“Ds” Congresso: confronto più acceso

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

    Pagina 4 – Politica

    Congresso Ds, confronto più acceso

      Dopo Nicola Rossi, si «arrende» Caldarola. Che attacca Angius: la terza mozione sta con Fassino

      di Simone Collini / Roma

      «MI ARRENDO. Ormai è chiaro che tutta questa operazione è finalizzata soltanto all’autoriproduzione del vecchio ceto politico». Ne ha per tutti, Giuseppe Caldarola. Per il segretario Piero Fassino e la sua proposta di dar vita al Partito democratico, ma anche per i suoi ex compagni di mozione. Ex, perché l’esponente Ds ha deciso di non partecipare al congresso di primavera. Una decisione che ha maturato nelle ultime settimane, dopo che una serie di episodi lo hanno convinto che «come dire? c’è stato un drammatico equivoco». Le ultime ventiquattr’ore le ha passate col telefonino attaccato all’orecchio. Ieri mattina è stato pubblicato sul “Corriere della Sera” un suo intervento che si chiudeva con un laconico «mai vista una grande storia buttata via in modo così cinico e sciatto» e che più chiaro non poteva essere: «Mi arrendo di fronte al congresso Ds. Non lascio la tessera, come ha fatto Nicola Rossi, perché in quel partito c’è, tra strappi e continuità, la gran parte della mia vita, perché quella comunità è la mia famiglia politica. Fino a che ci saranno politicamente i Ds, resterò lì. Dopo aprile, liberi tutti». E quel «mi arrendo» ritorna nelle conversazioni del pomeriggio, con però una spiegazione aggiuntiva: «Non è una rinuncia alla battaglia. È solo spostata su un altro piano, sul dopo. Perché è evidente che il Partito democratico non sarà il mio partito».

      Come era stato qualche giorno fa per l’addio di Rossi, anche la decisione di Caldarola di non partecipare al congresso suscita numerose reazioni dentro la Quercia. A cominciare da quella del coordinatore del partito Maurizio Migliavacca, che sostiene che «c’è ampio spazio perché Caldarola e anche altre opinioni possano partecipare», a quella del leader della seconda mozione Fabio Mussi, che sostiene che «si va verso l’evaporazione dei Ds, per compattare il partito occorre interrompere le procedure di lancio del Pd», a quella Gavino Angius, che spiega: «Sono molto dispiaciuto per la sua decisione di non partecipare al congresso. Questo però dimostra che il progetto attorno a cui si sta costruendo il cosiddetto Partito democratico, fa acqua da tutte le parti».

      Ma è proprio con i suoi ex compagni di mozione che se la prende soprattutto l’ex direttore de “l’Unità”, nonché ex portavoce di Fassino (per tutta la campagna congressuale del 2001) e «l’unico autorizzato a dirsi dalemiano» (come disse una volta D’Alema). «Ho dato la firma nella fiducia di un documento alternativo, e quando ci siamo visti per le prime riunioni sembravamo tutti d’accordo: no al Partito democratico, permanenza nel Pse, impegno per una forza socialista». Poi c’è stata la prima assemblea nazionale della terza mozione: «Sono arrivate tre, quattrocento persone e lì ho detto che nonostante la stima personale nei confronti di Fassino, i congressi sono una cosa seria e se non si condivide la linea del segretario non si può votarlo, si deve presentare un candidato alternativo. Nelle conclusioni Angius questa questione non l’ha trattata per niente. Due giorni dopo, però, c’è stata la svolta: al Consiglio nazionale Angius ha fatto un intervento non particolarmente duro e Brutti ha chiuso il suo dicendo: svelo il mio voto segreto, voterò Fassino. Non è questa la normale dialettica congressuale».

      Caldarola va avanti nel racconto. Durante quello stesso Consiglio nazionale il deputato dell’Ulivo ha avuto un colloquio con Mussi: «Mi ha detto: se vogliamo fare una battaglia congressuale comune, la mia candidatura non è prendere o lasciare, si può anche accantonare e vedere di lavorare su un documento comune. L’ho riferito alla successiva riunione della mozione, ma la risposta è stata che non se ne faceva niente». Aspira la sigaretta e continua: «Dopo le feste ci vediamo e mi trovo di fronte al una mozione già bella e scritta, da Angius e Brutti. Trenta cartelle, al massimo emendabili, in cui si dice che il problema non è il Pd ma la procedura seguita. Ho accantonato il documento e, dato che nel farci gli auguri Mussi mi aveva ribadito la sua disponibilità a unire le forze per fare massa critica e fermare l’accelerazione verso il Pd, ho proposto di organizzare come minimo un confronto con la sinistra. Mi hanno risposto di no: non è la nostra linea, con la Mussi non c’è possibilità di incontro, semmai, se incontro ci deve essere, deve esserci con Fassino. A quel punto ho capito che, come dire, c’è stato un drammatico equivoco». Guarda all’oggi e scuote la testa per il domani: «Il problema di fondo è che i Ds sono gestiti da una classe dirigente che da 30 anni è la stessa, che stava nella segreteria di Berlinguer, che oggi sta al comando e che, anche quando decide che serve un ricambio generazionale, sceglie lei a chi tocca». E ora?: «Vado al mio congresso di sezione a Bari, dico la mia, non voto nessuna mozione, a meno che non vi siano fatti nuovi, ma non credo. E dopo il congresso, una volta sciolti i Ds, mi metto al lavoro».