“Ds” I feudatari in cerca di leader

19/01/2007
    mercoledì 17 gennaio 2007

    Pagina 4- Politica

      Retroscena
      Il grande travaglio

      I feudatari Ds
      in cerca di leader

        Augusto Minzolini

        ROMA
        Nessuno si nasconde il pericolo, a parte Piero Fassino: è proprio vero, la Quercia rischia di esplodere. «Il partito è poggiato su un barilotto di polvere da sparo» ironizza Luciano Pettinari della minoranza interna. «Sta evaporando» rimarca Fabio Mussi. Ma anche sul versante degli ulivisti più convinti la musica non cambia: «Non sottovalutiamo i problemi» sottolinea il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, mentre Nicola Latorre, proconsole dalemiano, parla di «rischio altissimo».

          E il problema non sono solo gli addii di personaggi di rilievo come Nicola Rossi, ex consigliere economico di Massimo D’Alema, o dell’ex direttore dell’Unità, Giuseppe Caldarola, in contrasto con la linea programmatica e la prassi diessina. La questione è ancora più complessa, ha diverse sfaccettature e un’unica motivazione. La decisione di non andare al congresso della Quercia da parte di Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte. I cinquecento iscritti di Genova che tutti insieme, in polemica con le candidature per le comunali, escono dal partito. Oppure la scelta di aderire alla mozione congressuale di Fassino con un documento a parte accarezzata dall’ex dalemiano romano e ora veltroniano, Goffredo Bettini, o dal ministro Giovanna Melandri, o, magari, dal sindaco di Bologna Sergio Cofferati. Ed ancora gli esponenti che quotidianamente aderiscono alla terza mozione congressuale di Gavino Angius e altri, ebbene sono tutti segnali che dimostrano solo una cosa: che il partito è già esploso.

            In realtà siamo già in piena crisi di autorità: nel corpo della Quercia tutti si stanno mettendo in proprio per poter contrattare il proprio ruolo nel nuovo partito Democratico grazie alla forza di cui dispongono oggi nel vecchio partito diessino. Per usare come metafora il medioevo nessun “barone” ds si affida all’autorità dell’attuale monarca, cioè al segretario ds, ma si rivolge direttamente al nuovo Imperatore di oggi Romano Prodi, o di domani Valter Veltroni che già arruola i suoi seguaci girando per l’Italia. Insomma, nel “neo-feudalesimo” diessino i dirigenti medio-alti stanno mettendo in discussione l’autorità di Fassino e puntano a far contare direttamente sul piatto del Partito Democratico le proprie baronie nel vecchio partito, nel corpo elettorale o negli enti locali per potersi garantire un futuro. Si attrezzano, insomma, con metodi democristiani per reggere il confronto con i compagni di strada di domani, cioè gli ex democristiani della Margherita. «Che cosa fa la Bresso? – si chiede Pettinari – Toglie la delega a Fassino perché il suo ingresso nel partito Democratico vuole trattarlo da solo».

              Chi non si accorge del fenomeno in corso è l’attuale segretario che ancora ieri dichiarava orgogliosamente: «E’ una rappresentazoione caricaturale, noi non ci sciogliamo e non andiamo a casa». O quel D’Alema che con la sua linea “minimalista” rischia di assecondare questo processo: «Noi – osserva uno dei suoi colonnelli in buonafede – soffriamo per problemi strutturali e perché una parte del nostro ceto politico si sta ricollocando pensando al futuro. Il realismo di D’Alema si fa carico della salvaguardia del governo. Predilige il “low-profile” ben sapendo che se si perseguono obiettivi troppo ambiziosi alla fine in queste condizioni prevale sempre Rifondazione e il suo rapporto con Prodi».

                In realtà è proprio l’approccio “minimalista” che rischia di logorare l’autorità del gruppo dirigente della Quercia. «D’Alema rischia di essere un apprendista stregone – rimarca Caldarola – il suo prodismo acritico ha messo in crisi la leadership di Fassino e sta minando la sua. Quando lui chiamerà a raccolta i suoi non troverà nessuno perché avranno già giurato fedeltà all’imperatore di domani Veltroni».

                  Un rischio che qualche settimana fa Fassino ha tentato di scongiurare mettendo in corsa per la leadership del partito Democratico anche D’Alema e Rutelli. Un espediente spuntato visto che nessuno può immaginare una concorrenza a Veltroni se già oggi si abdica a Prodi sia sul piano programmatico, sia su quello politico. Sul piano programmatico, infatti, il vertice di Caserta si è chiuso con il trionfo dell’asse Prodi-Rifondazione e la conseguente crocifissione di Fassino. A livello europeo il futuro del partito Democratico non contempla l’adesione al Pse. Sui pacs Franco Grillini e fuori di sé: «Non contiamo niente. I ds sono sotto il bastone di Rutelli e dei Teo-dem. Ogni giorno ricevo centinaia di sms che mi chiedono che ci sto a fare in questo partito. Siamo solo donatori di sangue. Prodi e Parisi non sono cambiati: prima volevano far fuori i comunisti, oggi i ds».

                    All’arrendevolezza sul confronto programmatico si unisce anche quella sugli equilibri del futuro partito. Si prospetta una fusione con una rappresentanza del 50% nel nuovo partito sia per i Ds, sia per la Margherita, malgrado il rapporto elettorale sia ben diverso. E per non modificare questo equilibrio sta andando in atto un’altra strana partita sulle amministrative: Rutelli per non contarsi vuole andare al voto con liste unitarie; Prodi, da parte sua, sta tentando di rinviare il più possibile la data delle elezioni (si parla di giugno). Se queste condizioni si verificheranno la Quercia non potrà rivendicare nel nuovo partito una rappresentanza superiore a quella della Margherita.

                      E’ ovvio, quindi, che in una situazione del genere la maggior parte del gruppo dirigente diessino tratti per salvaguardarsi con l’Imperatore di oggi (Prodi), o quello di domani (Veltroni). Gli altri (tipo Rossi o Caldarola) per avere un futuro dovranno fondare un altro partito. «Craxi – ricorda Caldarola – nella fase di maggior espansione del compromesso storico per contrapporsi al conservatorismo democristiano e a quello comunista ebbe l’intuizione di ridare slancio alla vecchia idea socialista. Oggi noi dobbiamo fare la stessa cosa».