“Ds” Cofferati: «Non mi piacciono i riformisti tra le nuvole»

05/01/2007
    venerdì 5 gennaio 2007

    Pagina 10 – Politica

      intervista
      a Sergio Cofferati

        «Non mi piacciono
        i riformisti
        tra le nuvole»

          “Diffido di chi s’innamora dell’idea senza ottenere risultati concreti”

          RICCARDO BARENGHI

          ROMA
          Già quando militava nel Partito comunista e nella Cgil, l’attuale sindaco di Bologna Sergio Cofferati era considerato e si considerava a tutti gli effetti un riformista: «E allora quel termine veniva usato in un’accezione non positiva, era solo sinonimo di moderazione. Ma d’altra parte io sono un moderato».

          E da moderato cosa pensa della polemica scoppiata nei Ds, nel governo e in tutta la maggioranza proprio sul tasso di riformismo, a cominciare con l’addio al suo partito del professor Nicola Rossi?

            «Con Nicola, quando era collaboratore di Massimo D’Alema, abbiamo avuto discussioni anche accese su varie questioni, io comunque rispetto tutte le scelte personali. Penso che sarà importante il suo contributo al di là della sua collocazione. Tuttavia quella che si è aperta rischia di essere una disputa un po’ astratta».

            Però molti riformisti della maggioranza, e non solo Rossi, si dichiarano delusi da quanto ha fatto il governo finora. Accusano Prodi di non avere un profilo riformista.

              «Sinceramente, io diffido dei teorici del riformismo perfetto, che finiscono per accontentarsi della loro idea senza ottenere risultati concreti. A me piace un riformismo non ideologico ma pragmatico e graduale. Che nasce da esperienze e anche da contraddizioni, che si corregge e si migliora e persegue un obiettivo. Facendo anche le eventuali mediazioni. Il riformismo non è un editto, deve essere un processo».

              E lei pensa che nel governo e nei Ds ci sia la volontà necessaria per essere riformisti, insomma per fare le riforme?

                «Mi pare proprio di sì, ci sono tante persone a Roma e sparse nel territorio che hanno già dato ampia prova di cosa sia concretamente una politica riformista. Approvata la Finanziaria, comincia la sfida. Si tratta di mettersi al lavoro».

                E allora lavoriamo: cominciamo dalle pensioni?

                  «La mia opinione è che si debba dare stabilità al sistema previdenziale, mettendo in equilibrio due pilastri: il sistema pubblico e quello integrativo. Le generazioni che verranno non potranno contare solo sul sistema pubblico, visto che si è passati dal retributivo al contributivo. Dunque è indispensabile che decolli la previdenza integrativa».

                  Nel frattempo però a Roma ci si divide tra chi vuole una nuova riforma e chi invece pensa che basterà un semplice aggiustamento. Lei con chi sta?

                    «Anche qui non mi interessano le dispute nominalistiche, mi interessano i fatti. E per me il fatto si chiama riforma Dini del 1995. Se partiamo da quella e la applichiamo in tutte le sue parti, che ancora sono rimaste lettera morta, la discussione diventa più semplice e il profilo riformatore ben visibile. E quella riforma prevede non solo la previdenza integrativa ma anche l’aumento, graduale, dell’età pensionabile e l’adeguamento dei coefficenti».

                    Fatte le pensioni, ammesso che sia così semplice, quali sono le altre riforme che dovrebbero dare al governo un profilo riformista?

                      «Purtroppo vedo che non se ne parla, ma io invece credo che la politica dei redditi sia un terreno fondamentale di riforma. Ho trovato assai opportuno il richiamo del presidente Napolitano sulle condizioni del lavoro salariato (parole antiche, ormai desuete). Ecco, allora bisognerebbe affrontare la questione non solo sul piano fiscale ma anche su quello contrattuale e su quello dei prezzi. Difendere i salari dall’inflazione e utilizzare una quota della produttività per premiare il lavoro. E parlo sia del lavoro privato sia di quello pubblico, dove è necessario premiare la qualità introducendo meccanismi che lo valorizzino collegati alla produttività e che riducano così le zone d’ombra. Anche questo è riformismo».

                      E le liberalizzazioni, anche queste sono riformismo?

                        «Certamente, a patto che non si riducano come in passato a semplici, per quanto giuste, privatizzazioni. Le liberalizzazioni sono un altro grande tema della politica dei redditi perché il mercato riduce i prezzi e le tariffe. Se ne cominciò a parlare addirittura con il governo presieduto da Craxi e via via con tutti quelli che sono seguiti, e alla fine si è privatizzato molto e liberalizzato poco. Ma sostituire un Monopolio pubblico con uno privato non solo non è riformismo ma è un oggettivo danno. Invece delle vere liberalizzazioni significano regolare il mercato. Authority, associazioni di consumatori, del lavoro e dell’impresa, con funzioni definite e rappresentanza certificata. Così si può orientare nel mercato la competizione verso la qualità, togliendo spazio alle corporazioni».

                        Un’altra questione piuttosto delicata, che infatti divise la Cgil da lei guidata e il governo di D’Alema (e di Rossi), è la riforma del Welfare. Che si fa?

                          «E’ evidente che il Welfare è irrinunciabile perché garantisce coesione sociale. Ma la platea cambia e aumenta, dunque bisogna intervenire e riformare. Per esempio stabilendo un nuovo rapporto tra Stato centrale e enti locali, ai quali vengono attribuiti sempre più compiti di protezione sociale. Dunque hanno bisogno di più risorse da reperire con il federalismo fiscale. Così come bisogna attuare la sussidiarietà: il Pubblico che svolge la sua funzionre fondamentale, stabilita peraltro dalla Costituzione, e il Privato che integra ma non sostituisce. Così la vedo io».

                          Basta questo a dare al governo un profilo riformista?

                            «Il riformismo è anche molto altro, ma quello che le ho detto non mi sembra poco».