Domenica maledetta domenica l´extra sul festivo lavorato è una babele

01/12/2010


Diritti e doveri, i mondi lontani di commessi e proprietari
Gli orari dei negozi


«la domenica e i giorni festivi non ho mai aperto. Lavoro 6 giorni su 7, dalle 6 alle 20, con una sola dipendente. A fine settimana sono stanchissimo». Pochi passi più avanti: «Negli anni ´50 di domenica si lavorava, poi tutto è cambiato in nome dei "diritti". Bisogna capire che prima vengono i doveri e poi i diritti». Michele Surace e Alfredo Cozzi sono due negozianti di Borgo San Frediano. Il primo è il proprietario del bar Sant´Onofrio, il secondo ha lasciato il negozio di dolciumi Dolce Emporio alla figlia, «che però studia, così io e mia moglie la aiutiamo». Fisicamente sono distanti pochi metri, ideologicamente anni luce. Surace è d´accordo con la sua barista Rita, che ride all´idea di venire di domenica senza la maggiorazione del 30%, come proposto ieri da Confesercenti. Cozzi sostiene che ormai la domenica è un giorno come un altro, ce l´ha con i colleghi che restano chiusi «perché la gente non è invogliata a venire» e pensa che dovrebbero imparare dagli immigrati, «che sono sempre aperti».
Tra i due estremi, nel mondo del commercio e del turismo c´è un arcobaleno di pareri e di contratti di lavoro: «La domenica facciamo i turni, chiudiamo solo cinque giorni all´anno» spiega Simone Vertucci, della libreria Edison di piazza della Repubblica, «Se tolgono o tagliano la maggiorazione? Qui scoppia il finimondo, ma nei negozi piccoli no». E non solo lì: «Fino a qualche anno fa l´extra per i festivi c´era, poi è scomparso», racconta una commessa di una catena di calzature, «ora abbiamo tutte dei contratti diversi, ma almeno il lavoro c´è». Dalla sede centrale rispondono risentiti: «Gli extra ci sono e l´accordo nazionale è rispettato, forse chi parla non sa leggere le buste paga. Abbiamo contratti di inserimento, di apprendistato, a tempo determinato. Certo, la domenica si lavora, ma si viene pagati per quello che spetta». Anche in altri gruppi, come Coin, dai contratti senza festivi lavorativi si è passati a quelli che li prevedono tutti: «Alle 52 domeniche si sono aggiunte altre feste come il 1° Maggio. Ora si parla di Santo Stefano», ricordano i sindacati. Mentre Zara ha chiesto la disponibilità a lavorare per il 26 dicembre, e solo 4 commesse su 30 hanno accettato.
«Togliere l´extra per i festivi sarebbe anacronistico», ammette Claudio Catalani, proprietario delle Giubbe Rosse, «però in quei giorni i turisti aumentano, i nostri camerieri lavorano». I bar del centro sono sempre aperti nel week-end. In gran parte prendono giovani per il sabato e la domenica. «Prima erano universitari, ora persone che hanno necessità», spiega Barbara Orlandi, della Filcams Cgil, «sperano col tempo di passare a lavorare 5 giorni su 7, ma è una speranza vana».
«Il problema principale non è l´extra domenicale, ma la maggiore flessibilità», sostiene Massimo Pezzano, proprietario dell´hotel Atheneum e tra i sostenitori della linea di Confesercenti. «A me il contratto a chiamata non basta, ho bisogno di un rapporto più continuativo. Per esempio, vorrei un lavoratore per 1200 ore all´anno, che chiamo per tre giorni alla settimana sotto Natale, in estate, o quando ho bisogno. Si fa crescere l´occupazione». Alla reception, però, la pensano diversamente: «La precarietà e le feste devono essere pagate di più, perché sono sacrifici. Mentre la domenica noi lavoriamo, il resto del mondo si ferma. E i bambini? Chi è solo o ha il partner che lavora, deve pagare una baby sitter. Che nel week-end costa di più».