Donne 1- Che fatica essere donna in Italia

14/07/2003






lunedì 14.07.2003

Che fatica essere donna in Italia
Contano poco, guadagnano meno e non sono rappresentate. Secondo l’Onu si sta meglio in Africa

Caterina Perniconi

ROMA «Molto meglio essere botswanese che italiana», ha scritto in questi giorni il quotidiano francese Le Figaro. L’espressione non è dettata dallo sciovinismo d’oltralpe, ma da una crisi della partecipazione della donna italiana nei settori chiave della vita sociale.
Nel rapporto «Gem» (Gender empowerment measure), l’indice del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) che misura l’inserimento femminile delle donne nella società, l’Italia figura al trentaduesimo posto. Meglio piazzate sono anche Barbados, Costa
Rica, Namibia e, appunto, il Botswana. Un campanello d’allarme per le
donne italiane, che quest’anno hanno conquistato la modifica dell’articolo 51 della Costituzione, che promuove «con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini», ma mantengono
un primato in negativo sulle percentuali dei seggi occupati in Parlamento, sulla suddivisione degli incarichi e sulla differenza delle retribuzioni.
Il rapporto dell’Onu, però, fa notare come nell’indice dell’emancipazione
l’Italia sia al ventunesimo posto, un piazzamento non molto alto ma migliore di quello dei paesi africani. La donna italiana, quindi, è più libera, ma partecipa di meno alla vita attiva. Anche se la paritaria partecipazione delle donne alla vita politica ed economica del paese è una condizione necessaria affinché gli interessi del sesso femminile vengano presi in considerazione.
Le donne costituiscono almeno la metà dell’elettorato in quasi tutti i paesi, (più del 52% in Italia), ma continuano ad essere seriamente sottorappresentate come candidate a cariche politiche.
In Italia la rappresentanza politica delle donne ha dovuto percorrere
sentieri impervi. Dalla conquista del voto, nel 1945, fino alla modifica
dell’articolo 51, nel 2003, si è sempre proceduto a piccoli passi. La percentuale di donne elette in Parlamento non ha mai superato il 13%. Oggi è al 9,8%, e occupa il penultimo posto nelle assemblee parlamentari dell’Unione Europea, guidate dalla Svezia con il 42,7%. Laddove le donne vanno a ricoprire posizioni di responsabilità all’interno delle amministrazioni, il loro ruolo è generalmente confinato ai servizi alla persona, in particolare di quelli educativi e socio-assistenziali, piuttosto che, per esempio, agli interventi nell’ambito del territorio e delle infrastrutture o dello sviluppo economico.
Nella rosa del governo italiano, su 23 ministri solo 2 sono donne.
Letizia Moratti, ministro della pubblica istruzione, e Stefania Prestigiacomo, titolare del dicastero delle Pari Opportunità. A Montecitorio, la situazione migliora di poco: di 617 deputati 71 sono donne. Mentre a Palazzo Madama le senatrici sono 25, sul totale di 321. Il partito più rosa è quello dei Ds, con 33 donne sedute in Parlamento
e 8 in Senato. «È colpa di un moderatismo antico l’interesse degli
uomini a considerare le donne sentinelle della conservazione – dice
la coordinatrice delle donne diessine Barbara Pollastrini – oggi c’è bisogno di nuovi traguardi ideologici programmatici».
I tradizionali modelli organizzativi dei partiti e delle strutture politiche continuano a costituire una barriera alla partecipazione delle donne
alla vita pubblica. Che possono essere scoraggiate da comportamenti
e pratiche discriminatorie, responsabilità familiari e materne, o dall’alto costo necessario per la campagna elettorale e l’esercizio di funzioni politiche. Ma anche economiche.
Alla Fondazione Marisa Bellisario, centro d’attività di studio, ricerca
e consulenza che ha tra i campi d’intervento privilegiati il settore della condizione femminile, spiegano che «la percentuale di dirigenti d’impresa donne non riesce a raggiungere il 5% nel nostro paese, sebbene le ragazze che si laureano, e con risultati più brillanti dei maschi, sono in crescita esponenziale». E poi, quando riescono a sfondare e a guadagnarsi il loro stipendio, si trovano di fronte ad una diseguaglianza di retribuzioni.
Le lavoratrici italiane guadagnano dal dieci al trenta per cento in meno dei lavoratori, perché i mestieri destinati alle donne sono quelli a basso reddito, meno qualificati, o i parttime. Oppure vengono «confinate» nelle professioni considerate appannaggio delle donne, come dimostra una ricerca Unioncamere. Le professioni «in rosa» sono quelle che vanno dall’insegnamento alla moda, dalla sanità e i servizi alla persona fino alle
imprese. Sempre più donne saranno impiegate come infermieri
(44% delle donne contro il 2% degli uomini), altre saranno fisioterapiste
o biologhe. Le regioni che richiedono maggior impiego femminile
sono nell’ordine il Trentino Alto Adige, l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Toscana. Le peggiori condizioni si riscontrano invece in Molise, Calabria, Basilicata e Puglia.
Nell’indagine annuale sui fabbisogni dell’occupazione si scopre inoltre che per ogni 100 nuovi posti di lavoro, la quota di assunzioni femminili prevista è del 20,3%, contro il 43,7% degli uomini. Cifre che non aiutano a staccarsi l’etichetta delle «meno occupate d’Europa», anche a causa dei disservizi di assistenza per i figli e gli anziani in cui inevitabilmente le donne lavoratrici incorrono, e che non fanno pensare ad un futuro «in rosa».