“DS” E mezza Cgil se ne va (T.Boeri)

23/04/2007
    sabato 21 aprile 2007

    Pagina 35 – Lettere e Commenti

    E mezza Cgil se ne va

      Tito Boeri

        In molti lo hanno già celebrato o condannato, ma il Partito democratico ancora non c’è e il suo cammino appare tutt’altro che definito. Forse ne sapremo di più domenica sera, alla chiusura del secondo congresso in corso questo fine settimana, quello dei Dl-Margherita. Tuttavia un segnale importante, una svolta, c’è già: il futuro leader della nuova formazione non potrà più sostenere che il suo programma è uguale a quello della Cgil, come alla vigilia delle ultime elezioni politiche. Ieri, assieme alla sinistra Ds, mezza segreteria della Cgil ha deciso di chiamarsi fuori dal processo costituente. E Mussi, nel discorso d’addio, ha descritto il suo partito come quello che offre rappresentanza «politica e sindacale» al lavoro. In questo «politica e sindacale», concepite come un tutt’uno, c’è il segno di cosa viene lasciato alle spalle. Era una svolta destinata probabilmente ad avvenire comunque, perché Ds e Margherita hanno non uno, ma due sindacati di riferimento, Cgil e Cisl, oggi spesso su posizioni molto diverse tra di loro.

        La separazione fra rappresentanza politica e sindacale del lavoro è una svolta salutare. Per tutti. Un partito allineato al sindacato non potrà mai essere maggioritario. E un sindacato che diventa partito politico esclude molti potenziali aderenti e si pone al di fuori delle regole del processo democratico. Soprattutto quando i leader del sindacato non sono eletti dai lavoratori, e l’effettiva rappresentanza di queste associazioni volontarie non viene mai sottoposta a verifica, come in Italia. Per capire il significato della svolta consumatasi ieri, basti pensare che il New Labour di Tony Blair è nato proprio dall’eliminazione della regola che attribuiva al sindacato una specie di golden share nello scegliere i leader del partito. Da allora i membri del sindacato sono stati formalmente equiparati agli altri iscritti e oggi a Downing Street si discute se limitare anche la possibilità da parte dei leader sindacali di elargire donazioni ai partiti, per evitare che possano in questo modo condizionarne le scelte politiche. Anche la socialdemocrazia svedese non ha mai sovrapposto il suo ruolo a quello del sindacato: negli organismi tripartiti ha semmai cercato di ricomporre interessi di lavoratori e datori di lavoro.

        Il Partito democratico compie i primi passi in contemporanea col primo turno delle elezioni francesi. Come l’Italia, la Francia è in declino: scivolata dalla quarta alla ventesima posizione nella scala dei redditi pro capite, invecchia rapidamente, alimentando come noi un pericoloso conflitto intergenerazionale. In Francia due temi centrali della campagna elettorale di Ségolène Royal sono proprio la riforma delle relazioni industriali e l’incremento del salario minimo. Si può essere più o meno d’accordo con le proposte del candidato socialista all’Eliseo, ma il fatto importante è che questi temi siano parte integrante del suo programma elettorale. In Italia relazioni industriali e salario minimo sono entrambi argomenti tabù. Su questi temi è il sindacato a dettare la linea, che oggi è: meglio non parlarne, anche perché siamo troppo divisi a riguardo.
        Il Partito democratico potrà allora forse dire finalmente la sua su temi su cui si gioca il futuro del lavoro in Italia. Ci vuole più investimento in capitale umano lungo tutto l’arco della vita, una forza lavoro più istruita di quella italiana, per reggere alle pressioni competitive imposte dalla globalizzazione. Ma perché ci sia più investimento in capitale umano, occorre che la maggiore produttività che l’investimento in istruzione e formazione consente di ottenere sia premiata socialmente ed economicamente. Il nostro sistema di relazioni industriali fa di tutto per impedire che ci sia un premio al merito. Riesce, ormai, a chiudere i contratti solo in ritardo. Ma un contratto firmato due o tre anni dopo la sua scadenza serve solo a tappare i buchi, a recuperare in ritardo potere d’acquisto, senza alcun premio al merito. Non permettere di fare aumentare i salari davvero, assieme alla produttività.

        Certo il fallimento delle relazioni industriali in Italia non è colpa del solo sindacato. È responsabilità anche delle organizzazioni dei datori di lavoro e, più in generale, del conservatorismo che prevale nel capitalismo italiano, delle sue forme societarie che separano controllo da rischio d’impresa, spingendo i manager a perseguire obiettivi di breve periodo, fra cui non rientra la valorizzazione dell’impresa e del capitale umano ivi raccolto. Ma nessuna critica delle organizzazioni dei datori di lavoro, nessuna denuncia dell’inadeguatezza del capitalismo italiano e delle sue rappresentanze, sarà mai credibile quando proviene da chi si presenta come rappresentanza sindacale del lavoro. Anche perché il sindacato in Italia non ha capito di avere oggi un’opportunità irrepetibile per cambiare la faccia del capitalismo italiano: è quella offerta dallo smobilizzo del Tfr, nel favorire la nascita di investitori istituzionali che servirebbero a modernizzare il nostro capitalismo, imponendo orizzonti più lunghi al management delle aziende. Il sindacato italiano ha paura di essere protagonista di questa trasformazione: non sta facendo nulla per informare i lavoratori, lascia fallire il decollo dei fondi pensione.

        Forse nel difficile cammino del Partito democratico verrà rotto anche il tabù sulle tutele minime: salari minimi per chi lavora, e redditi minimi garantiti per chi è disoccupato. Sono un paracadute che dovrà raccogliere chi non dovesse farcela. Contribuiscono a ridurre la povertà, di cui tanto si è tanto parlato in campagna elettorale, per poi lasciare tutto come prima. Serviranno anche a stimolare tutti a investire e a rischiare, anziché inseguire i privilegi del proprio vicino o del proprio passato. Il sindacato fisserà i minimi (e i massimi se lo ritiene) per i suoi iscritti. Ai tanti, troppi, lasciati fuori, è bene che sia un partito politico a offrire rappresentanza.