Dove punta la strategia del sindacato (B.Ugolini)

06/12/2007
    giovedì 6 dicembre 2007

      Pagina 7 – Economia

      L’analisi

        Dove punta la strategia del sindacato

          di Bruno Ugolini

          L’annuncio di uno sciopero generale per i contratti, i salari, le pensioni, il fisco, i prezzi non è cosa da niente. Soprattutto se chiama in causa, oltre che le responsabilità degli imprenditori, anche quelle di un governo di centrosinistra. E appare come una bomba ad orologeria, con scoppio ritardato. C’è tempo fino a metà gennaio per far rientrare la fermata di tutto il Paese. Quella di Cgil, Cisl e Uil è, ad ogni modo, la dimostrazione di come il sindacato italiano intenda riaffermare la propria autonomia, senza corsie preferenziali per un qualsiasi "governo amico". Molti giornali hanno affiancato la sortita sindacale a quella del presidente della Camera. Fausto Bertinotti,che aveva dichiarato il fallimento del centrosinistra (una sortita "fantastica", secondo il direttore di "Liberazione"). Le due mosse appaiono però assai diverse. I sindacati non si sono fatti karakiri, non hanno detto: "Abbiamo sbagliato tutto". Hanno incassato i risultati già ottenuti, col famoso "protocollo" e con altre misure per precari, lavoro nero, sicurezza sul lavoro. Certo sono risultati che ancora devono passare dall’ago stretto del Senato. Con il rischio che lo sbandamento a sinistra e le voglie neo-centriste impediscano un buon esito della vicenda. Nell’attesa Cgil Cisl e Uil hanno aperto un altro fronte. Esso riguarda la tanto sollevata questione dei livelli salariali ormai largamente inadeguati ad affrontare i problemi d’ogni giorno. E hanno invitato il governo non a chiudere bottega, innalzando la scritta "fallimento" ma ad aprire un negoziato, un confronto. Nello stesso tempo, sapendo che le buste paga sono assottigliate anche dal fatto che i contratti debbono attendere tempi biblici, per poter essere rinnovati, hanno invitato Confindustria e altre parti sociali a darsi una mossa. Senza aspettare la fatidica data di un nuovo modello contrattuale capace di accelerare i tempi. Sono sette milioni i lavoratori che stanno nel limbo dei senza contratti. Per i contratti del pubblico impiego la Finanziaria non prevede le somme necessarie. L’annuncio di uno sciopero generale, qualora la situazione non mutasse, ha già prodotto qualche spostamento. Il vice presidente della Confindustria Alberto Bombassei ha cercato di dissipare i timori, dichiarando il proprio ottimismo sulla chiusura del contratto dei metalmeccanici prima di Natale. Auspici, parole che assomigliano a quelle pronunciate, per la Fiat, da Sergio Marchionne. Ora occorrerà vedere i fatti. Nello stesso governo i responsabili dei dicasteri economici, Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco, hanno accennato ad impegni sulle iniziative capaci di rendere meno aggressivo il peso fiscale sulle buste paga. Ma sono disponibilità ancora generiche.

          Resta il fatto che l’annuncio sindacale non è, ripetiamo, una dichiarazione di fallimento, non cancella le cose fatte dagli stessi ministri di Rifondazione comunista. Certo parlando con i dirigenti del sindacato si potrebbe trovare una concordanza sul fatto che questo governo non ha un progetto sociale compiuto, definito. Un orizzonte più vasto nel quale inserire con coerenza le diverse misure e nel quale il lavoro abbia un ruolo essenziale. Ma questo è un problema non di oggi e che, senza esclusioni, coinvolge non solo il centrosinistra, ma anche la sinistra in generale. Resta il fatto che se davvero la dichiarazione di fallimento avesse luogo tale passaggio non spalancherebbe porte radiose per quel mondo del lavoro. Aprirebbe un vuoto di governo, forse elezioni, forse un governo tecnico. Qualcuno si salverebbe l’anima. E i sindacati, ad esempio, costretti ad inseguire la concretezza delle cose, troverebbero con maggiore difficoltà, immaginiamo, interlocutori a cui rivolgersi, con i quali aprire vertenze su salari, fisco, pensioni.