“DS” Angius se ne va: il Pd è centrista

26/04/2007
    mercoledì 25 aprile 2007

    Pagina 13 – Politica

    Colloquio

    Angius se ne va: il Pd è centrista

      JACOPO IACOBONI

        ROMA
        Anche lui, come Fabio Mussi, si ferma qui; dopo una giornata che arriva al termine di un fine settimana «doloroso», Gavino Angius lascia i Ds e scrive a Fassino per dirgli che non aderirà al processo costituente del Pd. Ora sono le otto e quaranta e il leader della terza mozione congressuale sta salendo in macchina all’uscita degli studi romani di La7. È provato, lo si capisce dalla voce, fatalista, quasi rassegnata. Antiche appartenenze che s’incrinano, sodalizi che subiscono l’arcigna legge del tempo, il segretario dei Ds che gli ha appena detto «Gavino, rispetto la tua scelta ma non la comprendo»…

        Eppure, dice il berlingueriano che è stato presidente dei senatori dei Ds nella scorsa legislatura – dunque, uno investito della massima fiducia da parte del gruppo dirigente che adesso lascia – «le mie ragioni non sono così difficili da capire». Accetta di spiegarle, adesso, nel tragitto che lo porta verso casa. E attenzione, non le motiva solo con il fatto che il partito democratico ha rinunciato all’orizzonte socialista, quella è roba ufficiale. No, il suo è qualcosa di molto più vicino a uno sfogo, venato di quell’emotività che aveva scelto di trattenere durante il congresso. «Questa mia decisione, sofferta, meditata, dolorosa, viene innanzitutto da una constatazione: diciamoci la verità, a Firenze era tutto previsto, è andata come era stato deciso prima. Si è scelto di avviare un progetto politico, del tutto legittimo, ma già definito. Non contenti di questo, il congresso non ha fatto che ratificare quelle conclusioni, del tutto identiche alle premesse». Anche la «riscrittura» che lui aveva chiesto, con un esplicito riallacciamento all’orizzonte del socialismo europeo, è mancata: «Non mi si venga a dire “la fase costituente” e cose simili. Era tutto deciso prima». Spiega Angius che oltretutto il partito ci arriva indebolito, «perché non è vero che noi, durante la segreteria di Fassino, abbiamo vinto tutte le elezioni; le ultime elezioni, in Senato, le abbiamo perse per 428 mila voti! Ed è vero che è un grande merito aver evitato il ritorno al potere di una destra comunque fortissima, con Silvio Berlusconi. Ma ora proprio il Pd, e i modi in cui viene fatto, rischiano di favorire Berlusconi».

        Angius si è chiarito le idee, dice, anche dopo aver ascoltato alcuni discorsi dell’ultimo giorno del congresso della Margherita: «Marini ha delineato cosa sarà il Pd, un profilo molto centrista, che addirittura fa balenare l’ipotesi di un cambiamento di alleanze. Ma questo, dico io, è pazzesco!». Il ragionamento merita di essere seguito: «Le parole di Marini e quelle di Rutelli lasciando sullo sfondo l’idea di una progetto che può far saltare il bipolarismo. Se è così i dirigenti dei Ds avrebbero accelerato per costruire un partito che rafforzi bipolarismo e maggioritario, ma si ritrovano, sottotraccia, un disegno neoproporzionale». È credibile che D’Alema e Veltroni non lo sappiano? «Non lo so; ma c’è una cosa che è un po’ una cartina di tornasole di questo progetto anti-bipolarismo, ed è la legge elettorale: perché, mi chiedo, non abbiamo stabilito prima una posizione di tutta l’Unione, per poi andare alla trattativa inevitabile col centrodestra?». Il risultato, sostiene l’ultimo degli ex diessini, è lapalissiano: «Il Pd per ora ha un solo effetto tangibile: fa sguazzare Berlusconi, lui ci guadagna comunque dallo scenario che si è aperto».

        Giova a questo punto ricordare che Angius non è un estremista, anzi. Berlingueriano da sempre (ha dedicato a Berlinguer un libro in cui parla di «tensione etica» e «concezione alta della politica»), è quello che ha difeso Fassino nell’estate di Unipol (quando Prodi scrisse alla «Stampa» la lettera sulla necessità di «separare affari e politica», lui attaccò con veemenza Romano), ed è anche quello che nel gennaio del 2000 andò a rappresentare i ds ai funerali di Craxi, luogo non propriamente comodo. Insomma, Angius è uomo di governo, e uomo «diessino» come pochi: cosa farà adesso, visto che neanche Zani e Brutti lo seguono? «Ho sentito Mussi, c’è un’altra costituente, quella della sinistra, del socialismo. Lavoriamo a irrobustire i comitati che dovranno provare a riunirla». Una prima tappa c’è già, domenica prossima, «ma inizia un’altra storia». Alcuni “compagni” non troppo lontani, come «Fabio» (Mussi) e «Cesare» (Salvi), hanno il compito di fargli sentire aria di casa.