“Dossier” Caprotti, le Coop e il duello Ue (M.Mucchetti)

04/10/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 1 ottobre 2007

      Pagina 10 e 11 – Dossier

        Grande distribuzione
        La guerra dei supermercati

          Le coop, quel tesoro nascosto e
          la sfida con Caprotti e Bruxrellex

            di Massimo Mucchetti

              Bernardo Caprotti è un uomo che sa quello che fa e che farà, ma non sempre lo racconta in anticipo. Pochi giorni prima della presentazione del suo libro Falce e carrello , aveva dichiarato al quotidiano Mf che metteva in vendita Esselunga. Venerdì 21 settembre, nella conferenza stampa sul libro, l’ottantunenne imprenditore milanese ha confessato di aver depistato il cronista per non sciupare la sorpresa e si è scusato. Nell’Italia cattolica, la cosa è finita lì. Nell’Inghilterra protestante, il Financial Times ha titolato: «Capricious Caprotti». E ha avvertito che un simile comportamento non ispira molta fiducia negli annunci futuri, specialmente se riguardassero la quotazione in Borsa. Amusing Italy

              Con il suo pamphlet, Caprotti sostiene l’esposto contro la Repubblica Italiana, rea di concedere aiuti di Stato, sotto forma di sconti fiscali, alle 9 grandi cooperative di consumo aderenti a Coop Italia, presentato dalla Federdistribuzione alla Commissione europea il 4 aprile 2006. La legislazione, che il governo Prodi si trova a difendere, è quella riformata nel 2002 e nel 2004 dal governo Berlusconi attraverso i decreti del ministro Tremonti, buon amico del patron di Esselunga, finanziatore (alla luce del sole) di Forza Italia. A Londra potrebbero commentare: «Amusing Italy». Caprotti ha attaccato personalmente alcuni presidenti di cooperative. Coop Italia, invece, ha ottenuto la condanna in primo grado di tre dirigenti della grande distribuzione privata, di cui uno di Esselunga, che si erano avvalsi di documenti riservati delle coop, ottenuti in modo non confessabile, nelle trattative con alcuni fornitori. Caprotti accusa le coop di fare politica invece degli interessi dei consumatori. Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, paragona il concorrente alla McLaren che spia la Ferrari. Fuochi d’artificio per impressionare il commissario Ue alla Concorrenza, Neelie Kroes. Ma che cosa si profila oltre le polemiche e oltre la stessa decisione della Kroes?

              Bernardo e la Borsa
              Oltre l’oggi resterà la realtà dei due principali gruppi italiani della grande distribuzione rimasti sulla scena dopo il ritiro degli Agnelli, di Berlusconi e dei Benetton che hanno ceduto Rinascente, Standa e Gs. Le storie sono diverse, ma il giro di boa attende sia Esselunga che Coop Italia. Esselunga è posseduta dalla Fudfina a sua volta controllata da una società, la Supermarkets Italiani, che venne costituita nel 1957 da Nelson Rockefeller e dalle famiglie Caprotti, Crespi e Brunelli. Oggi tutto fa capo alla sola famiglia Caprotti, ma Bernardo non ha un erede cui lasciare il timone. Nel novembre 2005, ha spostato immobili e marchi da Esselunga a un’immobiliare al valore di libro di 470 milioni che, come molti valori di libro, è largamente inferiore ai valori di mercato. E ha pure ceduto Esselunga senza mattoni alla Fudfina rivalutandola per l’occasione a 3,8 miliardi. Il gruppo nel suo complesso fattura quasi 5 miliardi con un ebitda (margine operativo lordo) di 447 milioni, un ebit (margine operativo dopo gli ammortamenti) di 340 milioni e un utile netto di 179. Caprotti, padrone in casa sua, deciderà magari altrimenti, ma questa ridefinizione offre la possibilità di garantire alle future generazioni un’abbondante rendita immobiliare e all’azienda la più totale libertà di destinazione. E proprio qui è il punto. Esselunga obbedisce a un modello diverso dagli altri: 123 «negozi» di dimensioni ben studiate (tra i 2.500 e i 4 mila metri quadri) ubicati nelle aree più ricche del Paese con due soli centri di stoccaggio: quello enorme di Pioltello, vicino a Milano, e quello di Firenze. Esselunga accetta l’espansione se, in una certa zona, può costruire rapidamente un numero abbastanza alto di «negozi» attorno a un centro di stoccaggio. Infine, ma è il punto principale, la qualità. Finora, Caprotti non ha trovato il compratore adatto a sviluppare il modello. Lo troverà? È possibile. La quotazione in Borsa non risolve il problema, perché resta da decidere chi e come, dopo di lui, gestirà il pacchetto di controllo.

              Tasse e contributi
              Le cooperative di consumo non hanno problemi di successione. Esistono da un secolo e mezzo. Hanno attraversato due guerre e subito il regime fascista. Con l’avvento della distribuzione moderna organizzata, hanno dovuto cambiare mentalità. Come ha ricordato Aldo Soldi, presidente delle cooperative di consumo, quando Supermarkets Italiani cominciava c’erano già 6 mila spacci cooperativi. Ora sono meno ma più grandi: un migliaio, presenti in tutta Italia, tranne Basilicata e Sardegna, nelle zone ricche e in quelle povere. Issare l’insegna coop in 450 comuni costa, ma la coop ha per obiettivo la solidarietà tra i consumatori e la possibilità di trasmettere il patrimonio, possibilmente aumentato, da una generazione all’altra, non il massimo profitto. Verità? Retorica? L’esposto della Federdistribuzione consentirà di misurare questa solidarietà. Citando inchieste affidate a società scelte da lui e altre di organi d’informazione specializzati come Altroconsumo , Caprotti contesta il beneficio di fare oggi la spesa alle coop rispetto a Esselunga. Le coop riconoscono che dal 2005 Esselunga è più conveniente, ma rifiutano il confronto su un arco di tempo breve, ritenendolo influenzabile dalle politiche commerciali e vantano nel tempo prezzi inferiori alla media della grande distribuzione e della stessa Esselunga pre 2005. Soldi spara una cifra piuttosto alta quale beneficio per i soci coop nel 2006: 310 milioni di euro. Ma la cifra comprende gli accantonamenti a riserva che costituiscono anche un rafforzamento dell’azienda. E comunque andrebbe confrontata con il valore medio delle promozioni e dei premi riservati dalla grande distribuzione privata ai soci fidelizzati con le varie card. Bruxelles avrà modo di fare chiarezza, anche sulla base delle controdeduzioni del governo italiano che, attraverso il ministero dello Sviluppo economico guidato da Pierluigi Bersani, vigila sulle cooperative e che certo avrà letto con piacere sul Sole 24 Ore la tabellina sui versamenti fiscali e contributivi della grande distribuzione: le 9 grandi coop, che compensano gli sconti fiscali sull’utile con il maggior carico di manodopera, stanno sul 6,1%, meno di Auchan e di Esselunga (7,8%), ma più di Pam, Finiper, Carrefour, Sma. Ma l’imperativo dell’uso efficiente delle risorse è valido anche per le coop.

              Le coop in rosso
              Le grandi cop di consumo hanno un problema industriale e un’opportunità finanziaria. Se la centrale unica d’acquisto funziona, perché tenere separate le 9 coop maggiori con gli inevitabili extracosti logistici, amministrativi e operativi? I margini operativi dopo gli ammortamenti di 3 delle 9 sono negativi: Lombardia, Tirreno e Nord Est. Tutte poi chiudono in nero con profitti netti aggregati per 370 milioni su un fatturato di 9,8 miliardi. Un risultato proporzionalmente simile a quello di Esselunga, ma qualitativamente meno buono. Caprotti, infatti, guadagna con la gestione ordinaria. Le grandi coop hanno una forte componente finanziaria, derivante in gran parte dalla differenza tra quanto le coop corrispondono ai sottoscrittori del prestito sociale e quanto ricavano investendolo, sia pure con prudenza. Di più, nel 2006 Coop Lombardia e Coop Tirreno avrebbero chiuso in rosso, la prima in profondo rosso, se non avessero alienato beni patrimoniali.

              Il tesoro nascosto
              L’opportunità finanziaria è presto detta: le coop possono tirar fuori i talenti che tengono sotto terra. Non sono disponibili stime ufficiali sul valore di mercato del patrimonio. Ma se Caprotti vale 5 miliardi, l’aggregato delle 9 coop, meno efficiente ma con il 18% del mercato, sarà attorno ai 10. Se trovassero il modo di collocarne in Borsa il 40%, queste coop avrebbero 4 miliardi da reinvestire e il 60% in un gruppo meglio gestito e dunque in grado di dare più dividendi. Il ritorno per i soci, la solidarietà fra cooperative e la beneficenza per i territori, compresi quelli d’oltremare, sarebbero ben superiori a quelli attuali. Ma le coop sono un pachiderma che ha i suoi tempi di maturazione e non è detto che i sentimenti e il potere seguano la razionalità.