“DS” Epifani: «Il Pd sia partito del lavoro»

23/04/2007
    domenica 22 aprile 2007

    Pagina 9 – Politica/Oggi

    Epifani: «Il Pd sia partito del lavoro»

      Il segretario della Cgil: «Non dovrà essere equidistante tra imprese e lavoratori». Governo, «attese deluse»

        di Vladimiro Frulletti / Firenze

          NON INDIFFERENTI. Guglielmo Epifani, dal palco del congresso Ds (parlando come ospite perché non è delegato), usa questo termine per spiegare la relazione che ci sarà fra sindacato e Pd. La Cgil si manterrà autonoma, ma non a distanza. Non indifferente.

            E qui Epifani lancia due richieste precise alla platea congressuale diessina. Primo che il nuovo partito sia un partito del lavoro. Poi che aderisca al Pse e all’internazionale socialista. Un’adesione che il segretario del sindacato più grande d’Italia vede come «la vera cartina di Tornasole» per capire cosa sarà il Pd. Anche perché è quello il campo in cui si riconoscono le organizzazioni dei lavoratori.

              PARTITO DEL LAVORO. Epifani apprezza che Fassino e Rutelli abbiano entrambi usato questa definizione per il Pd. E riconosce che la scelta di dar vita a un nuovo partito è innovativa e anche coraggiosa perché non immune da rischi. Avrà infatti davanti quella che definisce la sfida «della qualità del riformismo». Sfida, aggiunge riferendosi a Mussi, che riguarderà «anche altri cantieri se e quando verranno aperti». Ma per il Pd vuol dire che «non ci può essere equidistanza e quindi indifferenza tra l’impresa e lavoro, tra imprenditori e lavoratori. Una cosa è l’attenzione al mercato. Un’altra cosa è ricostruire una buona stagione di tutele e diritti per il lavoro». Il che porta alla necessità d’alleanza fra lavoratori e consumatori e non a usare «la centralità del consumatore contro i diritti di chi lavora». Dentro la Cgil, spiega Epifani, ci sono opinioni diverse sul Pd. E quindi il sindacato rivendica la propria autonomia. Ma la Cgil, assieme a Cisl e Uil, spera di poter “esserci” nella fase costituente proprio per rimettere il lavoro al centro dei suoi valori fondanti. Un principio, fa notare amaramente Epifani, che nel documento dei 12 saggi è stato sottovalutato.

                IMPRENDITORI FANNULLONI. Del resto c’è una parte di imprenditori che non ha dato una buona prova di se’, dice fra gli applausi della platea congressuale. Sono quelli che hanno «preferito in questi anni rifugiarsi nei settori protetti e nelle rendite. Nelle scatole cinesi, dove con poco conti e controlli molto. Vale per loro, un termine che spesso viene usato per il mondo del lavoro, sono dei veri imprenditori fannulloni». E qui il battimani diventa boato. Ma Epifani critica anche il governo.

                  GOVERNO DELUDENTE. Passaggi che i delegati diessini non solo ascoltano con attenzione, ma sottolineano con applausi. Epifani si chiede perché a un anno dalla vittoria elettorale il governo di centrosinistra sia così «in difficoltà», registri «un calo di consenso evidente». C’è un malessere che tocca tutti: lavoratori, pensionati, ceto medio. C’è «disincanto e inquietudine nei tanti che hanno votato con fiducia e convinzione per il cambiamento». Eppure il governo qualche risultato l’ha ottenuto. La crescita, l’inflazione («almeno ufficialmente») sotto controllo, i conti pubblici in salute. La lotta all’evasione fiscale, il sostegno alle famiglie, la riduzione della precarietà. E poi il nuovo ruolo internazionale.

                    TICKET E PENSIONI. E allora cosa non va? Epifani dice che il centrosinistra paga la sua «esasperata divisione interna» e anche la mancanza di una maggioranza al Senato. Ma la vera ragione per il segretario della Cgil è che «troppe promesse» non sono state «mantenute nei fatti». La riduzione fiscale, i contratti non rinnovati, gli scarsi investimenti nell’istruzione e «una gestione dei ticket sanitari che ha creato tanta confusione e, com’era evidente, scarsi risultati». Per questo adesso la Cgil si aspetta una svolta dalla maggioranza. «Ci giochiamo molto. Non possiamo deludere le attese». Sulle pensioni chiede al governo di capire che che non tutti i lavori sono uguali e «c’è chi non può restare nel suo posto di lavoro neanche un mese in più dei suoi 57 anni». In più smonta l’idea (poi smentita dal ministro Damiano) di innalzare la pensione di vecchiaia a 62 anni per le donne. Chiede che sia rivista la disciplina del lavoro a tempo determinato «fonte di troppe ingiustizie», garantisce la disponibilità della Cgil a affrontare la riforma in tutte le pubbliche amministrazioni, ma chiede a Prodi di essere conseguente sui salari che lui stesso ha definito troppo bassi. Se così sarà la Cgil farà la sua parte. ma è anche pronta a «non firmare accordi». Indicazioni chiare per Prodi. E per il Pd.