“Ds” Il liberal che D’Alema portò a Palazzo Chigi

04/01/2007
    giovedì 4 gennaio 2007

    Pagina 4 – Politica

    IL PERSONAGGIO
    Professore economista con studi in Inghilterra e un passaggio in Bankitalia: il suo scopo la modernizzazione

      Il liberal che D’Alema portò a Palazzo Chigi

        di Oreste Pivetta / Milano

        Nicola Rossi, dimettendosi dai Democratici di Sinistra, poteva immaginarsi lo scandalo nella cerchia dei suoi, non certo il fiume di lacrime sulle sorti del riformismo italiano, lacrime che talvolta sono dilagate in un de profundis senza neppure una fiammella di speranza all’orizzonte. Persino Sandro Bondi, uomo di ferro irrigidito al fianco di Berlusconi, si dice commosso: «Le parole con cui spiega la sua sofferta decisione non possono lasciare indifferenti…».

        Il cinquantacinquenne professore di Canosa ha colpito nel segno, ha sciolto qualche benda che nascondeva le ferite della sinistra italiana. C’è chi legge le dimissioni di Nicola Rossi per quello che appaiono: l’abbandono di un partito, mantenendo il posto di parlamentare alla seconda legislatura nelle file del centrosinistra italiana. Vale a dire: Nicola Rossi c’è ancora e continuerà a lottare con noi, se pure con l’autonomia che la sua apprezzata intelligenza merita e con il rilievo che sicuramente non gli mancherà, in Parlamento, nei convegni o sulle pagine del Corriere della Sera. Non lo si può nascondere: è un peccato che Fassino si sia perso Rossi, proprio nel momento in cui si dovrebbero cementare i primi mattoncini del nuovo Partito democratico.

        Forse aveva ragione un celebre collaboratore del Corriere, Francesco Giavazzi, in un editoriale che si apriva con un elogio e che si chiudeva con una domanda carica di rammarico: «I Ds hanno mandato al governo nove ministri, sette viceministri e venti sottosegretari. Proprio non c’era un posto per il professor Rossi?». Rossi un posto se lo sarebbe trovato al “tavolo dei volonterosi”: accanto a Bondi, a Polito, a Capezzone, per una finanziaria di unità nazionale, di crescita e di tagli alle spese. Sarebbe finita male e sarebbe stato il primo segnale preoccupante, che avrebbe dovuto lasciare presagire il distacco futuro.

        Di posti in realtà il professor Rossi in passato ne ha meritati più d’uno, nel corso di una lunga carriera tra gli studi e il lavoro, tra Roma e la sua terra di Puglia, che gli sta sempre nel cuore, al punto che per iniziativa legislativa sua (primo firmatario della legge insieme con Giannicola Sinisi) è nata nel 2004 la provincia di Barletta-Andria-Trani, al punto di figurare alla presidenza del Consorzio di tutela per la denominazione di origine controllata Rosso Canosa.

        Non sono comunque questi i passi, tra la neonata provincia e la promozione vitivinicola, che ne possono illustrare l’impegno politico, che si legge tutto nella sua battaglia per la modernizzazione in senso liberal del paese. Anche in questo caso corre in aiuto Giavazzi: «Rossi propone di mandare in pensione anticipata 100.000 dipendenti pubblici (su un totale di oltre 3 milioni e mezzo) e sostituirne due su dieci con nuovi assunti giovani. Poiché una pensione costa allo Stato il 65 per cento del salario di un dipendente pubblico, si risparmierebbe anche se i nuovi assunti fossero tre per ogni dieci prepensionati». Una «cosa intelligente», scrive Giavazzi. Una ricetta alla Thatcher, come lo stesso Giavazzi si preoccupa di sottolineare. Alla maniera di un altro professore, comunista alla nascita, Pietro Ichino, che aveva proposto di andare a stanare i «nullafacenti» dell’amministrazione statale. È evidente la possibilità di sinergia. D’attualità, cioè di queste ore, anche le proposte in materia pensionistica: meno ai padri e più ai figli. Ricetta che sarebbe equa, se i padri navigassero nell’oro. Ricetta che scopre però i tentennamenti in casa ulivista: il ministro Damiano vorrebbe solo la «manutenzione», il professor Rossi gli rinfaccia che la manutenzione già la prevede la legge Dini, adeguando i coefficienti di trasformazione.
        Chi volesse meglio intendere le idee di Nicola Rossi ha a disposizione i suoi libri e uno in particolare, pubblicato dal Mulino, “Riformisti per forza”, una rapida camminata tra i vecchi errori e la cultura nuova che dovrebbe spianare la strada del riformismo. Con una tesi centrale: che la sinistra per esser riformista dovrebbe riprender in mano la questione della rappresentanza sociale.

        I dati biografici e molte altre informazioni si ricavano dal suo sito: «Laureato in legge con il massimo dei voti e la lode nell’Università di Roma La Sapienza, ha conseguito il Master ed il Dottorato in Economia a Londra presso la London School of Economics». Ha lavorato in Banca d’Italia e al Fondo monetario internazionale, ha insegnato nelle università di Roma, Venezia, Modena, tra il 1993 e il 1997 è stato membro del consiglio tecnico scientifico per la programmazione economica, collaboratore di ministri (come Vincenzo Visco), consigliere economico di un presidente del consiglio, come Massimo D’Alema. Poi la doppia elezione: nel 2001 e l’anno scorso. All’Unità, per diventarne editorialista durante la direzione Caldarola, era stato presentato da un campione del riformismo come Alfredo Reichlin. La sua vita fu anche nel mirino delle Br che -lo si apprese nei processi – volevano colpire il governo di centrosinistra e che alla fine scelsero di uccidere Massimo D’Antona.