“Ds” L’addio di Rossi scuote la Quercia

04/01/2007
    giovedì 4 gennaio 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    centrosinistra
    riformisti in crisi

    L’addio di Rossi scuote la Quercia

      Non rinnovata la tessera
      «Troppo radicalismo».
      Per l’economista
      «la sinistra non è
      più innovatrice»

        Amedeo La Mattina

          ROMA
          Nicola Rossi non rinnova la tessera dei Ds e in una lettera a Piero Fassino spiega che il suo gesto è dovuto al deficit riformista della Quercia («su questo terreno la sinistra ha esaurito tutte le energie»). L’economista pugliese che è stato consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, sostiene che certe posizioni del partito lo fanno sentire a «disagio», ma si rende pure conto che le sue idee «liberal» procurano «imbarazzo» ai suoi ormai ex compagni. Fassino è molto amareggiato perché Rossi non riconosce quanto impegno riformista i ministri diessini stanno mettendo nell’azione di governo. Per non parlare poi del fatto che a battere i pugni sul tavolo per «un cambio di passo» e per la «fase 2» è stato proprio il leader dei Ds, anche a costo di creare dissapori con Romano Prodi.

          Per questo Fassino, replicando a Rossi, osserva che si tratta di questioni da porre non ai Ds ma al governo. E che «in nessun momento le posizioni di Nicola Rossi ci hanno creato imbarazzo: i Ds sono impegnati ogni giorno ad affermare nell’azione di governo un chiaro profilo riformista». Poi c’è da fare i conti con la realtà della politica: «Rossi sa quanto me che una politica di riforme deve fare i conti con ostacoli e resistenze, e che possono essere superate solo se coloro i quali credono nel riformismo, anzichè separarsi, rafforzano ancora di più la loro unità e la propria determinazione».

          Secondo Caldarola invece Rossi ha ragione perché i partiti si sono trasformati in «clan personali dove i battitori liberi sono spinti ai margini». «Il mio è lo stesso disagio di Nicola. A differenza di lui – spiega Caldarola – ho deciso di portare a termine la battaglia congressuale, ma nel momento in cui nascerà il Partito Democratico come somma di due partiti personali, non escludo di gettare la spugna». A comprendere le ragioni di Rossi è anche un altro esponente dell’area riformista dei Ds, Umberto Ranieri. Il quale invita a riflettere sui «problemi politici e di funzionamento del partito che hanno condotto Nicola Rossi a queste decisioni». Ma non tutti gli esponenti dell’area «liberal» accettano di bocciare il governo sul fronte riformista. Ad esempio Enrico Morando ritiene un «errore» non valorizzare i risultati della Finanziaria. Così come un errore è dire che «le posizioni massimaliste sarebbero prevalse». Il presidente della commissione Bilancio del Senato ricorda che questa estate la sinistra antagonista aveva sostenuto che il rientro del deficit era «un problema inesistente, per cui bastava una manovra piccola per stare dentro gli obiettivi di Maastricht». E che un eventuale maggiore gettito dovuto alla lotta all’evasione, sarebbe dovuto servire a finanziare nuova spesa. «Ecco – precisa Morando – questa posizione non è passata. C’è stata una battaglia politica e in parte l’abbiamo vinta noi riformisti». Per Morando, insomma, il braccio di ferro tra riformisti e sinistra antagonista è aperta.

          Il gesto di Rossi comunque pone molti interrogativi alla Quercia. Il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro ricorda quanto sia difficile il cammino delle riforme nel nostro Paese: «Rossi ricorda bene quali furono le furiose reazioni di molte categorie e ordini al decreto Bersani-Visco. La strada per le riforme presuppone molta fatica e molta pazienza». Anche perchè, aggiunge Pieluigi Castagnetti, nella coalizione convivono diverse sensibilità. Insomma, dice l’esponente della Margherita, «governare è più complicato che lavorare in un centro studi». Per Castagnetti fa bene Prodi a essere cauto sulle pensioni, perchè certe scelte si fanno costruendo quel «consenso nel Paese che con la Finanziaria si è attenuato». Rossi lascia i Ds ma rimane nel gruppo dell’Ulivo. Nella Quercia l’auspicio è che la frattura si possa risanare. Se lo augura Nicola Latorre. Non sembra però che Rossi abbia intenzione di fare marcia indietro. Tuttavia Latorre ricorda su alcune questioni «l’elaborazione di Rossi ha segnato in maniera determinante le nostre posizioni, penso alla questione meridionale». Allora, l’Unione deve o no fare i conti con un deficit di riformismo? Secondo Emanuele Macaluso il problema è ancora più grave. C’è una crisi del sistema politico. «Con una coalizione che va a Ferrero a Mastella e una maggioranza come quella del Senato, come si fa a fare una politica riformista?». Macaluso ironizza su Prodi che va in giro con il suo «librone del programma sotto braccio». Dovrebbe invece dire che certe riforme non le può fare e che il riformismo con queste maggioranze composite sono impraticabili: «Ogni volontà è paralizzata». Ma su una cosa Macaluso è certo: che la lotta dei riformisti va fatta dentro i Ds, non certo nel Partito Democratico insieme alla Margherita.