“Ds” Fabio e la tentazione della scissione (GA.Stella)

20/02/2007
    martedì 20 febbraio 2007

    Pagina 17 – Politica

    Fabio il «pugile»
    e la tentazione della scissione

      Gian Antonio Stella

      Il giorno in cui Silvio Berlusconi disse che aveva la faccia «per metà di Hitler e per metà di un salumiere» rise: «Non ha mai saputo distinguere le persone perbene dalle altre». Quando Umberto Bossi lo chiamò «Musso, hi-ho, hi-ho» invitandolo a «studiare Gramsci, somaraccio» ammiccò: «E me lo dice un professorone come lui?». Perfino quando Claudio Velardi lo definì «un fallito» fece spallucce.

      Incassatore di spirito, si caricò per anni il peso di andare lui in tv quando il partito veniva bastonato dal voto: «Allora chi va fuori? Ho capito. Vado io». Questa volta, però, pare che a Fabio Mussi si sia rotto qualcosa dentro.

      Tutta colpa di una frase detta da Piero Fassino al Corriere di Bologna contro Katia Zanotti, una diessina emiliana che aveva denunciato alla direzione regionale del partito pressioni «antidemocratiche» e «intimidazioni» contro chi si schierava con la «mozione Mussi». «È una denuncia assolutamente infondata», aveva detto il segretario della Quercia. Ed è lì, dicono, che il figlio dell’operaio dell’Italsider («Il massimo della mia stravaganza? Nascere sotto un altoforno») è avvampato: «La Zanotti non è donna che parla a vanvera. Mai». Di più: «Ogni tanto qualcuno chiama anche me per dirmi che riceve delle telefonate. Per esempio qualche parlamentare che ha firmato la mia mozione riceve telefonate in cui gli dicono: "Va bene, ma stai attento. Poi la prossima volta chi ti candida?"». Fine delle schermaglie tattiche. E dichiarazione di «guerra». Con una serie di bordate. Sul «partito che è diventato un gigantesco gioco dell’oca dove si torna sempre al punto di partenza». Sul «complesso di essere figli di un dio minore». Sul tentativo di fondere cristianesimo e illuminismo: «Era il grande problema di Kant, ora ci provano Fassino e Rutelli».

      Scontro aperto. Non che sia una sorpresa. L’aveva già detto un mese fa: «Stavolta non accetterò richiami patriottici del tipo "non sfasciamo tutto, guarda che ci sono le amministrative". Perciò chiedo di rinviare il congresso dopo il voto. Ma se il rinvio non c’è, vada come vada, non mi tappo la bocca. E se il congresso della Quercia finisce addosso al governo non è colpa mia».

      Non bastasse, tre giorni dopo, a chi gli chiedeva come mai avesse teso la mano al segretario all’assemblea di tremila segretari di sezione riuniti da mezza Italia al Palazzo dei congressi all’Eur, aveva risposto con un ghigno: «I pugili si danno sempre la mano sul ring, prima che il match cominci». Ma a sorprendere, in un clima che si fa sempre più aspro, è la durezza dello scontro.

      Che l’uomo sia un agonista si sapeva. E chi lo conosce sapeva anche che un giorno o l’altro se la sarebbe giocata, la sfida alla segreteria.

      Ancora una volta, lo stesso duello. Di qua lui, a contestare Fassino sul Partito democratico e far dire a un fedelissimo come Marco Fumagalli che «Piero si sta comportando come Ceausescu». Di là Massimo D’Alema, schierato al fianco di Fassino e convinto che «il Partito democratico deve proporsi come una grande forza di innovazione, autosufficiente e quindi capace di candidarsi, anche da solo, alla guida del Paese».

      È una vita che lui e Massimo, come Gabriel e Armand, i duellanti di Conrad, si sfidano. Si incontrarono la prima volta sulle scale del pensionato della «Normale» di Pisa: «Avevamo due borse a testa, una per mano. Dalla Casa dello Studente arrivava un gran casino. I fascisti avevano tentato di metter su una manifestazione per i colonnelli greci. Quelli di sinistra avevano reagito. Mollammo le borse sulle scale e ci precipitammo. Capitando in mezzo a un massacro infernale. Ci conoscemmo così, nel furore della battaglia, diciamo. Massimo era asciutto come un’acciuga, aveva i baffetti appena accennati e una testa enorme tutta ricci. Io ero magro, avevo un gran ciuffo nero sulla fronte e non avevo ancora i baffi». Da quel momento, «per tutta una vita, siamo andati al ballottaggio. Chi entra nel comitato centrale: Mussi o D’Alema? Chi va da Pisa a Roma: D’Alema o Mussi? Chi fa il segretario in Puglia: Mussi o D’Alema? E a capo della Fgci: D’Alema o Mussi?». Altri, raccontava, si sarebbero scannati: «Noi no». Restarono amici, assicurava, perfino dopo il «sondaggio» tra i militanti per scegliere il nuovo segretario tra «Baffino di ferro» e Veltroni: «Andai da lui e gli dissi: "Massimo, ho deciso di votare Walter". Altri avrebbero rotto, noi no».

      La frattura di questi giorni, così aspra nei toni, sfocerà nell’ennesima scissione dentro la sinistra? Si vedrà. Livornese di Piombino, il ministro dell’Università sa bene quanto gli scontri ideologici, gli irrigidimenti, l’inaridirsi dei rapporti di stima, lo sfarinamento di amicizie antiche possano portare a derive progressivamente impossibili da controllare. Accadde a Livorno nel 1921 con la drammatica scissione dei comunisti e poi giù giù con la scissione dei «piselli» di Giuseppe Saragat destinati a diventare socialdemocratici e poi dello Psiup e degli eretici del «manifesto» e dei rifondaroli dopo la nascita del Pds e poi del Movimento dei Comunisti Unitari e poi ancora dei Comunisti italiani dilibertiani e via così. Fino alla scissione delle molecole, con l’uscita da Rifondazione di vari gruppi di dissidenti portatore ciascuno dell’unica verità davvero comunista.

      Col risultato che l’aggiornamento delle scissioni a catena e la descrizione di tutte le correnti interne di Rifondazione occupa su Wikipedia quasi lo stesso spazio dedicato alla battaglia di Lepanto.

      In realtà, spiega Fabio Mussi a tutti quelli che incontra, non lo sa nessuno come andrà a finire: «Primo, perché noi puntiamo a vincerlo, il congresso. Secondo, perché se dimostreremo di avere comunque una grande forza interna, il cammino verso il Partito democratico si fermerà. E questo è l’obiettivo». Certo, sa bene che gli avversari dicono che non è una strategia mettersi di traverso. Per fare cosa, poi? Lui, però, tira diritto. Convinto di andare ad aggregare, alla fine, tutti quelli che non sono d’accordo sullo sbocco prefigurato da Piero Fassino. Quello sposalizio «coi Rutelli e le Binetti» che gli sembra contronatura e contro il quale, ogni tanto, rispolvera uno dei suoi diletti aforismi: «Conoscete la storiella di Bertrand Russel e della ballerina? Lei voleva un figlio da lui per fare un essere perfetto. Lui rispose: e se poi nasce con le mie gambe e con il tuo cervello?».