“Ds” Divorziare per il riformismo (F.Ceccarelli)

04/01/2007
    giovedì 4 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pag.7) – Interni

    LA STORIA

    Divorziare per il riformismo

      C’era anche Rossi a fianco dei "Lothar" che salirono a Palazzo Chigi con il primo premier ex Pci

        La diaspora del team D´Alema
        che sognò di rifare la sinistra

          Filippo Ceccarelli

            «Nicola Rossi se n´è ghiuto e soli ci ha lassati!…». Chissà se vale la pena di rievocare quel beffardo corsivo – che poi occupa cinque pagine di libro – con cui nel lontanissimo 1951 Palmiro Togliatti diede conto ai lettori di Rinascita dell´abbandono di Elio Vittorini. Era la preistoria della Repubblica; e nel caso di oggi si può essere grati a Piero Fassino di non aver reagito con la demolitoria risolutezza del Migliore. Vittorini, oltretutto, non era neanche iscritto al Pci, tantomeno era un economista. Attenzione, però: «Era venuto con noi – scriveva Togliatti con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia – perché credeva fossimo liberali: invece siamo comunisti». Ma cosa sono oggi i Ds?

            Ecco il punto dolente dell´addio e del disimpegno di Nicola Rossi. Qualcosa che trascende la sua stessa persona, il suo stesso plausibile scoramento, e va al cuore di tutta la faccenda. Perché i legami si sciolgono, è normale; e in politica questo avviene con una certa frequenza. Nel caso dell´economista ex diessino c´entrerà pure un deficit di Riformismo, più altri trascurabili impicci magari non del tutto evidenti al momento di accettare l´elezione (o la nomina) a deputato nelle liste della quercia. Ma il campanello d´allarme, come si scrive in questi frangenti, rischia di suonare in realtà come una campana, anzi come un campanone, e per niente affatto a festa. Rossi apparteneva al nucleo duro, al cristallo, del potere dalemiano. L´attuale ministro degli Esteri l´aveva scoperto, consacrato e integrato nel gruppo dei suoi consiglieri e collaboratori sul finire del decennio scorso. C´erano Marco Minniti, Nicola Latorre, Claudio Velardi, Fabrizio Rondolino. Insomma lo "Staff del Segretario", come si erano fatti addirittura scrivere sulla carta intestata quando ancora stavano alle Botteghe Oscure. Tutti e quattro erano – e sono ancora – pelati, il che gli era valso il grazioso soprannome collettivo di Lothar, come l´enorme e menacciuto schiavo nero di Mandrake. Per la verità Rossi, che di capelli ne ha comunque pochi, sembrava interno, ma anche un po´ più esterno alla rinomata categoria. Era più che altro uno specialista, uno studioso di economia; e forse anche per questo appariva alieno da quell´immagine di allegra brutalità e cieca dedizione se non alla Causa, almeno alla figura del Capo, o del baffuto Mago dei fumetti. Anche per biografia D´Alema incarnava la tradizione non solo del Pci, ma di tutto un modo di concepire la politica. Sui Lothar si sprecarono negli anni leggende su leggende. Una di queste, divulgata ex post da uno degli attuali e principali collaboratori di Fassino, Roberto Cuillo, tramandò la progettazione e la messa in opera di ristrutturazioni murarie nel palazzo, pannelli alzati per impedire o scoraggiare contatti tra il nocciolo compatto del dalemismo e il resto dei funzionari del Bottegone. Quando nell´autunno del 1998 il segretario approdò a Palazzo Chigi, i Lothar effettivi e quelli di complemento si trasferirono al suo seguito e il loro nuovo ruolo negli affari del governo rafforzò, se possibile, la nomea di clan, di "partito nel partito". Anche queste sono cose che succedono, non solo in politica. Ma se nel frattempo i partiti vanno in malora, o nel migliore dei casi si trasformano in specie di tribù, o di fondazioni Italianieuropei, ecco che la questione si fa al tempo stesso più semplice e più complicata. Magari si potesse considerare il Riformismo, anche scritto con la maiuscola, come l´unico possibile rimedio alla grande secolarizzazione rossa; magari potesse frenare la crisi irreversibile del partito di massa; magari l´ormai decennale cicaleccio sul partito democratico potesse sostituire i simboli e il calore delle appartenenze. Così, già all´indomani della caduta di D´Alema, il Lothar capostipite, cioè Velardi, uscì dal cerchio magico della politica. Nel senso che si mise a fare l´imprenditore, l´editore, il consulente di marketing e mille altre cose. Oggi lavora a Palazzo Grazioli, sopra Berlusconi, scrive libri di successo, organizza eventi, spegne le candeline sulle torte nei SuperCafonal di Dagospia e per mestiere non disdegna di prestare la sua opera anche agli avversari del centrosinistra. Ha anche arruolato la Pivetti, per dire. Rondolino, d´altra parte, il vero regista del risotto a Porta a Porta, se n´era già dovuto andare ai tempi della Presidenza del Consiglio, per via di un buffo "scandalo": alcune pagine hard-core che illuminavano, in verità oscurandolo, il suo secondo romanzo di argomento esistenziale e aeroportuale. L´ "intempestiva intervista di un familiare", come si disse di Bianca Rosa Fanfani che aveva straparlato con Gianna Preda, lo trascinò alle dimissioni. Ma certo ha saputo reinventarsi, e con successo. E´ giornalista, compone fiction, fa bei programmi televisivi, è stato uno degli autori del Grande Fratello. Alla fine della giostra, dei Lothar dalemiani restano al loro posto solo l´elegantissimo sottosegretario Minniti e il simpatico senatore Latorre, l´unico diessino selezionato come insegnante in un corso di formazione a cura dei circoli di Dell´Utri. Sono ancora due figure importanti. Ma anche sul piano contabile con l´abbandono di Rossi, come si vede, non solo piove sul bagnato, ma ci si scivola anche. Nel senso che forse anche la diaspora di questi personaggi, per chi abbia occhi e cuore per notarlo, indica o addirittura conferma qualcosa di assai più profondo. In generale: la fine del partito come comunità di elezione e di destino. In particolare: l´eventualità che tra i possibili esiti dei ds, più che una più o meno irrilevante scissione, ci sia la dissoluzione. In fondo, di fronte all´addio di Vittorini, Togliatti aveva ben ragione a sentirsi tranquillo fino al sarcasmo: "Se n´è ghiuto e soli ci ha lassato". Ma non sarà che soli, di questo passo, D´Alema, Fassino e compagni rischiano di ritrovarcisi per davvero?