Donne 2- Le quote in politica, da offensive a necessarie

14/07/2003






lunedì 14.07.2003

Le quote in politica, da offensive a necessarie
Al Senato si discute un provvedimento del centrosinistra: candidati alle elezioni, non più del 70% dello stesso sesso

ROMA La lotta per essere di più e più importanti all’interno del contesto politico italiano, era già cominciata nel 1879, quando Anna Maria Mozzoni fondò una lega promotrice degli interessi femminili.
Più di un secolo dopo, la parità è ancora un miraggio. Nonostante si continui a discutere di provvedimenti che aiutino la causa femminile, si incorre soltanto nello smantellamento di alcuni organismi volti
a tutelarla, come la Commissione pari opportunità.
Nel febbraio di quest’anno è stata approvata la modifica all’articolo 51 della Costituzione, volta a garantire «con appositi provvedimenti» gli strumenti paritari per l’accesso di uomini e donne agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Tra il 1993 ed il 1995 furono introdotte le cosiddette «quote», con tre leggi elettorali (la 277/93,
la 91/93, e la 43/95), su proposta di Tina Anselmi, allora Presidente della Commissione Pari Opportunità. Le quote stabilivano l’alternanza fra uomini e donne nelle liste proporzionali per la Camera, ed un rapporto due a uno per le elezioni regionali e le amministrative. Il numero di donne elette con questo sistema è il più alto di sempre, il 13 per cento.
Queste norme vennero abrogate da una sentenza della Corte Costituzionale, la 422 del 1995, su ricorso di un uomo che ne denunciò l’anticostituzionalità «perché – sosteneva – riservare un terzo delle candidature alle donne significa discriminare i candidati di sesso maschile».
La politica delle quote aveva creato più di un malumore tra le donne della sinistra, che disprezzavano l’idea di doversi considerare «specie protetta». Ma a distanza di otto anni, a situazione immutata, molte politiche ci hanno ripensato.
La tutela della modifica dell’articolo 51 attende solo la creazione di provvedimenti elettorali ad hoc. Uno è già in discussione al Senato, ed è la proposta della senatrice della Margherita Cinzia Dato e di Giuliano Amato: in tutte le elezioni, dalle amministrative alle europee, non si deve superare il 70% di candidature di un sesso o dell’altro. Pena sanzioni pecuniarie.
«Il 50% non passerà mai – dice Cinzia Dato – bisogna abbattere gli ostacoli uno ad uno. Noi non andiamo a prefigurare il risultato, ma vogliamo dare la possibilità alle donne di candidarsi. È ora che in politica entrino anche le donne normali». Un’inclusione «forzata» ma «necessaria» spiega la senatrice, che si è dotata di un entourage trasversale, (il relatore è il senatore di Forza Italia, Lucio Malan), per far arrivare la legge dritta alla meta: l’approvazione in tempo utile per l’applicazione alle europee del 2004.
Tutte le donne di sinistra si sono incanalate verso una scelta legislativa. Franca Chiaromonte, deputata diessina, si ricorda di quando «facevo le barricate contro le quote», ma oggi «sono più tollerante». Fondatrice dell’associazione Emily in Italia, di cui è presidente che, sul modello delle Emily’s list americana e inglese, si
propone di sostenere, rafforzare e allargare la presenza femminile nelle istituzioni e di rendere le regole della selezione delle candidature più democratiche e trasparenti, sta cercando delle vie d’uscita alternative, «che portino le donne verso il 50%». Giovanna Melandri, deputata diessina è stata «prima per il no alle quote», e «adesso per il sì», perché secondo la deputata Ds «c’è bisogno di una forma di rappresentanza. E se prima pensavo che ci si potesse arrivare senza le quote, ora mi rendo conto che la fatica è davvero troppa».
Anche nel centrodestra, lo dimostra la trasversalità della proposta Dato-Amato, c’è voglia di rappresentanza femminile. Alessandra Mussolini, di An, ha più volte sostenuto che le quote le metterebbe agli uomini, per limitarli. Poi ci sono donne che si battono da anni per le quote, come la diessina Livia Turco, disposta «a tutto» per vedere salire l’integrazione delle donne nella politica italiana: «Le vorrei chiamare norme antidiscriminatorie – dice Livia Turco – ci vogliono strumenti adeguati per imporsi e poi bisogna fare tanto altro, innanzitutto valutare la nostra disponibilità nei confronti degli uomini».
Le Commissioni regionali stanno già lavorando alla modifica degli Statuti; nelle Marche la presidente Silvana Amati vanta «uno degli statuti più rosa d’Italia» e in Emilia Romagna è stato approvato quasi all’unanimità un emendamento che prevede una presenza «in misura paritaria» di donne e uomini nelle liste elettorali, in attesa della legge elettorale. Per la coordinatrice delle donne diessine, Barbara Pollastrini, «le quote devono diventare delle regole democratiche per
tutti». Per lei «è grazie alla decisione interna al partito dei Ds, l’alternanza nel proporzionale, che la percentuale delle donne è del 9,8%, se no sarebbe stata molto più bassa. Bisogna assolutamente fare qualcosa».

c.pe.