“Donne” La psicologa: l’equiparazione va bene

16/07/2007
    domenica 15 luglio 2007

    Pagina 7 – Economia

    L’Europa, le donne e l’età «giusta» per lasciare il lavoro

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        LA PSICOLOGA SABRINA SOZZANI

        L’equiparazione va bene,
        un segno di emancipazione

          Milano
          FAVOREVOLE – «Le donne devono avere le stesse possibilità degli uomini di realizzarsi a pieno nel mondo del lavoro. E di raggiungere in questo modo un’anzianità contributiva in grado di assicurare loro una pensione adeguata». Sabrina Sozzani, 41 anni, è una psicologa: si divide tra lo studio privato di Varese e il gruppo d’inserimento lavorativo a Somma Lombardo, le sue sono giornate lavorative da dodici ore ciascuna, ma non vuol nemmeno sentir parlare di pensione. «Se la mia salute me lo permetterà, lavorerò fino a ottant’anni».

          Perchè è favorevole all’equiparazione tra uomini e donne?

          «Lo considero un contributo fondativo alla parità tra i sessi. Da sempre chiediamo pari opportunità, la parità in fatto d’età pensionabile sarebbe un importante passo in avanti per le donne, oltre che per le nuove generazioni su cui peseranno gli squilibri del sistema contributivo».

          Perchè iniziare dalle pensioni e non, per esempio, dalla parità retributiva di fatto?

          «Purtroppo i tempi non sono ancora maturi. Sarebbe giusto, ma la società italiana da questo punto di vista è arretrata: bisogna fare un passo alla volta, cercando di creare una mentalità condivisa intorno ad ogni riforma. Con l’innalzamento dell’età pensionabile crescono non solo i contributi, ma anche le possibilità di piena realizzazione».

          In che senso?

          «Parificare l’età pensionabile significa dare dignità al lavoro delle donne, che spesso non riescono a realizzare obiettivi di lungo periodo, sia perchè oggi si entra più tardi nel mondo del lavoro, sia perchè la maternità e gli altri carichi familiari interrompono la carriera lavorativa. Tanto più che con l’età cresce anche la qualità del lavoro: oggi le donne smettono di lavorare troppo presto, con effetti negativi anche per le giovani generazioni, che perdono la possibilità di confrontarsi con la loro esperienza».

          Molte donne a sessant’anni sono stanche di lavorare. Il doppio lavoro costituito dai carichi familiari non conta?

          «Non è giusto che siano le donne ad accollarsi il peso del lavoro di cura. Abbandonare la propria occupazione, inoltre, genera spesso frustazione, perchè passando dalla categoria delle lavoratrici a quella delle anziane, molte donne si sentono ghettizzate, sviluppano forme depressive e patologie derivanti dall’inattività. Il punto della questione, semmai, è un altro».

          Quale?

          «Serve differenziare e migliorare il contributo lavorativo col trascorrere dell’età. Ci vorrebbero formazione continua, strumenti di collaborazione tra colleghi giovani ed anziani, forme di gratificazione per il lavoro svolto. Insomma, la crescita sul lavoro deve essere continua».

        l.v.