Dopo il voto Epifani chiede dimissioni

06/04/2005

    mercoledì 6 marzo 2005

      TRIPLICE
      LE REGIONALI VISTE DALLA PARTE DEI LAVORATORI

        Dopo il voto Epifani chiede dimissioni Pezzotta invece il rinnovo dei contratti

          La Cgil esulta, Cisl e Uil pensano a fare il loro normale mestiere di sindacalisti (sempre più difficile in tempi di bipolarismo), tutti e tre dicono al governo, anche se con accenti diversi, «chi è causa del suo mal, pianga se stesso». Guglielmo Epifani detta una dichiarazione alle agenzie che suona come una campana a morto (per il centrodestra) e a storno (per il centrosinistra): «Il risultato elettorale di ieri esprime in maniera omogenea, partecipata e netta una indicazione di malessere e di scontento nei confronti delle scelte politiche della maggioranza di governo». Il voto, peraltro, rafforzerebbe le ragioni e le motivazioni di critica a «tutti gli aspetti delle politiche del governo» e l’occhio cade subito sulla parola «tutti». Nessuno escluso, dunque. Il cahier de doleance della Cgil, ricorda il suo segretario, parte dal Mezzogiorno e arriva all’occupazione, coinvolge le imprese e i giovani, gli anziani e i pareri dell’Unione europea. «Il governo dovrebbe trarne ovvie conclusioni». Dimettersi. Oppure cambiarle, tali politiche, di fatto nel loro totale capovolgimento: stop alla devolution, politica a sostegno degli investimenti e della ricerca, ridare valore alle pensioni, rinnovare subito i contratti pubblici, restituire in maniera permanente il drenaggio fiscale ai lavoratori dipendenti.

          Si fa prima a cambiarlo, il governo, è la logica conclusione del ragionamento di Epifani, che poi affonda: il voto «esprime una domanda di radicale cambiamento e di rispetto per il ruolo e le proposte del sindacato» e l’accento batte sulla richiesta di radicale cambiamento più che sul rispetto. Savino Pezzotta non la pensa esattamente allo stesso modo e lo fa capire parlandone col Riformista: «Il sindacato chiede di fare quello che chiedeva prima, rinnovare i contratti», dice. «Quello del pubblico impiego è scaduto da 15 mesi, o si chiude presto o partiranno altre e nuove mobilitazioni. Non a caso, avevo chiesto di rinnovarlo prima delle elezioni, non dopo. Certo è che se un governo non concerta, non rinnova i contratti, non prende in considerazione le richieste del sindacato – nota Pezzotta – la gente risponde, anche con il voto». Dove si accumula «un malessere sociale forte e sempre più diffuso, negli ultimi tempi», spiega il segretario della Cisl, «specialmente al Sud, tra le famiglie monoreddito, nelle aziende in cassa integrazione, nei settori produttivi più in crisi». Rientra dalla finestra, dopo non essere nemmeno uscito dalla porta – considerando il seminario sulla politica organizzato congiuntamente da Cgil, Cisl e Uil che ha prodotto molte analisi e nessuna intenzionalità comune – il rapporto del sindacato con essa e i suoi spazi di autonomia, specialmente in epoca di bipolarismo. Un bipolarismo che a Pezzotta non piace perché limita il ruolo delle autonomie sociali: «Non solo quelle del sindacato ma anche quelle delle imprese». A favore, nota Pezzotta, dell’utilità marginale di pezzi di coalizione. Il dibattito si restringe così al loro interno, «mortificando il pluralismo e le autonomie sociali». Pluralismo e autonomia che sarebbero mortificati – per Pezzotta – anche dai progetti di regolamentazione della rappresentanza, che sono tornati in auge anche nel centrosinistra, ultimamente. Resta il principio: «i governi non devono cedere per forza ma negoziare sì, conviene anche a loro, vuol dire avere meno conflitti e più consenso sociale».

            Per il segretario della Uil Luigi Angeletti «i temi economici hanno giocato molto, in queste elezioni: dipendenti e pensionati hanno avuto la netta sensazione del peggioramento dei loro redditi e hanno votato di conseguenza». Angeletti, a dire la verità, più che non amare il bipolarismo oggi in atto, ritiene che siano la cultura del sindacato e molti dei suoi dirigenti che non ancora riescono bene a «metabolizzarne problemi e dinamiche. Ne deriva l’idea che il sindacato debba schierarsi per forza, il che comporta un altro aggravio, la percezione di un sindacato dimezzato». Un rischio che avanza.