“Ds” Gavino candidato per caso (M.Feltri)

23/01/2007
    martedì 23 gennaio 2007

      Pagina 11 – Politica

      Persone

        Gavino
        candidato
        per caso

          Mattia Feltri

            ROMA

            Per Gavino Angius – come per il suo sosia, l’attore Toni Servillo – le conseguenze dell’amore potrebbero essere devastanti. Stasera alle 18, per dire, sarà a Napoli, all’hotel Alabardini, situato secondo toponomastica freudiana in piazza dei Martiri, e lì vuoterà il suo zainetto della struggente memoria, cosa che gli capita periodicamente. Diciamo, ogni diciassette-diciotto anni. Le tappe della storia – se vogliamo metterla giù dura – gli impongono di guardarsi dentro, e specialmente dentro il bagaglio della vita. Un’inquietudine che il cinico Piero Fassino ha sprezzantemente raso al suolo: «Anche allora, nell’89, Gavino Angius era ostile al nuovo che avanzava».

            Allora, nell’89, era ostile o quantomeno perplesso sul percorso che, nel 1991, avrebbe portato alla nascita del Partito democratico della sinistra sulle ceneri comuniste. Oggi è ostile o quantomeno perplesso sul percorso che dovrebbe portare alla nascita del Partito democratico (non abbastanza della sinistra) sulle ceneri di un sacco di cose.

            E siccome gli uomini politici vengono sovente appesi a quello che sostennero, e all’esatto opposto che poi hanno sostenuto, è giusto stavolta sottolineare la coerenza quasi filologica di Angius. Al comitato centrale del Pci, novembre 1989: il nuovo partito dovrebbe essere «uno strumento per una nuova azione politica»; all’Unità, luglio 2006: il nuovo partito sia «uno strumento per la realizzazione di un progetto politico». Allora: «Il pericolo vero non è quello di far nascere un partito radicale di massa, ma quello di far sorgere una specie di partito elettorale di massa»; oggi: «Purtroppo però anche le ragioni di fondo per la nascita del partito nuovo non (…) possono essere motivate dalla convenienza elettoralistica». Allora: «Un partito della sinistra non può acconciarsi a rappresentare la società, ma deve agire sulla realtà per trasformarla»; oggi: «Mi riferisco a un sistema di valori che aiuti a “intelligere” la società contemporanea e a offrire risposte alle sue domande». Allora: «Ciò che non va disperso, invece, è quel nucleo teorico, quella finalità precipua che sta a fondamento di un grande movimento». Oggi: «Un punto di vista percepibile, un nucleo (…) che diano il fondamento di un nuovo partito».

            Nonostante le perplessità, nel ‘91 il Pds si fece e Angius vi rimase, rinunciando a seguire i puristi di Sergio Garavini in Rifondazione. Vedremo se si farà anche il Partito democratico e quale sarà la scelta di Angius, il quale, intanto, in vista del congresso Ds, è il concorrente perduto, come lo fu Giovanni Berlinguer nel 2001. Berlinguer era lo stendardo del Correntone, l’area massimalista dei Ds, i preservatori delle radici che ora sono affidate a Fabio Mussi.

            I due, Gavino Angius e Giovanni Berlinguer, hanno in comune la città di nascita, Sassari, e probabilmente un destino: di fare la parte in commedia e venire tritati dalla maggioranza. E però Berlinguer, fratello di Enrico e nel 2001 settantasettenne, aveva l’aria di quello «senza nulla a pretendere».

            L’età e il cognome – oltre a una più che soddisfacente carriera accademica – erano il suo romantico arsenale, e l’annunciata sconfitta poteva anche essere interpretata come una medaglia da sbattere in faccia ai nuovi pragmatici di partito.

            Gavino Angius, secondo le moderne teorie, a sessant’anni (compiuti a novembre) è un leader in piena corsa. E il curriculum – laurea in Scienze politiche, segretario cittadino a Sassari e poi regionale, membro della segreteria nazionale (del Pci, del Pds e dei Ds), deputato dall’87, poi senatore e capogruppo a Palazzo Madama – è quello del superortodosso di sezione venuto su durante la guerra fredda, e senza legittimazioni nell’intellettualità universitaria o nella parentela stretta.

            La sua cifra risiede specialmente nel ruolo di frontman che ricopre da qualche tempo, e per sua medesima ammissione. «La metà del tuo prestigio discende dalla televisione. Il peso della posizione si accresce proporzionalmente al comparire del tuo volto nei talk show di informazione politica», dice a chi gli rimprovera di stare sempre da Bruno Vespa. E ci sta con uno stile così rigoroso da ispirare a Gene Gnocchi la più terribile delle punizioni: «Trascorrere le vacanze estive in compagnia di Angius».

            Oltretutto le regole faticosamente stabilite per il congresso di aprile a Genova impongono ai presentatori di una mozione di indicare il candidato alla segreteria. E così lui, che della famosa Terza Mozione è il portabandiera, pare condannato a mettere il peso della posizione coltivata in tv nella sfida diretta e disperata a Piero Fassino. E l’impressione è che difficilmente si ripeterà l’esito indolore della dolce impennata passatista di Berlinguer. Qui ci saranno i vincitori e i vinti, riguarda pure Mussi, e tutto comincia questa sera a Napoli, in piazza dei Martiri.