Draghi chiede più soldi per lavoratori e giovani

29/10/2007
    sabato 27 ottobre 2007

    Pagina 4 – Economia

      Draghi chiede più soldi
      per lavoratori e giovani

        In Italia le retribuzioni più basse d’Europa: da noi si guadagna dal 10 al 25% meno che in Germania e Francia

          di Laura Matteucci/ Milano

          LA LEZIONE In Italia i salari sono troppo bassi, soprattutto rispetto agli altri paesi europei. Il reddito deve tornare a crescere, e per questo bisogna rilanciare la produttività, far ripartire i consumi, puntare sull’istruzione dei giovani che, da parte loro, non devono pagare il prezzo della flessibilità del lavoro. Ovvero, flessibilità non può significare precarietà, motivo sostanziale per cui i ragazzi fanno sempre più fatica ad uscire dalla casa di mamma e papà, tanto da venire definiti «bamboccioni» nientemeno che dal ministro all’Economia. All’università di Torino per una lezione, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi fa piazza pulita di tante polemiche governo-imprese-sindacati su buste paga e modalità di lavoro, mentre lo sguardo sui giovani diverge parecchio da quello di Padoa-Schioppa. La sua è un’analisi allarmata dello stato dell’economia, e un invito alla politica ad «aumentare redditi e consumi» per far ripartire la crescita.

          Punto primo: gli italiani guadagnano meno dei colleghi europei. A pari condizioni, i salari sono inferiori del 10% rispetto alla Germania, del 20% sul Regno Unito, del 25% sulla Francia.

          I responsabili delle scelte economiche hanno l’obbligo di intervenire, dice Draghi, e il perno su cui deve ruotare tutto il meccanismo di riforma dev’essere quella che appare, soprattutto in prospettiva, come una vera emergenza: i giovani.

          Se negli ultimi anni l’occupazione è aumentata, è anche vero che i salari d’ingresso sono diminuiti.

          La ricetta di Drghi individua ancora una volta la necessità di riformare la spesa pubblica, di innalzare l’età di pensionamento, ma soprattutto, dice, la flessibilità del mercato del lavoro non deve essere scaricata soltanto sui giovani, come accade ora, limitando prospettive di spesa e di programmazione di una vita adulta, ragione vera per cui si lascia la casa dei genitori in età avanzata e si fanno pochi figli, insomma si continua a fare i «bamboccioni», per dirla con Padoa-Schioppa.

          I sindacati, che sostengono le stesse analisi da anni, alzano il tiro: «Salari bassi? Tutti lo dicono, poi però i margini per risolvere il problema non ci sono mai», dice il segretario della Cgil Guglielmo Epifani lasciando la manifestazione sul Pubblico impiego. «Noi chiediamo meno fisco sul lavoro dipendente, equità e rinnovo dei contratti nei tempi giusti – ribadisce Epifani – Perchè non si può non usare il fisco per il lavoro e rinviare i contratti e poi lamentarsi perchè i salari sono troppo bassi. È inammissibile». In aggiunta, il leader della Cisl Raffaele Bonanni (ri)propone di «ridurre la tassazione su tutti i prossimi rinnovi contrattuali, legando gli aumenti ad una maggiore produttività».

          Draghi intanto prosegue la sua analisi, e il confronto con l’Europa è impietoso: l’Italia ha la quota più alta di giovani che convivono con i genitori e la quota più bassa di nuclei familiari con capofamiglia al di sotto dei 30 anni. Negli ultimi dieci anni la quota di 25-35enni che vive ancora nella famiglia d’origine è cresciuta di circa il 5%, al 45%; la quota è più elevata per i maschi. I tassi di fecondità sono tra i più bassi in Europa.

          Il governatore passa quindi in esame l’andamento demografico per ricordare come «nel 1996 il numero di ultrasessantacinquenni sopravanzava quello dei ragazzi con meno di 15 anni del 15% soltanto; nel 2006 lo superava del 40%: circa tre anziani ogni due adolescenti». «Molto ha influito – riconosce Draghi – la percezione che le condizioni reddituali e l’organizzazione della vita familiare siano di ostacolo alla procreazione».

          Strettamente legato, il tema dei salari. Le differenze rispetto agli altri paesi sono particolarmente ampie per le classi centrali di età, e anche i salari d’ingresso sono inferiori. Draghi fa un’ultima raccomandazione: serve una riforma «coraggiosa» della scuola, che deve sollecitare i giovani ad investire seriamente in capitale umano.