“DS” Compagni addio: l’ultimo giorno (A.Cazzullo)

23/04/2007
    domenica 22 aprile 2007

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    IL RACCONTO

      Compagni addio:
      l’ultimo giorno
      della famiglia ds

        Lodi a Berlusconi, sparisce l’Internazionale. L’Annunziata: ora la baracca è chiusa

          Aldo Cazzullo

            FIRENZE — La maternità di Livia Turco, dibattuta nel partito — famiglia o impegno? — al punto da indurre Antonello Trombadori a sbottare: «E che è, la Madonna?».

            I maglioni perenni di Fulvia Bandoli e gli zainetti di Franca Chiaromonte. Baffi: quelli di D’Alema, che Berlusconi non ancora ammansito descrisse «tremanti in una risata di sconcia allegria», e quelli di Occhetto, a Firenze rivalutato e rimpianto dall’altro baffuto Mussi e dal glabro Veltroni. Le lacrime di Marida Bolognesi, asciugate dalla scena simbolo del congresso: la più passionale delle deputate diessine che si getta tra le braccia del Cavaliere. L’ultimo giorno dei Democratici di sinistra.

            Piero Fassino, cui si deve l’ultimo pianto della storia postcomunista, ha diffidato i cronisti dallo scrivere «un coccodrillo del nostro partito; perché esso è storia di uomini e donne, e questa storia continua». Ma anche gli uomini e le donne non sono più gli stessi, dopo sedici anni di addii. I «grandi vecchi» sono altrove, portati via dal tempo o da altre scelte: Ingrao in Rifondazione, Giovanni Berlinguer con Mussi, Macaluso tentato più dalla costituente socialista che dal Partito democratico definito «un accrocco senza futuro»; è rimasto solo Reichlin, che ieri ha accolto incredulo l’omaggio del congresso in piedi, a salutare quel che resta del Pci. In apertura, Fassino aveva citato anche qualche nuovo arrivato. Al nome di Ivan Scalfarotto, un brusio di delegati un po’ offesi: «Perché lui sì e io no?». Sempre qui a Firenze, nove anni fa, veniva battezzata la «Cosa 2»: il Pds acquistava Schietroma e Valdo Spini ma perdeva la «P». E poi astri sorgenti e altri eclissati, Anna Finocchiaro repentinamente assurta a nuova Madonna e Antonio Bassolino che ha parlato a una platea di sedie vuote e schiene girate, il pragmatismo emiliano-romagnolo di Pier Luigi Bersani da cui chiunque comprerebbe un pedalò usato e il rigorismo fuori moda di Luciano Violante.

            Sarà meno credibile da domani l’antiberlusconismo, antica ragione sociale dei Ds, dopo la calda accoglienza al Cavaliere e l’elogio pubblico di D’Alema: «Berlusconi è venuto qui perché avendo una percezione profonda del Paese intuiva che stava accadendo qualcosa di importante…». È seguita rievocazione di una gita sui colli pisani sulla moto di Mussi, che gli annunciò prima di non volersi unire ai compagni del Manifesto, poi di attendere una figlia: «Oggi la bimba di Mussi è una scienziata, mentre noi vecchietti siamo ancora qui a litigare». Come quella volta che, sulla spiaggia di Tirrenia, Massimo e Fabio cominciarono per scherzo a fare la lotta, e ci presero gusto tanto che il giorno dopo si presentarono al partito «pesti e ammaccati» (Fasanella- Martini, D’Alema, Longanesi 1995). Venerdì sera i delegati hanno ascoltato in silenzio, subendo con il consueto masochismo la frusta del padrone del partito, che poi li ha rassicurati ricorrendo al linguaggio iniziatico: «Blocco sociale», «nuovo internazionalismo»; «extra ecclesiam nulla salus», principio cattolico ma comunque familiare agli ex comunisti, e ancora: «Il socialismo non è un bambolotto di pezza», incomprensibile alle persone normali ma in realtà parafrasi di una citazione di Mussi alla Bolognina. Lessico famigliare il cui sottotesto era: compagni, se ve lo dico io, potete fidarvi e venire nel partito nuovo. A rafforzare il concetto, ieri ha sorriso accondiscendente a un delegato timido: «Non chiamarmi ministro; chiamami compagno».

            Qualcosa di importante è accaduto davvero a Firenze, perché i Ds sono sempre stati percepiti dagli intellettuali, dai media e anche dagli istituti di sondaggi come qualcosa di più grande della dimensione reale: sulle tabelle oscillavano sempre tra il 22 e il 24, poi si votava davvero e prendevano il 17. Ma intanto conquistavano municipi — Torino, Firenze, Bologna, Roma, ora forse Genova —, Regioni — Piemonte, Liguria, Umbria, Emilia, Toscana, Campania… —, ministeri che uniti a quelli della Margherita rappresentano i tre quarti del potere pubblico, per un partito in corso di costruzione accreditato del 25% dei voti. Anche questa è egemonia, tecnica politica («tekné politiké» disse D’Alema a un’ammirata platea di demitiani avellinesi), orgoglio identitario. Che ora però si piegano al disegno di un professore di Bologna, un esterno, un dilettante. Sui Ds aleggiava ancora l’aura del grande Pci, quel mito del comunismo italiano per cui un’idea sbagliata ovunque a Sud delle Alpi era giusta o almeno nobile. Da qui il senso di alterità antropologica, di superiorità morale ereditata della consuetudine con Berlinguer e un po’ oscurata da quella con Consorte, per quanto le cooperative «restino quasi una riserva di etica protestante» (sempre D’Alema). «Così siamo padroni di una banca» si congratulò Fassino; ma, come chiarì Violante, era un vezzo linguistico piemontese.

            Un personale politico di prim’ordine, sopravvissuto per un patto silenzioso alle rivalità incrociate, alcune divenute generi letterari («D’Alema non è il mio nemico ma il mio amico; ho celebrato io il suo matrimonio con Linda, nel ’93 siamo anche andati in vacanza insieme a Sabaudia» si accalora spesso Veltroni. L’anno dopo in vacanza era andato da solo: D’Alema l’aveva battuto nella corsa alla segreteria, e alle piccole Martina e Vittoria fu spiegato che «zio Massimo ci ha salvato le ferie»). Un accomodamento fu trovato anche dopo due anni di guerra interna per la guida della sinistra, il «biennio rossiccio» dei girotondi, con la sconfitta di Cofferati (che Fassino chiama «Cofferrati»: ieri, due volte) ormai dedito a Bologna e alla prossima paternità, il rientro in maggioranza della Melandri che al congresso ha portato la figlioletta, l’addio di Folena e ora di Mussi.

            Ultima volta in famiglia. Ultimo giorno con le bandiere rosse, portate via come ricordo dai militanti irriducibili. Per prendere l’abitudine, niente Internazionale, neppure in chiusura, ma Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, ritmata con le mani da Fassino e dall’intero gruppo dirigente; la first lady uscente Anna Serafini ha fatto anche il «na-na-na-na-na-naaaa» del ritornello; D’Alema unico a braccia conserte. Sugli spalti, Giampaolo Pansa e Adriano Sofri litigavano come a un congresso di Lotta continua del secolo scorso, stavolta per una sigaretta («Guarda Pansa che è vietato fumare»). E Lucia Annunziata, dopo aver rimproverato la Pollastrini e le altre per le lacrime facili: «Sono venuta a vederli chiudere la baracca. Era dal ’77 che aspettavo questo momento».