Donne, la discriminazione inizia dalla busta-paga

19/06/2006
    luned� 19 giugno 2006

    Pagina 9 – Economia

    Donne, la discriminazione
    inizia dalla busta-paga

      DISPARIT� Le donne sono le pi� precarie. A parit� di mansioni hanno retribuzioni inferiori del 20% a quelle dei colleghi uomini. La discriminazione salariale � congenita al mondo del lavoro. Le donne guadagnano meno anche quando non sono sposate e non hanno figli

        di Luigina Venturelli / Milano

        Vietata a chiare lettere da leggi e contratti collettivi, stigmatizzata con orrore nella teoria e nei discorsi pubblici, la discriminazione salariale tra uomini e donne � per� fatto scontato ed accettato nel mondo del lavoro. Come una realt� scomoda ma ovvia, davanti alla quale si pu� solo fare spallucce e pensare con rammarico alle tante ingiustizie della vita. Le stime pi� ottimistiche – basate su dati Istat, elaborate in ricerche Isfol e Ires, condivise da istituzioni e sindacati – parlano di un divario del 20%. A parit� di formazione professionale e di mansioni svolte, le donne guadagnano sistematicamente l’80% di quanto trovano in busta paga i colleghi maschi. E una volta conclusa la carriera, possono contare su pensioni pi� basse del 40% a parit� di anni contributivi.

        Com’� possibile? Le vecchie spiegazioni, che alle donne rinfacciavano la responsabilit� di competenze inferiori o sbagliate, vanno storicamente archiviate. Oggi – rilevano le analisi dell’Ocse – le donne studiano di pi�, ottengono i voti migliori, si laureano pi� in fretta. Eppure le pari opportunit� restano un miraggio nella vita pubblica, lavorativa o politica che sia. La differenza retributiva si spiega, in prima battuta, con una serie di discriminazioni indirette che incidono poi sul salario: discriminazioni settoriali, contrattuali e verticali. Le donne sono, innanzitutto, poco presenti nei comparti ad alto contenuto tecnologico e scientifico, ma rappresentano la maggioranza della forza lavoro nel commercio o nei servizi: la femminilizzazione dell’occupazione � quindi avvenuta nei settori genericamente peggio retribuiti.

        Inoltre i processi di precarizzazione hanno riguardato soprattutto le donne, che costituiscono il 60% dei co.co.co, per giunta nelle aree meno qualificate. �Gli uomini lavorano negli istituti di ricerca, le donne lavorano nei call-center� spiega Giovanna Altieri, direttrice dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Cgil. Secondo l’indagine svolta dall’Ires sul lavoro atipico, infatti, le collaboratrici guadagnano la met� dei collaboratori: la media del reddito percepito dalle lavoratrici co.co.co. � pari a 6-7mila euro annui, mentre i colleghi maschi ne guadagnano 12-14mila. Il che genera, a sua volta, condizioni di svantaggio che si autoriproducono: le donne sono esposte a rapporti di collaborazioni pi� volatili e sono impossibilitate a investire in formazione per cambiare posizione di lavoro. Pesano, infine, le difficolt� femminili a scalare in verticale la piramide gerarchica occupazionale: la presenza delle donne � molto bassa ai livelli manageriali e dirigenziali e la carriera rimane nella maggioranza dei casi una prerogativa maschile. Pi� si sale nelle qualifiche professionali, pi� aumenta la disparit� salariale maschile-femminile, poich� nelle mansioni di basso profilo i contratti collettivi costituiscono spesso un argine alla discriminazione (che comunque trova spazio nei molti part-time e nei pochi straordinari fatti dalle donne).

        �Ma tutto ci� non basta a spiegare la grande disparit� salariale – continua Giovanna Altieri – che in Italia esiste tra uomini e donne, anche in pari condizioni di alta professionalit�. La ragione profonda sta nello squilibrio tra i sessi nell’accollarsi il lavoro familiare di cura, in gran parte sulle spalle femminili. E quindi nel nostro sistema di welfare, che impone alla famiglia stessa di farsi completamente carico della cura di bambini ed anziani�. Per questo si pu� parlare di una discriminazione diretta presunta: �Nel mondo del lavoro – conclude la direttrice dell’Ires – � ben radicato uno stereotipo: si presume che le donne, causa figli e famiglia, abbiano un minor attaccamento al lavoro; si affidano loro incarichi di minor responsabilit� nella convinzione che non possano assolvere mansioni pi� alte; le donne devono dimostrare di saper lavorare quando per gli uomini questa capacit� � data per acquisita�.

          Sconfortante la conferma fornita dalla ricerca Almalaurea del 2005, condotta su oltre 75mila laureati di 36 diverse universit� italiane. Ad un anno dal conseguimento della laurea (in fase di accesso al mondo del lavoro, molto prima che si facciano una famiglia o abbiano dei figli) le donne guadagnano 885 euro netti mensili contro i 1.136 euro degli uomini, con un differenziale pari al 28%. Una discriminazione tanto pi� rilevante, in quanto confermata all’interno di ciascun gruppo disciplinare, che sia letterario, giuridico, scientifico o, soprattutto, economico-statistico, dove i maschi guadagnano il 60% in pi� delle colleghe (1.418 euro contro 888 euro mensili netti). Tali disparit� si accentuano a tre anni dalla conclusione degli studi, quando il differenziale raggiunge il 29% (1.315 a 1.017 euro), ed ancora di pi� a cinque anni dal titolo (1.530 a 1.162 euro). Non stupisce che le donne risultino meno soddisfatte del proprio lavoro e meno gratificate dalle prospettive di carriera e guadagno.