“dopoUnipol” Le coop: bianchi contro rossi (2)

09/01/2006

    sabato 7 gennaio 2006

      Pagina 9 – Primo Piano

      MODELLI A CONFRONTO – IL PIÙ ALTO NUMERO DI DIPENDENTI DEL MOVIMENTO ASSOCIATIVO SI TROVA NEL CENTRO ITALIA LEGATO ALLA SINISTRA

        Bianchi e rossi, due maniere di fare business

          inchiesta
          Paolo Baroni

            Il cuore della finanza rossa batte a Bologna, lungo l’asse che va dal bunker Unipol di via Stalingrado alla sede della Lega regionale che occupa una delle torri di Kenzo Tange nel distretto fieristico. Da qui si governano tutte le attività sparse nei territori che corrono lungo la via Emilia, da Reggio alla Romagna. Secondo una ricerca dell’Unioncamere le province «più cooperative» d’Italia sono concentrate qui: prima è infatti Reggio con 53,4 occupati nelle coop ogni 1000 abitanti, seguita da Bologna (45,4) e Ravenna (40,8). A livello regionale l’Emilia Romagna è prima con 35,8 addetti per mille abitanti (ovvero 144.480 occupati extra-agricoli, pari al 9,8% del totale) seguita da Trentino Alto Adige (19,6%) e Veneto (15,8%).

              In Emilia e Toscana, come spiega l’economista di Forza Italia Renato Brunetta, «il sistema-coop è una sorta di welfare che ti accompagna dalla culla alla bara: un sistema che ti segue e ti protegge, ti consola, ti tranquillizza, ti garantisce, che ti dà un po’ di lavoro e che di fatto finanzia la politica. Il settore, soprattutto a sinistra, è molto ideologizzato. C’è un forte senso appartenenza per cui il buon militante di sinistra, fa la sua assicurazione all’Unipol, fa costruire la sua casa dall’impresa della Lega, va a fare la spesa alla Coop».

                L’altro polo del sistema cooperativo nazionale, quello di matrice cattolica raccolto sotto le insegne della Confcooperative e che contende a Legacoop il primato in termini di giro d’affari, ha invece le sue roccaforti in Trentino e in Lombardia, ma a sua volta è molto forte anche in Romagna, in particolare nel settore dell’agro-industria. E guarda caso anche i «bianchi» hanno in questa regione il loro peso massimo: è il gruppo Sigma (settore distribuzione) che nel 2004 ha fatturato 2,33 miliardi. A ruota seguono il Crai Lombardia con 1,95 miliardi e i produttori avicoli veneti che fanno riferimento al gruppo Veronesi (1,7 miliardi). Sempre alla Confcoop fanno poi capo la cesenate Gesco-Amadori (746 milioni) e altri due gruppi bolognesi: la Conserve Italia (920 milioni), che l’anno passato è stata protagonista dell’acquisto del gruppo Cirio, e la CoproB-Italia Zuccheri, che a sua volta ha rilevato Eridania.

                  «A mio parere la cooperazione “bianca” e molto più vicina ai principi mutualistici di quella “rossa” – spiega l’economista Giulio Sapelli – perché non ha avuto casi di ipergigantismo. E in particolare le coop trentine sono l’ottimale come modello cooperativo a livello mondiale. Si tratta infatti di un mondo integrato, che va dal credito cooperativo sino alle multiutility con cooperative di contadini che possiedono e gestiscono anche delle centrali elettriche. A queste realtà poi si affiancano le famiglie cooperative (una sorta di coop di consumo) e presenze molto forti nell’agroalimentare di qualità».

                    Secondo Sapelli il vero punto debole della Legacoop sta nel credito: «In questo settore non hanno saputo dotarsi di strutture cooperative vere, non sono riuscite a imitare la cooperazione bianca. Bnl-Unipol non ha nulla a che vedere né con la cooperazione né con l’industria ma è un puro esercizio di potere con nessuna base industriale. Avevano il Monte Paschi… potevano mettersi d’accordo con lui».

                      Anche Marcello Messori, docente di Economia a Tor Vergata, concorda sul fatto che alle coop «rosse» manchi un forte braccio bancario. «In altri sistemi cooperativi – spiega – la finanza è molto presente. Perché Legacoop è così in ritardo? Forse perché ha trovato il terreno già occupato». E in effetti i numeri e la presenza territoriale che possono vantare le banche che tramite Federcasse fanno riferimento a Confcooperative, e che hanno in Iccrea la loro holding centrale, sono di tutto rispetto: le Banche di Credito cooperativo che oggi operano in Italia sono infatti 440, con 3500 sportelli, 750 mila soci e 4 milioni di clienti. In totale arrivano a controllare il 4,5% del mercato del credito con una raccolta complessiva di 100 miliardi di euro. Al presidente della Confcooperative Luigi Marino, però, questi numeri non bastano. O meglio, a suo parere, serve un vero e proprio salto di qualità. «Quando diciamo Rabobank, Crédit Agricole, Crédit Mutuel, Dg Bank – spiega il numero uno delle coop bianche – identifichiamo una categoria di cooperative di credito e un soggetto imprenditoriale unitario, capace di muoversi da pivot sui mercati nazionali e non solo. Quando diciamo Bcc o Credito Cooperativo, identifichiamo solo una categoria: appare urgente la necessità di rafforzare il legame tra la presenza nel territorio e la sua capacità di realizzare iniziative imprenditoriali comuni».

                        Sull’altro versante, invece, con l’operazione Unipol-Bnl le coop rosse puntano (o forse, visto la piega che sta prendendo questa vicenda, è meglio dire puntavano) al colpo grosso. «Qualcuno – scriveva nei giorni scorsi su l’Unità l’ex senatore ds Silvano Andriani, oggi presidente di Mps Vita – ha ricordato che la necessità di dare un polmone finanziario al movimento cooperativo è sul tappeto da tempo, ed è vero, ma la costituzione di quello che potrebbe diventare il terzo polo finanziario italiano travalica di molto tale esigenza e darebbe vita a una entità in grado di fare finanza a tutto campo».

                          Secondo l’economista bolognese Stefano Zamagni, ora, lo choc provocato dal caso-Consorte sarà salutare: «Farà l’effetto della “distruzione creatrice” evocata dal filosofo tedesco Schumpeter secondo il quale c’è bisogno che le imprese falliscano perché sulle loro ceneri ne possono nascere altre che non ne ripetono gli errori». In questo caso, il fallimento va riferito alla gestione-Consorte, non certo a Unipol, che secondo Zamagni nella vicenda ha commesso essenzialmente tre errori: «Non ha rispettato le regole democratiche, ha diviso il movimento cooperativo e, infine, ha mostrato scarsa autonomia dalla politica». (2. fine)