Dove il Primo Maggio è un reato

03/05/2004

        sabato 1 maggio 2004
        Dove il Primo Maggio è un reato
        In oltre 100 paesi l’iscrizione al sindacato, lo sciopero, la protesta sono fuorilegge
        Andrea Rosa
        In più di cento paesi del mondo, ancora oggi, la difesa dei diritti dei lavoratori, la partecipazione a una manifestazione di protesta, l’adesione ad uno sciopero, l’iscrizione ad una organizzazione sindacale sono azioni che possono avere per chi le compie un prezzo elevatissimo. Pagato talvolta con la vita, quasi sempre con i maltrattamenti, la tortura, la detenzione, il licenziamento.

        È quanto rivela ogni anno nei rapporti sullo stato dei diritti sindacali nel mondo la Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (ICFTU), che rappresenta 157 milioni di lavoratori appartenenti a 225 sindacati presenti in 148 paesi. Le violazioni delle più elementari norme del diritto internazionale a tutela dei lavoratori e delle libertà sindacali avvenute in Colombia, Marocco, Kenya, Cina, Indonesia, Myanmar, Bielorussia e in tanti altri stati sono state in questi anni oggetto di denuncia da parte di organizzazioni per i diritti umani.

        Ai governi di questi paesi sono state rivolte ripetute “osservazioni” da parte dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), l’Agenzia dell’ONU che si occupa delle questioni sindacali e del Lavoro, in richiamo degli impegni presi attraverso la ratifica di convenzioni internazionali in materia di diritti civili e politici, economici e sociali. Impegni solenni, ma rapidamente accantonati: perché i “diritti” ostacolano lo “sviluppo”.

        La Colombia è tra i paesi che vantano il triste primato del maggior numero di sindacalisti assassinati: 112 nel 2000, 156 nel 2001 (cui vanno aggiunti 68 “scomparsi”), 179 nel 2002 (di cui 19 dirigenti). Circa quattromila sono gli episodi di violazioni e abusi ancora impuniti compiuti a danni di operatori sindacali colombiani, bollati come “sovversivi” da parte del governo e delle forze paramilitari.

        In Cina non esiste un sindacato libero, ma solo un sindacato di regime (All China federation of Trade Union). Tutte le altre organizzazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori sono considerate “illegali”. La Federazione Autonoma dei Lavoratori, nata nel 1989 sotto la spinta del Movimento per la Democrazia, ha avuto breve vita. Con la repressione di Piazza Tian An Men i suoi militanti sono stati incarcerati, altri sono caduti durante gli scontri.

        Nel corso degli ultimi anni, attraverso una serie di norme legislative interne, il movimento sindacale della Bielorussia è stato imbavagliato, ostacolato, represso. Nel settembre scorso, il Presidente del Congresso Bielorusso delle Organizzazioni Sindacali Democratiche, Alyksandr Yaroshuk, è stato arrestato per il solo fatto di avere scritto un articolo in cui criticava la decisione della Corte Suprema di sopprimere il sindacato dei controllori di volo.

        Sono solo alcuni esempi documentati in questi anni da Amnesty International. Si tratta di uomini e di donne, lavoratori, militanti. Sono storie di vite spezzate, di processi iniqui ad imputati senza diritti, di lunghe detenzioni in stato di isolamento. Storie di vessazioni e di abusi subiti da chi, all’inizio del terzo millennio, opera per conquistare diritti “elementari” e difendere la dignità nel lavoro e del lavoro, all’interno di contesti privi di protezioni, in un mondo, bisognerebbe sempre ricordarlo, in cui 250 milioni di bambini sono vittime dello sfruttamento del lavoro minorile.

        Ricordare che ancora oggi nel mondo ci sono persone che perdono la vita o la libertà nella lotta per il riconoscimento dei diritti sociali e delle libertà sindacali è forse un modo per ripensare, senza retorica, all’origine autentica della riccorrenza di oggi e per portare nelle piazze e nelle strade delle nostre città il segno di una solidarietà internazionale indispensabile perché nelle realtà più difficili di sfruttamento e oppressione possano continuare ad operare uomini e organizzazioni convinti che non c’è sviluppo senza diritti.

        Ha scritto un sindacalista messicano: “I regimi per i quali la parola sindacato è sovversiva ed in cui i diritti umani sono considerati un incitamento alla ribellione, devono capire che stanno combattendo una battaglia persa”.