Dpef, meno tasse e più risparmi

17/07/2001

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Dpef, meno tasse e più risparmi
Ma servirà una manovra da 12mila miliardi
Il governo vara il Documento di programmazione economica: la riforma previdenziale andrà in Finanziaria. Subito la Sanità

ROBERTO PETRINI


ROMA – Obiettivo di deficit «europeo», manovra da 12 mila miliardi seppure senza tagli sociali e tasse, scommessa sullo sviluppo che fin dal prossimo anno, e per i prossimi cinque anni, dovrebbe far schizzare il pil al 3,1 per cento. Annuncio di una riduzione della pressione fiscale e dell’aliquota contributiva di un punto all’anno in cinque anni, e parallelamente ed della stessa entità del taglio delle spese.
Il consiglio dei ministri, ieri, dopo tre ore e mezzo di riunione ha varato il Documento di programmazione economica e finanziaria per gli anni 20022005: è il primo del governo Berlusconi, ed è anche il primo impegno che il governo ha dovuto affrontare appena insediato. Ambizioso il menù degli interventi: riduzione della pressione fiscale e parallelamente della spesa di un punto percentuale all’anno per cinque anni; abbattimento della disoccupazione al 7 per cento in cinque anni; 120 mila miliardi di privatizzazioni nel corso della legislatura; opere pubbliche per 100 mila miliardi finanziate a metà da pubblico e privati. Indicato anche l’atteso aumento delle pensioni minime fino ad un milione di lire: partirà tuttavia solo dal prossimo anno e non più nel programma dei «cento giorni».
«Faremo di tutto per rispettare gli impegni Ue anche se sarà drammaticamente difficile», ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Dunque il rapporto deficitpil sarà fissato allo 0,8 per cento (inalterato rispetto a quello del programma di stabilità di Amato del dicembre dello scorso anno): anche il deficit tendenziale viene «chiarito» indicato a 44.500 miliardi, di conseguenza il buco ammonta a 25.500 miliardi perché il vecchio obiettivo di deficit era 19 mila miliardi. Resta solo un rischio, più sfumato, il 2,6 per cento: realizzabile solo nella eventualità che il fabbisogno tracimasse nell’indebitamento, cioè se le spese di cassa si trasformassero in competenza. «Utile girarci intorno, il buco c’è. – ha commentato il vicepresidente del consiglio Gainfranco Fini – e sostenere che non deriva da ciò che è stato fatto nei mesi passati è una colossale bugia».
Il governo conta di tentare di intervenire con una manovra «finanziaria» in grado di dare «effetti istantanei» pari almeno allo 0,5 per cento del pil cioè circa 12 mila miliardi: si procederà alla cartolarizzazione delle vendite immobiliari, in pratica si venderanno forse ad un pool di banche, titoli che rappresentano il patrimonio immobiliare dello Stato.
Si conterà sulla stretta da 2.000 miliardi nei ministeri già varata, sulle privatizzazioni, su ottimizzazioni di gestione, ma anche sulla sanità la cui verifica con le regioni sarà anticipata ai prossimi giorni con l’obiettivo, sempre presente, di tappare il buco di circa 5.000 miliardi.
Nessun risparmio immediato dalle pensioni: ma la verifica è fissata in settembre e il governo sembra indirizzato ad inserire i primi provvedimenti in Finanziaria. Ma già si annuncia una stretta sui dipendenti pubblici: per contenere la spesa, il governo intende porre in atto il blocco del turn over per i pubblici dipendenti (oggi al 3 per cento l’anno). Previsto anche un «controllo» sulle retribuzioni dei travet: il governo punta a aumenti pari al tasso di inflazione programmata più l’1 per cento legato ad eventuali incrementi di produttività.

Dall’Europa è giunto ieri un cauto segnale di attenzione in attesa dei fatti: il governo conta realisticamente, secondo alcune valutazioni, di tornare almeno all’1,3 per cento, «numero magico» che la stessa Europa indicò qualche mese fa e potrebbe essere oggetto dell’Ecofin dell’autunno prossimo in cui si potrà aggiornare il programma di stabilità anche contando, come avrebbe fatto capire Tremonti in uno dei colloqui di ieri, sugli altri partner.
Quanto alle altre variabili macroeconomiche il governo ha fissato, come previsto, il tasso di inflazione programmata per il 2002 all’1,7 per cento modificando così al rialzo quello, pari all’1,2 per cento, stabilito dal precedente esecutivo e venendo incontro alle richieste dei sindacati, ai quali in mattinata aveva preannunciato l’1,6 per cento.
Una cifra che per Cgil Cisl e Uil era però troppo bassa. Per contro, la Confindustria l’aveva ritenuta troppo alta. Per gli anni successivi, il Dpef prospetta una discesa progressiva dell’inflazione programmata a tassi prossimi all’1 per cento.