“Dossier” D’Alema: «vogliono massacrarci»

07/06/2007
    giovedì 7 giugno 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    SPIE & DOSSIER

    Retroscena
    Lo sfogo a Palazzo Chigi

      «Caro Romano vogliono massacrarci»

        FABIO MARTINI

        ROMA
        Erano da poco passate le 9 del mattino quando gli eterni duellanti del centrosinistra italiano si sono chiusi nello studio del presidente del Consiglio, al piano nobile di Palazzo Chigi. Massimo D’Alema era furibondo, Romano Prodi era predisposto all’ascolto, anche lui persuaso che sia in atto una manovra di accerchiamento per «far cadere a tutti i costi il governo». D’Alema era un fiume in piena. Convinto che l’articolo pubblicato da «La Stampa» sia parte di una strategia più ampia di poteri forti, interni e internazionali, che punta «a massacrarci». Prodi ascoltava, convinto della sincerità di D’Alema e in larga parte anche della sua analisi: da almeno un mese è partita una campagna per delegittimare i vertici del governo di centrosinistra e le punte di diamante di questa manovra sarebbero alcuni dei più diffusi quotidiani nazionali. Confidava ieri sera il senatore Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema: «Quello a cui stiamo assistendo è un passaggio in qualche modo preventivato». Come dire: ce lo aspettavamo.

        Certo, se lo aspettavano. Da settimane D’Alema studiava le prime pagine del «Corriere della Sera», aveva letto con preoccupazione l’editoriale di Sergio Romano titolato «La marea del ‘92», considerato il segnale premonitore di una campagna che ora starebbe precipitando. Una campagna – questa la convinzione del vicepremier ds – che sarebbe l’effetto di un’unica regia. Eppure, Massimo D’Alema viene chiamato in causa per vicende diversissime tra loro. Anzitutto, ci sono le intercettazioni telefoniche sulla vicenda Bnl-Unipol. Sosteneva ieri Latorre: «Ci sarà qualche mio vaffa’, qualche apprezzamento un po’ crudo, qualche colloquio mio e di Fassino con Consorte, ma nulla, nulla di penalmente rilevante». Certo, Latorre glissa sulle presunte telefonate tra D’Alema e Consorte, ma proprio sulla possibile pubblicazione di quelle telefonate, pubblicazione che fino a ieri mattina sembrava imminente, per tutta la giornata di ieri è partita un’offensiva dei Ds nel tentativo di «oscurarle».

        A dare l’idea è stato il senatore ds Guido Calvi, avvocato di tutte le cause del partito, sin dai tempi del Pci. Ieri mattina, in un vertice assieme a Piero Fassino, a Nicola Latorre e al presidente dei senatori dell’Ulivo Anna Finocchiaro, Calvi ha lanciato l’ipotesi di sollevare la questione del conflitto tra poteri dello Stato contro la decisione del giudice di Milano Clementina Forleo di rendere pubblicabili le intercettazioni. Poi per tutto il giorno i Ds – sotto traccia – hanno chiesto di intervenire ai presidenti delle Camere. E facendo leva sul garantismo del presidente della Camera Fausto Bertinotti e sul patto di ferro che da anni lega Massimo D’Alema e il presidente del Senato Franco Marini, alla fine i Ds sono riusciti nell’impresa.

        E la stessa linea minimalista e complottarda i Ds l’hanno tenuta anche sull’altra questione in ballo, l’indagine «sporca» sui presunti conti bancari in Brasile di D’Alema, una ipotesi che il vicepremier ha definito «spazzatura». Una tendenza a miniminizzare che però mal si concilia con l’ansia che si leggeva sui visi e nelle parole dei leader ds. Come confidava Clemente Mastella. Ieri mattina, subito dopo una riunione dei vertici ds in uno studio di Palazzo Madama, il ministro di Grazia e Giustizia si vedeva con Piero Fassino. E dopo quel colloquio, Mastella a bassa voce riconosceva: «Mi sembra che i Ds siano seriamente preoccupati per questa vicenda, certo tutta da chiarire: riguarda i loro livelli alti, mentre per il centrodestra investe figure di secondo piano». E nelle chiacchierate informali dei peones il tono era diverso da quello dei comunicati ufficiali: «Bisogna solo aspettare, vedere cosa arriva, far passare la nottata, molto altro non possiamo fare», diceva un parlamentare napoletano. E quanto a D’Alema, ha predisposto la linea di difesa, attorno a due capisaldi: chiusura a riccio dei Ds, «chiamata» per la Margherita e per il governo, che non possono sentirsi estranei. Per questo motivo per tutto il giorno al «Botteghino» hanno atteso segni di vita da una parte di Walter Veltroni e da parte di Francesco Rutelli. Il sindaco di Roma si è fatto vivo nel tardo pomeriggio con un comunicato di solidarietà per D’Alema, mentre Rutelli affidava il suo segno di affetto ad un comunicato della Margherita e, interpellato, a quello rimandava per tutto il giorno.