“Ds” Chiamparino: è arrivata l´ora di tagliare i ponti con il passato

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

    Pagina 14 – Interni

      L´INTERVISTA

      Chiamparino e il cammino verso il Pd: è arrivata l´ora di tagliare i ponti con il passato

        "Perdere pezzi è normale
        se vogliamo imitare Blair"

          Non mi spaventa la fine
          dei Ds. In fondo cerchiamo
          un soggetto nuovo da quando
          è caduto il Muro

          Ho visto riunioni affollate.
          I dubbi di alcune personalità non
          rappresentano tutti i militanti

          GOFFREDO DE MARCHIS

          ROMA – «Non mi spaventa la fine dei Ds. Per il semplice fatto che cerchiamo un soggetto politico nuovo da quando è caduto il Muro di Berlino. Tutto ciò che si è creato da allora, compresa la Quercia, sono forme diverse di quella ricerca. Socialismo e comunismo non hanno più alcuna capacità di attrazione identitaria. È arrivato il momento di tagliare i ponti con il passato». Sergio Chiamparino (Ds) ammette che per il Partito democratico c´è «il rischio della pratica da evadere», come lo chiama Pietro Scoppola. Cioè, di una genesi senza passioni. Ma è convinto che si arriverà al traguardo.

          Come ci si arriva però è anche importante, sindaco Chiamparino. Con una scelta burocratica delle forze politiche o con un percorso che coinvolge la gente?

            «Siamo in un periodo precongressuale. E i congressi dei partiti sono obiettivamente una fase abbastanza fredda, burocratica appunto. Il confronto politico interno non è mai un momento particolarmente caldo della discussione. Per me diventa importante il percorso successivo. Lì si gioca la partita vera».

            Rossi e Caldarola sono usciti dai Ds. Dunque, la partita si gioca anche adesso. E perdere pezzi è un problema.

              «Non si può aver paura di perdere pezzi, ma bisogna anche cercare di conquistarli. Per quello punto sul dopo, su un dibattito che vada oltre le diplomazie di partito. Adesso è difficile, ma alla fine dei congressi è inevitabile. Bisognerà finalmente parlare all´esterno, anche in relazione a quello che succede nel governo. Perché le cose, Partito democratico e azione dell´esecutivo, insieme stanno e insieme marciano».

              Caserta allora non è un buon inizio. I cosiddetti riformisti hanno fatto dietrofront, no?

                «Al tavolo di Caserta non era seduto il Partito democratico, che deve ancora nascere. E comunque è un po´ semplicistico fare la lista dei vincitori e degli sconfitti. Se uno sta alle cronache, ha vinto il ministro di Prc Ferrero. Poi magari nella sostanza ha pure ragione Barbara Spinelli quando dice che il riformismo non è quello delle bandierine piantate sul terreno. Mi prenderanno per un fissato ma continuo a ritenere che l´Alta velocità è un progetto per la crescita del Paese. Si deve fare non per la razionalizzazione dei trasporti ma perché è in sé una riforma. Come lo è la legge Lanzillotta sui servizi pubblici. Io sono pronto da subito a indire le gare nel mio comune».

                È plausibile che Rossi e Caldarola siano solo la punta dell´iceberg? Mussi sostiene che i Ds stanno evaporando.

                  «Tutta ‘sta evaporazione non la vedo. Vedo semmai qualche individualità che preferisce aspettare. Qui a Torino, due giorni prima di Natale, abbiamo registrato, a un´assemblea pubblica della mozione di maggioranza, una partecipazione che nessuno si aspettava. Non confondiamo dunque i dubbi di alcune personalità con lo stato d´animo del partito. Rispettando il malessere, non generalizzerei».

                  Bisogna mettere in conto una scissione? Anche la bozza del manifesto del Pd ripropone le questioni aperte nel suo partito: laicità e collocazione europea.

                    «Non c´è solo il problema della laicità delle istituzioni, che mi sembra scontata. Esiste anche un dibattito culturale che va approfondito. Sabato scorso ho sentito delle parole di Guido Bodrato che potrebbero essere di qualche interesse. Lui sostiene che in politica si è tutti laici, poi ognuno si presenta con una sua coscienza. È uno spunto, ma non so se tutti i cattolici ragionano così. E se ragionano in un altro modo, non demonizzo neanche scenari diversi».

                    Cioè una scissione al centro?

                      «Non credo che il Partito democratico diventerà l´unico contenitore delle politiche di governo del centrosinistra. Sarebbe un orizzonte irrealistico. Perciò in un confronto vero può succedere che ci sia una parte che si riconosce nel nuovo partito e un´altra, di centro, che può incontrarsi anche con settori che vengono dall´altro schieramento. A me pare naturale, con il Partito democratico, mettere in conto un processo di scomposizione e ricomposizione del sistema».

                      Insomma, il Partito democratico si fa, è nelle cose.

                        «Noi non saremo più post-qualcosa soltanto mettendo insieme le tre grandi culture del dopoguerra: comunista-socialista, liberale e cattolica. Quello che ha fatto Felipe Gonzales dopo la caduta di Franco e quello che ha fatto Blair dopo la Thatcher assomigliano più o meno a come io immagino e sogno la nascita del Partito democratico in Italia».