“Ds” Cosa capita sotto la Quercia? (F.Ceccarelli)

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

    Prima Pagina (segue a pag.15) – Interni

    IL CASO

      Ma cosa capita sotto la Quercia?

        Addii al partito e dissensi si susseguono ma la soluzione è far finta di nulla. E il progetto dell´Ulivo non sconfigge la stanchezza

          Quel male oscuro che sta sgretolando i Ds

            Filippo Ceccarelli

              Molto semplicemente, e con qualche preoccupazione: cosa sta succedendo nei ds? Non passa giorno senza qualche guaio, tessere non rinnovate, disimpegni congressuali, frammenti, riflessi, indizi di smobilitazione. Ma quel che più colpisce, a pensarci bene, e allarma, sono i modi in cui questo accade. Perché non c´è rabbia né animosità nella forma degli addii, non c´è passione politica, culturale e forse nemmeno esistenziale, ma solo un lento e monotono chiamarsi fuori. Tutto si consuma all´insegna dell´ineluttabile: «Mi arrendo» ha detto ieri l´onorevole Caldarola. E il capo della minoranza, il ministro Mussi, che pure poteva giocarsi in termini politici quest´ultimo abbandono, non ha trovato di meglio che ricorrere alle leggi della fisica: è l´«evaporazione» dei ds.

              Che strano modo di manifestare una crisi. E di illustrarla facendola convivere, nella campagna per il tesseramento, con un depliant che sotto il simbolo della quercia reca lo slogan: «Io ci credo». Ecco, quanti ancora «ci credono», là dentro? E quanti altri, in giro per l´Italia, semplici iscritti o militanti che siano, non hanno già silenziosamente anticipato la rinuncia dei vari Rossi, Bresso, Caldarola, Turci, De Giovanni, De Luca, Soriero, Polito?

              Sull´inesorabile rassegnazione del partito esiste anche un film-verità, «Il fare politica», che molto dall´esterno (il regista è belga, Hugues Le Paige) ha ripreso con la telecamera e raccontato la storia ventennale (1982-2002) di quattro compagni del Pci di un paesino rossissimo della Toscana, Mercatale. E insomma: alla fine, l´amara novità è che uno solo tra loro è rimasto nei ds. Gli altri, per vari motivi, se n´erano andati. Né francamente, viene da dire, la suggestione di un ipotetico partito democratico sembra in grado di rovesciare l´esito non solo narrativo dell´eloquente cortometraggio.

              Al centro la stanchezza è visibile a occhio nudo, e forse pure contagiosa. Ogni tanto (è accaduto tre volte negli ultimi mesi) il segretario viene fischiato, ma il giorno dopo la questione è come ridimensionare l´episodio, la protesta. Al momento di decidere i sottosegretari, escluso un potente notabile, alcuni della periferia sono piombati a Roma a dar calci sul portone del Botteghino. Ma al dunque è bastato sbarrarlo per chiudere la questione di chi avesse deciso le poltrone, e perché. Così come del resto non s´è capito tanto bene in che modo siano state stabilite le norme e ancora di più le deroghe nella formazione delle liste dei deputati e senatori da far eleggere, a tutti i costi.

              Alla lunga, far finta di nulla diventa una soluzione. Quando non se ne può fare a meno, si trasforma immediatamente in una faccenda da relegare agli spin-doctor e agli esperti di marketing. Tutto passa, anche il «tifo» per Consorte. L´importante è che i conti siano in ordine – e che l´amministratore Sposetti ne possa andare fiero. Di tanto in tanto l´Unità attacca, ma pazienza. Gli iscritti sono 600 mila, il secondo partito in Europa dopo la Spd. Ma in vista del congresso ci sono pacchi di contestazioni, alla moda proto-democristiana; e l´unica figura di spicco che abbia preso, anzi ripreso la tessera ds negli ultimi tempi, è Primo Greganti, il «compagno G», intestatario del conto «Gabbietta». L´annuncio in occasione del lancio del suo libro intervista, «Scusate il ritardo» (Memori, 2006), scritto in collaborazione con quell´altro compagno, Luciano Consoli, entrato nel business del Bingo anche con l´obiettivo, s´infervorava, di ripristinare i vincoli sociali.

              Lo stato dei rapporti personali, fra dirigenti che si conoscono da una vita e da una vita e mezza non fanno che stare tra loro, è apparentemente normale. Però l´impressione, il dubbio, il sospetto, è che tra via Nazionale, la Camera, il Senato, i ministeri, le fondazioni, i comuni più importanti e i governatorati della periferia i dignitari diessini non si possano più vedere l´un l´altro. Alcuni nemmeno si salutano più. E tuttavia anche questa discordia permanente è acquisita come un dato inevitabile, e non come lo sgretolamento di quella che almeno all´inizio si poteva considerare una comunità.

              Da questo punto di vista, la gestione e i simboli del potere – 26 auto blu censite al recente workshop di Sesto San Giovanni – funzionano come l´esatto contrario del collante. Se horror vacui e cupio dissolvi risultano equamente distribuiti su un versante ritenuto trascurabile della vita interna (qualità del clima interno, privilegi elitari, tessere impicciate), su un piano più strettamente politico il partito denuncia una obiettiva «perdita di ruolo», come l´ha definita Emanuele Macaluso. Ma anche qui, pur con tutta la diffidenza per le ricadute apocalittiche, l´interrogativo riguarda forse la tenuta complessiva dei ds. Il vuoto di progettualità. L´inadeguatezza del gruppo dirigente. L´asfittico dibattito culturale. In ultima analisi: la perdita di senso della propria missione.

              Fin troppo facile dare la colpa a questo o a quello. Ma anche impossibile, al momento, riconoscere qualcuno che abbia cercato di invertire il processo. Molto semplicemente, forse: il partito di massa sta crollando sui ds, come su tutti gli altri. In questi casi si dice sempre che non tutto è perduto. Ma almeno è necessario riconoscere lo schianto, il fumo e l´odore dei calcinacci.