Kant; ora ci provano Fassino e Rutelli»). Se ne accorse anche Berlusconi, che dopo averlo schernito — «la sua faccia è una via di mezzo tra Hitler e un salumiere» — lo invitò a cena. «Fu una serata memorabile, una gara di battute» ha raccontato Mussi. Ieri Berlusconi appariva rilassato e disponibile, alle riforme e all’intervento in Telecom. Più preoccupato Mussi, che ha il problema dell’approdo. La coerenza socialista lo porterebbe verso il rinato Psi, dove però troverebbe De Michelis e le insegne del garofano. Più probabile l’accordo con Bertinotti, che socialista non è. Alla festa della ribollita si decide che è meglio restare al congresso ed evitare sceneggiate: «Siamo gente seria, noi». Il capo è chiuso in albergo a limare l’intervento, che si annuncia denso, colto, ricco di citazioni. Quell’altra volta aveva evocato Krugmann, Albraith, Adorno («In gioventù a me molto caro»), Tversky e Kahnemann: «Il presente immediato è governato dal cieco caso. Si gioca a dadi; ma il tuo numero non esce mai».