“DS” Mussi: io, Massimo e lo strappo della vita

23/04/2007
    lunedì 23 aprile 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

    Colloquio
    Dopo la scissione

    Mussi: io, Massimo e lo strappo della vita

      Jacopo Iacoboni
      Inviato a Fiumicino

        La foto dell’ultima separazione nella storia della sinistra la scatti a Fiumicino, il mare davanti e una giornata già estiva. Massimo D’Alema qui tiene la barca Ikarus, comprata in leasing e oggetto di torve ironie da parte di destra e similia, ma oggi non c’è; Fabio Mussi invece qui è venuto a passare la sua prima domenica da ex (diessino), a mangiar pesce «alla buona», dice ora. Le due sinistre.

        È pomeriggio, una tranquilla passeggiata, gli occhiali neri col sole riflesso sull’acqua davanti, una coppia di amici e l’inseparabile Luana accanto, e il capo della sinistra di quella che fu la Quercia si ferma e riflette. «Sono toccato, ma non avevo dubbi sullo stile di queste persone». Parla, ovviamente, dei leader che lascia. D’Alema l’ha elogiato tantissimo, a Firenze ha narrato un aneddoto di quando loro due, giovani comunisti («ma Fabio allora era molto più importante di me, io non avevo responsabilità particolari, lui era già nel comitato centrale del Pci»), erano contrari alla radiazione dei compagni del “manifesto”, raccontando – non se ne aveva grande notizia, finora – che anche lui era vicino alle posizioni di Pintor & co., a quei tempi: «Eravamo da quella parte, sia io sia Fabio».

        Il quale però (questo è attestato) poté votare contro la radiazione. Ora su un punto corregge D’Alema: «È vero, in quel novembre del ‘69, quando espellono Pintor, Rossanda, Natoli, io ero in comitato centrale, ma a lungo il ballottaggio era stato se eleggere me o Massimo, e la storia s’è ripetuta per un po’, io o lui, lui o me, chi va in Puglia e chi in Calabria. Quella volta potevano benissimo scegliere lui, ma toccò a me». Prosegue: «È vera la storia che andammo sulle montagne della Lucchesia in moto. Però anche Massimo confonde certi ricordi, e probabilmente schiaccia un po’ le posizioni. Per esempio, la mia prima figlia Valentina, che lui ha citato, è nata nel ‘72, tre anni dopo la radiazione del “manifesto”, dunque non potevo annunciargli che Luana era incinta… Massimo confonde forse momenti che abbiamo vissuto insieme. In quella occasione gli dissi invece che mi sarei sposato, e gli chiesi di farmi da testimone, lui e Marco Santagata, poi diventato uno dei più insigni petrarchisti».

        Scherzi della memoria, forse rivelatori di una volontà di ri-raccontarsi la storia, di uno dei due «vecchietti». «Certo la mia uscita è una cosa che non ha incrinato nulla del legame con Massimo». Alcune telefonate l’hanno ulteriormente rasserenato: «Mi hanno chiamato Valentina e Gaia, (le figlie, ndr.) del tutto solidali. Vede, la mia posizione l’ho illustrata al congresso, si aprono due Costituenti, sarebbe bello se alla fine avessero successo entrambe. Ora posso aggiungere che se il partito democratico venisse fuori digeribile, non troppo schiacciato sui veti della Chiesa, se fosse almeno laico…».

        Non dice chiaramente cosa farebbe; si limita a gioire per Ségolène («adesso tutta la sinistra italiana la appoggi»); ma è assodato che il nesso non è rotto. «Io sono sempre stato un uomo “di sinistra”, un radicale, ma nel senso di radical, lo stesso di The Nation, che è la regola negli Stati Uniti. Radical vuol dire radicalità delle posizioni, ma fermi obiettivi di stabilità. Noi…». Sta per ripetere quel pronome identitario che è il passepartout dei momenti difficili anche per Massimo, Walter, Piero, e lo fa due volte: «Noi siamo gente educata così, alla cultura di governo, all’avversione per ogni forma di estremismo, a una chiara visione nazionale… Semplicemente, penso che il Pd non riuscirà a rappresentare tutto quanto c’è di meglio nella sinistra italiana».

        Impensabile che questa «koinonìa» si perda, adesso. «Sono stati giorni difficili», dice. «Non uno ma un’intera settimana, tutto il tempo che ho passato a rileggere quell’intervento. È stato, l’ho detto, il più difficile della mia vita, perciò era meditato profondissimamente, ogni parola è stata pesata non due ma quattro volte. Le parole sono importanti, anche per la gente che mi ha seguito; le cose non devono nascere male. Se devo giudicare ora, mi pare che l’effetto finale sia stato raggiunto. Siamo gente con dignità, questa è la nostra pasta». I soliti “compagni di scuola”, ma Mussi qui sussulta: «Questa storia dei compagni di scuola è ingenerosa. Se fossimo stati dei meschini avremmo potuto vivere come dei pascià, e aspettare la morte naturale del Pci. Non lo abbiamo fatto, mettendo in gioco tutti noi stessi, e rischiando. Io mi fermo qui».

        Figurarsi se storie così possono essere scalfite da un congresso senza lacrime. Mussi, davvero era con Veltroni sabato sera a teatro (il Tenda di piazzale Clodio, per la cronaca) a vedere Roberto Benigni in «Tutto Dante»? «Mi ha fatto enorme piacere passare quella serata (vuole forse dire «proprio quella»?, ndr.) con Walter. Benigni mi ha preso sottobraccio e m’ha detto «oh, qua mi so stufato, pure io ‘un ce la faccio più, quasi quasi faccio come Mussi, me ne vo anch’io».