“Donne” La commessa: alla fine paghiamo sempre noi

16/07/2007
    domenica 15 luglio 2007

    Pagina 7 – Economia

    L’Europa, le donne e l’età «giusta» per lasciare il lavoro

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        LA COMMESSA LINA VASTOLA

        Sono contraria, alla fine paghiamo sempre noi

          Milano

          DISSENSO – «Impensabile». Lina Vastola non ha dubbi: la sola idea che l’età pensionabile delle donne possa essere equiparata a quella degli uomini la fa infuriare. Ha 48 anni, fa la commessa alla Rinascente di Milano dal giorno del suo ventesimo compleanno, conosce bene la quotidiana fatica di conciliare lavoro e carichi domestici: «Le donne sono stanche, davvero stanche di essere penalizzate ogni volta che c’è da tagliare la spesa sociale».

          Perché considera penalizzante l’ipotesi dei 65 anni?

          «Perché le donne sono già discriminate in quanto donne nel mondo del lavoro. Le nostre retribuzioni sono più basse, il peso della cura familiare è sulle nostre spalle, non siamo presenti nei luoghi decisionali, adesso vorrebbero anche alzarci l’età pensionabile? Ancora una volta devono essere le donne a pagare i problemi dei conti pubblici. Ogni volta che tagliano i servizi sociali, ad esempio per l’assistenza agli anziani o all’infanzia, siamo noi a dover fare da supplenti».

          La pensione a 60 anni è un risarcimento per il doppio lavoro, a casa e in ufficio?

          «Certamente. Da quasi trent’anni mi divido tra il mio posto da commessa e il mio ruolo di madre. Come donna separata, mi sono sempre occupata io di mia figlia: pulisco la casa e preparo la colazione prima di andare al lavoro e, quando rientro, vado a fare la spesa, lavo e stiro, cucino per la cena. Spesso non ho nemmeno il tempo di accendere la televisione».

          Come concilia i compiti domestici con quelli lavorativi?

          «Con difficoltà. Il lavoro di commessa non è faticoso, ma stressante: spesso i clienti sono maleducati e ci maltrattano, ma noi dobbiamo essere sorridenti. Viviamo tutte nell’hinterland milanese: ci alziamo la mattina alle sei e mezza per essere sul posto alle nove e, con i turni spezzati, torniamo a casa alle nove di sera. È normale che, con questi ritmi, una donna a sessant’anni sia stanca di lavorare».

          Che cosa direbbe al mondo politico che sta discutendo della questione?

          «Che il mondo del lavoro non è tutto uguale. Se i politici rimangono dove stanno fino ad ottant’anni, non vuol dire che tutti lo possano fare. C’è mestiere e mestiere: bravi loro, ma noi non ce la facciamo. Le cose andrebbero meglio se in parlamento ci fossero più donne, in grado di capire i nostri problemi. Ma soprattutto ci vorrebbero più giovani».

          Perché?

          «Perché se le persone di una certa età non possono andare in pensione, per loro sarà sempre più difficile trovare un posto di lavoro. Non si può predicare bene e razzolare male, non si può parlare continuamente di giovani ed impedire che trovino un impiego a causa delle generazioni precedenti. Mia figlia ha 21 anni, sta cercando lavoro, conosco il problema».

        l.v.