“Dossier” La Kroll non credeva alle accuse a D’Alema

08/06/2007
    venerdì 8 giugno 2007

    Pagina 2 – Politica

    I VELENI

      Neanche la Kroll credeva
      alle accuse a D’Alema…

      di Roberto Rossi
      ROMA

        Come l’araba fenice la presunta notizia dei fondi sudamericani di Massimo D’Alema, il conto Oak, muore e risorge dalle proprie ceneri. Varie volte. La «polpetta avvelenata» nei confronti del ministro degli Esteri, viene allevata, curata, e fatta esplodere al momento opportuno. La sua preparazione in realtà è piuttosto artigianale e maldestra, come vedremo. Tanto che la Kroll, la più grande agenzia investigativa al mondo, che per prima aveva raccolto la notizia, liquida l’autore, secondo quanto risulta all’Unità, poco tempo dopo ritenendolo non affidabile. Più che la preparazione, dunque, è l’uso ad essere semmai ad arte.

        Il punto di partenza è capire la sua nascita. Il parto, presumibilmente, avviene a cavallo tra il 1999 e 2000. Il tutto prende gioco da una guerra fra gruppi di telecomunicazione e da un’omonimia. Tra Rodolfo Andriani e Antonio Silvano Andriani, banchiere, per anni amministratore del Monte Paschi, ritenuto vicino proprio a Massimo D’Alema. Dell’omonimia si ha traccia in un’interrogazione parlamentare presentata il 17 ottobre del 2000 da nove deputati del centrodestra. Dove si parla di rapporti tra Enel e il comparto energia della società brasiliana Inepar e ci chiede se Rodolfo Andriani, responsabile di Inepar, sia parente di Silvano Andriani, amministratore Mps.

        Che cosa c’entra Inepar? Inepar è la società che, secondo la presunta notizia, sarebbe stata usata come veicolo da D’Alema per creare in Sud America i fondi occulti. La teoria si basa sul legame di parentela tra Rodolfo e Silvano Andreani, che non c’è, e tra l’amicizia tra quest’ultimo e D’Alema.

        Perché nasce la presunta notizia e perché il fantomatico conto di D’Alema sarebbe proprio in Sud America? Perché nel 2000 la Kroll, per conto di Daniel Dantas, numero uno di Telecom Brasil, sta spiando Roberto Colaninno che allora era il presidente di Telecom e che è impegnato nel progetto di espansione proprio in Brasile. «Quando iniziarono le trattative in Brasile – ricorda Vittorio Nola, ex capo delle sicurezza della Telecom – fummo avvisati dalla polizia di Rio de Janeiro che venivamo seguiti e pedinati sia a Rio sia a Brasilia». Va ricordato, per allineare i tasselli, che Colaninno si è insediato alla guida della Telecom con la benedizione di D’Alema allora presidente del Consiglio. Questo basta per ipotizzare soldi in nero. Ed è questa pista che Kroll maldestramente segue.

        E fino a quel momento la società fondata a New York nel 1972 da Jules B. Kroll ha la fama di essere infallibile. Di lei si sono serviti il governo americano e la Cia. Oggi ha 3700 dipendenti, filiali in 25 paesi e tra questi anche l’Italia. Ha scoperto il tesoro di Saddam Hussein che il presidente iracheno aveva investito, dopo la prima guerra del Golfo, in fabbriche d’armi occidentali, e ha anche confermato che la morte del banchiere Roberto Calvi era in realtà un omicidio e non un suicidio. Insomma, la multinazionale della sicurezza è una potenza. Eppure su D’Alema non trova nulla di accettabile. La presunta pista viene abbandonata. Tre anni dopo, però, ricompare. Siamo nel 2004. Ricompare quando l’agenzia sbarca in Italia. A chiamarla è il commissario straordinario della Parmalat Enrico Bondi. Serve qualcuno che si metta alla ricerca del tesoro di Calisto Tanzi, mai trovato. Bondi che chiama la Kroll è un fatto bizzarro. Bizzarro perché il manager, fino a qualche tempo prima, è stato alla guida di Telecom targata Marco Tronchetti Provera. Che la Kroll continua a controllare. Eppure Bondi, che ha anche creato il modello security della Telecom con Giuliano Tavaroli e, poi, il Tiger Team, si serve della Kroll.

        Da questo momento il sistema Italia per l’agenzia americana diventa centrale. Si raccolgono notizie su politici, uomini d’affari, istituzioni. Anche non verificate. In gergo si chiamano cartelle “open source”. Vengono archiviate voci, i “si dice” e, spesso, fango. Chi le crea non bada alla verifica. Più ne fa e più guadagna. Così fa tale Charles, la fonte della Kroll. Che redige- il faldone navigando in Internet. Dalla rete raccoglie informazioni, spesso pattume, e le trasforma in dossier. Torna la notizia presunta sui conti di D’Alema. La Kroll non ne se ne fa niente. Il rapporto di collaborazione con Charles, ci dice una fonte, si interrompe. Ma il pattume resta negli archivi.

        Finisce, stranamente, nelle mani del Tiger Team, incaricato di difendersi dalla Kroll. Secondo la ricostruzione dell’ex agente Sismi ed ex collaboratore di Tavaroli, Mario Bernardini, il tutto avviene con la violazione di un computer. «Ho qualche dubbio – ci dice la fonte – che il Tiger Team potesse violare i computer della Kroll». E allora torna alla mente il triangolo Parmalat, Kroll e Telecom. Che affiora nel ricordo (settembre 2004) che Fabio Ghioni, ex Tiger Team, racconta ai magistrati milanesi. «In un incontro (…) Tavaroli fece l’imitazione di Letta» (Gianni, ex braccio destro di Berlusconi con delega ai servizi segreti), «facendone il verso mentre chiamava al telefono Bondi». Una gag nella quale Tavaroli imita Letta che «riferiva a Bondi del conflitto di interessi che c’era» tra «le investigazioni di Kroll su Parmalat per conto di Bondi» e «quelle della Kroll su Telecom Brasil». Un caso comunque. Che «va chiarito» come ricorda D’Alema. «C’è il conto? Ne rispondo. Ma se non c’è, chi ha usato questa accusa per destabilizzare deve risponderne. Questo si fa in un Paese serio». «Quello che colpisce – aggiunge D’Alema – è che un giornale serioe che ha quella proprietà utilizzi questa spazzatura, la facciadiventare una notizia e la getti nella vita politica italiana». Per D’Alema il coinvolgimento di un editore come quello della Stampa «colpisce ferisce e preoccupa».