Dove lo Stato non produce (A.Statera)

04/10/2007
    giovedì 4 ottobre 2007

      Prima Pagina (segue a pagina 4) – Economia

        L’inchiesta
        Al ministero regna la regola del 3

        Dove lo Stato non produce

          Viaggio nei ministeri: per uno che lavora due stanno a guardare

            Alberto Statera

              Interno, giorno, palazzone del ministero della Pubblica Istruzione di viale Trastevere, finito di erigere nel 1925 su progetto dell´architetto Cesare Bazzani. Va in scena "Aspettando Pina".

              Versione roman-ministeriale dell´"Aspettando Godot" di Samuel Beckett. Chi è la misteriosa Pina? Si alza una voce dal grappolo di impiegati che, con torta e spumante, sta festeggiando il pensionamento del capufficio: Pina? E´ l´unica che può trovare quel bando di concorso richiesto dal professore en attendant. Ma oggi la Pina fa tardi perché «c´ha er pupo malato». A differenza di Godot, che non compare mai, verso l´una dopo mezzogiorno Pina si palesa con in mano la borsa della spesa e in un battibaleno produce il documento richiesto.

              «L´epitome di una storia di vinti», commenta amaro il professor Guido Melis, ordinario di Storia dell´amministrazione pubblica e massimo conoscitore dei rituali, dei vizi, dei segreti, del lessico, delle grandezze e delle miserie, dell´Italia di monsù Travet, oltrechè prolifico autore di saggi che potrebbero formare una collana intitolata "Uomini e scrivanie", versione burocratese dell´ "Uomini e topi" di John Steinbeck. Chi sono i vinti? Ma tutti quei pazzi che nell´ultimo secolo hanno tentato di riformare la pubblica amministrazione, conformata su un modello napoleonico, statocentrico, ma di uno Stato debole. Buon ultimo il professor Luigi Nicolais, ingegnere chimico, ordinario di tecnologia dei polimeri, ministro per le riforme e l´innovazione nella PA, che ha proposto, tra i fischi, la decimazione degli impiegati pubblici, tre fuori – uno dentro.

              La Pina è uno dei volti della "Regola del tre": uno lavora, uno fa il minimo indispensabile, il terzo fa nulla. Il che, tradotto in numeri arrotondati, significa: un milione e duecentomila sono incollati alla scrivania, salvo la pausa caffè e la pausa spesa; un altro milione e duecentomila sta un po´ sulle scartoffie, salvo «du spaghi, qualche sigarettina, qualche imboscamento nei bagni e poi chiacchierate e risate tante», come racconta in un blog di questi giorni un´ex impiegata delle poste; l´ultimo milione e duecentomila è quello dei fannulloni totali, scientifici, indefettibili, indelebili, quelli che – annidati soprattutto negli enti pubblici non economici e nelle agenzie fiscali, rispettivamente con 31 e 27 giorni di assenza all´anno, oltre le ferie – quando ci sono si rendono invisibili, quando non ci sono fanno schizzare a quasi due mesi la statistica delle assenze in tutta la pubblica amministrazione. Un corpaccione, un blob di 9.811 "enti" di pubblico impiego, con 3.592.887 dipendenti, età media 46 anni, tra Presidenza del consiglio, ministeri, regioni e autonomie locali, magistratura, forze armate, servizio sanitario nazionale, scuola, università, corpi di polizia, enti pubblici non economici, enti di ricerca, agenzie fiscali, diplomatici e prefetti.

              La signora Pina è una del milione e 872 mila donne, che lavorano nella pubblica amministrazione, poco meno del il 53% del totale, un tasso di femminilizzazione che raggiunge il massimo nella scuola con il 76%, ma precipita al 27% nei ruoli dirigenziali. Le «api regine», come le chiama una ricerca appena licenziata dall´Eurispes, non vanno molto di moda ai piani alti dei ministeri, delle regioni e, tantomeno, negli ospedali, dove i medici donna sono soltanto l´11%. Ma anche ai piani bassi: nella polizia, è femmina solo il 2%, poco più di 6 mila in sei diversi corpi, su un totale di 330 mila. Nell´esercito, poi, le soldatesse sono in tutto 409.

              La signora Pina si può collocare nella seconda fascia, quelli che lavorano il meno possibile, ma in fondo, per la scioltezza con cui recupera ogni bando di concorso, anche lei, in piccolo, è un´eroina statale, incamminata forse sulle orme dell´Iron man dei ministeri, il mitico dottor Giancarlo Lo Bianco, di cui si tramanda la memoria. Qualche anno fa a palazzo Vidoni, al civico 116 di Corso Vittorio Emanuele, sede del Dipartimento della Funzione pubblica, tutti si disperavano alla ricerca degli atti delle commissioni che avevano preparato la riforma della pubblica amministrazione di Massimo Severo Giannini, grande vecchio del diritto che era stato capo di gabinetto del ministro per la Costituente Pietro Nenni e poi lui stesso ministro della Funzione pubblica. «Persi, persi, irrimediabilmente persi!» esclamava uno degli archivisti, proprio nel momento in cui fortunatamente transitava in corridoio il dottor Lo Bianco, il quale, impietosito, fa: «Forse so io dove sono». Lì comincia l´avventura nei sotterranei di palazzo Vidoni, progettato nel Cinquecento da Lorenzetto Lotto. La spedizione s´inoltra tra cunicoli dimenticati, polvere, ragnatele, roditori, travalica fortunosamente barricate di suppellettili dismesse fino a giungere al "Magazzino tappeti". E´ lì che in una scansia sospesa in mezzo ai rotoli di tappeti, tra i biglietti di raccomandazioni abruzzesi e campane dei ministri Remo Gaspari e Paolo Cirino Pomicino, si ritrovano finalmente le "Carte Giannini".

              La tradizione archivistica dello Stato italiano si rinnova nella Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell´Università di Roma La Sapienza, con corsi di ottimo livello. Ma entrare lì è come piombare a Beirut dopo un bombardamento. Si supera un cancello e ci si imbatte in una scrivania su cui è appoggiato un computer, in un cortile tappezzato di calcinacci e assediato dai rifiuti. Che ci fanno quella scrivania e quel computer all´aperto? «Dottò – fa un usciere che ciondola al bar interno – deve capire che c´hanno assediato i lanzichenecchi. Vede quell´ala del palazzo coperta di scritte murali, con i panni stesi e le parabole alle finestre? L´hanno occupata trecento – famiglie – trecento. E vuol sapere una cosa? Nessuno li caccerà mai più via». I bar ministeriali, digressione indispensabile: quelli interni, un numero mai censito ma infinitamente grande, sono i luoghi dove si raccolgono le migliori confidenze durante la "pausa cappuccino", la "pausa aperitivo" e le pause che ci stanno in mezzo e sono anche uno dei motivi di deprecatio temporis di chi lavora nel privato. Ma anche una ragione di invidie tra impiegati delle diverse amministrazioni. Ci confida, al bar, un funzionario di buon livello – camicia, cravatta, la giacca è rimasta «in stanza» ben visibile all´attaccapanni – del ministero dei Lavori Pubblici, alias Infrastrutture: «Sa qual è l´ufficio pubblico dove c´è non solo il bar, ma un vero suk? Indovini: è la Corte dei conti, in Prati. Ora, la Corte dei conti non è, come forse qualcuno crede, una corte nobiliare di baroni, marchesi e conti, ma l´organo dello Stato che dovrebbe controllare i conti, anche quelli dell´improduttività dell´impiego statale».

              Ma è a Via XX Settembre, lungo l´asse dei ministeri – Tesoro, Agricoltura, Difesa – voluta da Quintino Sella, che passeggia preferibilmente lo statale sfaccendato. E´ lì che sbattiamo su un capannello di giovanotti trentenni, per lo più in maglietta, impegnati a mangiare tranci di pizza al pomodoro. Fanno parte del popolo dei "milleuristi", quei 100 mila Co. Co. Co. che guadagnano 11 mila euro l´anno, 910 euro al mese. Perché non stanno alla loro scrivania in orario di lavoro e nessuno li controlla? «Macchè controlli, questo è il girone degli ignavi – fa il più loquace – e la scrivania il nostro incubo quotidiano, non tanto per il lavoro in sé, ma per l´incazzatura continua che ti provoca fare le stesse cose del tuo vicino non precario che guadagna quattro volte più di te». In media il dipendente "fisso" ha una retribuzione lorda di 30 mila euro, che al netto diventano circa 23.500, ma le differenze sono abissali. Si va dai 165 mila euro dei magistrati, ai 110 dei diplomatici e giù giù fino agli "atipici", "a contratto", "a tempo determinato" e ai "milleuristi".

              Ecco perché il progetto dell´attuale ministro, tre fuori – uno dentro, fa un po´ tenerezza, anche se qualcuno ha calcolato che gli statali "esuberanti" potrebbero essere 700 mila, perché non solo arriva nel momento assai poco indicato in cui i sindacati devono digerire la modifica dello scalone pensionistico e mai potrebbero favorire l´uscita ben pagata degli statali e ritardare quella degli altri lavoratori, ma anche perchè banalizza, con una sorta di decimazione, una questione più complessa. A sentire gli esperti, a cominciare dal professor Sabino Cassese, ex ministro della Funzione pubblica e oggi giudice della Corte Costituzionale, gli statali in realtà non sono poi troppi rispetto agli altri grandi paesi europei, ma sono mal addestrati e mal distribuiti, troppi al Sud e pochi al Nord. Oggi al sud c´è quasi il 35 per cento dei pubblici dipendenti, contro il 33 del nord e il 32 del centro. Ai primi due posti sono Lombardia e Lazio (12,5 e 12,1), ma il rapporto tra statali e totale degli occupati è del 10,63 in Lombardia e del 25,77 in Calabria. Fino al paradosso che emerse qualche anno fa: per fare lo stesso lavoro c´erano 15 ferrovieri in provincia di Udine e 15 mila a Reggio Calabria. Ma soprattutto nessuno è soggetto a controlli di produttività, per cui i fannulloni si adagiano in una mollezza generale oscillante tra finto autoritarismo e lassismo. Sono padroni e al tempo stesso schiavi di un´iperfetazione legislativa, 100 mila leggi censite, contro le 7 mila o poco più della Francia, in un tripudio di bizantinismi e di "paperasserie", spregiativo francese che sta per burocrazia sommersa dalle carte. Hanno una dirigenza debole, priva della scuola della pubblica amministrazione di tradizione francese, come dei college di tradizione britannica. Sono vittime di una sudditanza politica storica, persino accentuata negli ultimi anni dallo spoils system.

              In questa sorta di medioevo istituzionale, le lodevoli iniziative riformatrici del ministro Nicolais appaiono episodiche, come una rinuncia ad affrontare i grandi problemi strutturali, percorrendo la via facile della decimazione. Se si facesse tre fuori – dentro uno, chi andrebbe fuori? I migliori, naturalmente, che troverebbero un altro posto nel privato. Chi dentro per l´eternità? Naturalmente i fannulloni e i collezionisti di doppi e tripli lavori. Perciò, con la ricetta Nicolais difficilmente si spegnerebbe il fuoco di Dover, che gli esperti di pubblica amministrazione citano come un caso di scuola. Il caso di quello statale britannico che fino a tempi recenti era incaricato esclusivamente di accendere il fuoco sulla scogliera di Dover se vedeva avvicinarsi l´Invincibile Armata. Che era già passata di lì tanti anni prima.