Donne e meritocrazia: la Cgil chiama la Bocconi

06/06/2007
    mercoledì 6 giugno 2007

    Pagina 41 – Economia

    Donne e meritocrazia,
    la Cgil chiama la Bocconi

    Epifani: il sindacato per l’appiattimento? Una falsa idea

      Paola Pica
      ppica@rcs.it

      MILANO — Sorpresa: «Merito» e «meritocrazia» sono due parole tra le più citate dalle donne della Cgil. Ma anche di «equità», «identità» e «solidarietà» hanno parlato ieri le «compagne» («sì, ci chiamiamo così» precisano) riunite ieri a Milano in un’affollata assemblea-convegno con due economiste dell’Università Bocconi, Alessandra Casarico e Paola Profeta, e i vertici del sindacato, il segretario nazionale Guglielmo Epifani, e il segretario generale della Lombardia, Susanna Camusso.

      È Camusso la regista e l’anima di quest’ incontro dal titolo «Donne: un nuovo patto intergenerazionale», è lei che ha voluto quel panel con le ricercatrici e che chiede di vedere il lavoro delle donne «non come salario aggiuntivo, ma come scelte di libertà, di passione di affermazione professionale». Le due bocconiane, due «tecniche» non allineate, sono venute alla Camera del Lavoro ad affermare che «le pari opportunità non sono un costo, ma un fattore produttivo che fa crescere l’economia». Entrambe sotto i 40 e madri di bimbi piccoli, Casarico & Profeta sono una coppia professionale. Chiamate dal ministro Barbara Pollastrini per l’inaugurazione dell’anno delle Pari Opportunità, le loro ricerche compaiono su Il Sole 24Ore, dalle cui colonne rivaleggiano, in tema di donne e lavoro, con il collaudato binomio maschile e bocconiano, Alberto Alesina- Luigi Zingales.

      «L’ingresso di 100 mila donne sul mercato del lavoro – è una delle simulazioni che presentano all’assemblea della Cgil – si tradurrebbe in un aumento del Pil dello 0,28% e con questo maggior valore si potrebbe finanziare quasi un terzo della spesa per la famiglia che in Italia, fanalino di coda d’Europa, raggiunge a stento l’1%». È solo un esempio, precisano, «aumentando i numeri dovrebbe essere valutato l’impatto sugli assetti produttivi. Ma quello che è certo – ribadiscono susseguendosi al microfono è il beneficio in termini di crescita». È poi è «necessario» che le competenze acquisite dalle donne siano «opportunamente allocate. Secondo il merito». Scroscio di applausi. «Impiegare al meglio le risorse umane già disponibili – è una delle conclusioni – è un incentivo, le risorse demotivate sono uno spreco per le imprese». L’assenza di donne in posizione di potere, insomma, è di per sè un disincentivo a farsi avanti («tanto non ce la farò mai») e una mancata crescita per l’azienda. Molti degli interventi che seguono, tra pensioni e patto di solidarietà tra generazioni, diritti e famiglia, flessibilità e tempo, precariato, alla fine tornano lì, al riconoscimento del «merito». Lo chiedono le lavoratrici, le giovani delegate, lo chiedono l’ architetto, l’ ingegnere, la ricercatrice del Cnr. Qualcuna chiede «la battaglia» per la meritocrazia. «C’è n’è un grande bisogno nel Paese – commenta Epifani – Ed è una falsa idea che il sindacato non guardi il merito: giustizia parità e merito per noi sono l’abc».