“dopoUnipol” L’avance dei cattolici: «Coop tutte insieme»

09/01/2006

    sabato 7 gennaio 2006

      Pagina 9 – Primo Piano

      ALLEANZA - CONFCOOPERATIVE ALLA LEGA: TAGLIATE IL CORDONE CON I DS E LAVORIAMO A UN PROGETTO COMUNE

        L’avance dei cattolici «Coop tutte insieme»

          Poletti (Lega): «Bene, ma sia chiaro che non veniamo a Canossa»

          Marco Sodano

            Coop rosse e coop bianche, «comunisti» e «cattolici». Ora che i primi sono nell’occhio della burrasca con la scalata Bnl, i secondi tendono la mano con sapienza democristiana. Tanti hanno suggerito ai Ds di allentare i rapporti con Unipol, Confcooperative guarda la faccenda al contrario e suggerisce a Legacoop di «tagliare il cordone ombelicale» che la unisce alla Quercia. Per lavorare insieme «all’unità del movimento cooperativo».

              La proposta è maturata tra discussioni concitate. Alla fine s’è deciso che l’aggancio ai rossi va tentato prima che Banca d’Italia si pronunci sull’Opa e Luigi Marino, presidente di Confcooperative, viene allo scoperto. Dice che è il momento buono per un sogno: il superamento del dualismo Lega di qua-Confcoop di là, rossi e bianchi. Il momento buono per un’offerta pubblica di alleanza nella quale Marino porterebbe 18mila 900 aziende, più di 3 milioni di soci, 450mila addetti, un fatturato di 43 miliardi. E poi le banche, che i bianchi hanno già con il circuito del credito cooperativo. Quattro milioni di clienti, 3mila 500 sportelli, 100 miliardi di raccolta diretta. Quanto basta per trattare alla pari con i rossi, che sono il doppio (15mila imprese) ma hanno meno dipendenti (401mila). Hanno 7 milioni di soci e un fatturato di poco superiore ai cugini cattolici: 45 miliardi l’anno. La somma fa una potenza di fuoco che impressiona. E con le banche basta saperci fare, dice Marino: «Rabobank, Credit agricole, Credit Mutuel sono cooperative capaci di muoversi sui mercati internazionali e grandi imprenditori». Le Bcc invece devono ancora «mostrarsi capaci di realizzare iniziative imprenditoriali comuni». Insomma: bisogna fare più affari.

                Cifre pesanti, che senz’altro condizionano la riflessione del numero uno di Legacoop Giuliano Poletti. Che dice: «Vale la pena di lavorare sull’unità». A patto che i cugini bianchi non «diano per scontato che qualcuno deve andare a Canossa» e si chiarisca la questione del cordone ombelicale. Fa notare Poletti al collega Marino: «i comportamenti di Legacoop non sono in discussione. Ferma restando la nostra autonomia, possiamo discutere delle relazioni tra economia, politica e impegno sociale». Con prudenza, però, perché tra i 7 milioni di soci di Legacoop «non esiste un pensiero unico».

                  Quanto a Bnl, si vedrà. In attesa del verdetto di via Nazionale, le Coop hanno avviato la «pace» con il Monte dei Paschi di Siena (da sempre contrario all’operazione). Ambasciatore, il neopresidente di Finsoe Turiddo Campaini (capo di Unicoop Firenze). Mps ha il 25,8% di Finsoe, che è azionista di maggioranza Unipol. Spiega Giorgio Bertinelli, vicepresidente di Legacoop: «Campaini dimostra che è passata la linea del dialogo con Siena». È presto, secondo Bertinelli, per capire se si riaprirà la partita Bnl. Sembra di no, comunque «se Bankitalia dà l’ok, Campaini aiuterà a tenere l’alleanza in piedi e rinsalderà i rapporti. Con l’Opa bocciata si tratterà di studiare strategie comuni per il futuro».

                    E il Monte si terrà strette le coop. Anche perché il dopoUnipol sarà cruciale per la cooperazione italiana. Luciano D’Ulizia, presidente dell’Unci (anche qui, cattolici: 8 mila aziende, 130mila soci 20 miliardi di fatturato, molte adesioni nel Mezzogiorno) riconduce la questione alle grandezze economiche. «Le cooperative hanno creato 500mila posti di lavoro negli ultimi 5 anni. Il loro pil è cresciuto tra il 5 e il 7%. Un caso unico. Per questo fa gola».

                      E la proposta di Marino? «Va bene, a patto che ci si trovi insieme per discutere di un modello di crescita». Troppo potere ai manager, troppo poco ai dirigenti delle coop non funziona: «Consorte è l’esempio più eclatante. Guardiamo dov’è finito». E Bnl? «Tutto sommato l’Opa si può fare. In fondo Bnl è nata come banca della cooperazione, sarebbe solo un ritorno a casa. Il problema è garantire che lo spirito della cooperazione resti intatto, altrimenti perderemmo le caratteristiche che ci hanno portato a chiudere anni eccezionali. Se l’Italia non è andata in recessione è merito del sistema cooperativo, non è il momento di sacrificarlo alla casta dei manager».