“Ds” La prospettiva del Pd ha riaperto i giochi

30/03/2007
    venerdì 30 marzo 2007

    Pagina 13 – Politica

    Retroscena
    La prospettiva del Pd ha riaperto tutti i giochi

      Ds, il ritorno di D’Alema

        Obiettivo: riequilibrare il potere dei fassiniani e pesare nel Partito democratico

        FEDERICO GEREMICCA

        Naturalmente uno potrebbe chiedersi che logica c’è nel voler prendere (o riprendere) il controllo di un partito in via di scioglimento. Potrebbe chiederselo, per dire, di fronte all’«offensiva di primavera» lanciata dagli ex democristiani contro Francesco Rutelli, costretto a trattare accordi dopo anni di leadership solitaria e indiscussa nella Margherita. E potrebbe chiederselo – magari a maggior ragione – alla luce (ma sarebbe meglio dire all’ombra) di quanto sta silenziosamente avvenendo tra i rami della Quercia in queste difficili settimane di vigilia congressuale. Lì, i rivolgimenti – e non parliamo né di Mussi né di Angius, ma del grande correntone che fa capo a Fassino e D’Alema – i rivolgimenti, dicevamo, sono assai più impalpabili, discreti, ma non per questo meno insidiosi: e sorprendentemente, sono in corso tutti all’interno della mozione che vincerà il congresso. «D’Alema si sta riprendendo il controllo del partito», si sente ripetere a Montecitorio e nei corridoi del Botteghino. Con l’ironica aggiunta: «Ammesso che l’avesse mai perduto». Ma supposto che questo sia vero, la domanda è: perché mai D’Alema dovrebbe volersi «riprendere il partito», visto che la ditta è praticamente già bella e liquidata?

        Fuori dal coro
        Intanto, non è semplicissimo trovare conferme al fatto che il ministro degli Esteri, nonché vicepremier e presidente dei Ds, stia tentando di riprendere il pieno controllo dei Ds. A meno che non si cerchi qualche voce fuori dal coro. Tipo quella di Peppino Caldarola, ex dalemiano, certo, ma anche ex portavoce della mozione-Fassino un paio di congressi fa. Quindi, uno che sa di cosa si parla: «C’è qualcosa di paradossale, visti i tempi: ma per la prima volta sta nascendo davvero il “partito dalemiano”. Non era mai accaduto prima, e infatti faceva bene Massimo a dire “i dalemiani non esistono”. Oggi, invece, i dalemiani devono esistere: e quindi si stanno organizzando. Parliamo di un gruppo influente – spiega Caldarola – che mette assieme ministri, parlamentari, amministratori, militanti di base e poi quella rete personale di rapporti che D’Alema ha con compagni che lo seguirebbero anche se decidesse di rifondare il Pci». E’ questo gruppo – questo movimento – che sarebbe entrato in azione nei congressi fin qui svoltisi e che starebbe facendo man bassa dei delegati eletti per la mozione Fassino-D’Alema.

        Per riprendersi il partito? «Intanto, un occhio ai delegati lo diamo perché sono loro che, a voto segreto, rieleggeranno il presidente dei Ds», confida un uomo dello staff del ministro degli Esteri, ricordando che il presidente non ama fare brutte figure. Ma non è soltanto questo. Cioè, avere la maggioranza dei delegati di maggioranza è soltanto il mezzo per raggiungere il fine. Che Nicola Latorre – membro della segreteria diessina e dalemiano oltre ogni immaginazione – riassume più o meno così: un riequilibrio ai vertici del partito. «Prendiamo la segreteria – spiega Latorre -. E’ evidente che non potrà essere più intesa per come lo è stata finora: un organismo di fiducia del segretario e dai compiti esclusivamente esecutivi. Se questo è il Congresso che ci incammina verso il Partito democratico – annota Latorre – allora c’è bisogno del massimo della rappresentanza di ogni area». Provando arbitrariamente a tradurre: deve finire lo strapotere dei fassiniani. In segreteria e altrove. Quanto alla guerra dei delegati, Latorre non conferma. Oppure sì: «I delegati della nostra mozione – giura – vogliono al 100% Fassino segretario e sono convinti dell’impianto politico di Massimo D’Alema».

        Riprendere il controllo del partito. Certamente è quel che vogliono gli ex dc della Margherita; forse è ciò a cui punta anche il «partito dalemiano» nei Ds. Ma perché, visto che l’una e gli altri stanno per fondersi nel Partito democratico? La risposta ha in sé, forse, un sapore amaro per chi in questi anni ha creduto in un Pd che fosse l’incontro di partiti e movimenti, associazioni e circoli, ambientalismo, pacifismo e quant’altro: e cioè, visto che il Partito democratico rischia di trasformarsi nella fusione di due soli partiti – e di due stati maggiori – allora è meglio stare con peso e a pieno titolo nei gruppi dirigenti che, finiti i congressi, detteranno regole e ruoli per il Grande Partito che verrà. Può non piacere. Ma onestamente non esistono tante altre spiegazioni a questa altrimenti incomprensibile corsa al controllo di ditte in dichiarata liquidazione. E che la corsa al controllo esista, non lo negano – naturalmente – gli uomini più vicini a Francesco Rutelli: ma neppure il giro stretto dei collaboratori di Piero Fassino. «Già, c’è qualche segnale di nervosismo», si limita ad annotare Roberto Cuillo, storico portavoce del segretario diessino, e da lui catapultato a occuparsi di quell’inferno che è il mondo dell’informazione. «Forse per reazione a quello che è il vero fatto nuovo di questa tornata congressuale».

        Un plebiscito
        Il fatto nuovo sono 200 mila iscritti ai Ds entrati nelle cabine delle sezioni del partito per scegliere (a voto segreto) Piero Fassino come segretario. Un plebiscito. O meglio – per ricorrere ad un termine più appropriato – una sorta di primarie con investitura popolare. Il congresso nazionale, insomma, si limiterà a proclamare il risultato di questa inedita (perché a voto segreto) procedura congressuale. Tutto questo per dire, evidentemente, che un segretario eletto direttamente dal «suo» popolo, ha poco da temere da eventuali congiure di palazzo. Sia come sia, l’«offensiva di primavera» degli ex dc contro Rutelli ed il lavorìo del «partito dalemiano», stanno segnando la vigilia congressuale di Ds e Margherita. Portando in chiaro, tra l’altro, un aspetto tristemente paradossale della lunga marcia verso il Partito democratico: la debolezza e gli affanni con i quali stanno avvicinandosi alla meta i segretari dei due maggiori azionisti del Grande Partito che verrà, cioè Fassino e Rutelli. Sarà la durata del loro regno (il primo eletto nel 2001, il secondo un anno dopo), sarà il non brillantissimo risultato elettorale ottenuto da Ds e Margherita poco meno di un anno fa, resta il fatto che mai le leadership dell’uno e dell’altro erano apparse così insidiate. Ieri è stato chiesto a Piero Fassino se si senta candidato alla guida del futuro Partito democratico, e lui ha risposto così: «Lo vedremo. Non credo di avere meno titolo di altri». Ha ragione. Forse ne avrebbe addirittura qualcuno in più. E magari anche questo c’entra con certi lavorii di questa strana vigilia congressuale.