Domande per Tiziano Treu

07/03/2005

    sabato 5 marzo 2005

    Pagina 13

    LAVORO
    Domande per Tiziano Treu
    C’era una volta il «Pacchetto Treu». Poi è arrivata la devastante legge 30 (che l’Ulivo deve abolire) e sono proliferate leggi in materia di lavoro con l’ottica di una parte sola: quella padronale, senza alcuna attenzione per la difesa del welfare

      ENRICO PUGLIESE

        Sabato scorso è comparso su Il Riformista un articolo di Tiziano Treu che presenta un quadro preoccupante della quantità e della qualità dell’occupazione, ma anche sul rapporto tra occupazione e crescita, notevolmente rallentata. Sulle caratteristiche della nuova occupazione Treu evidenzia come la precarietà sul piano del lavoro si sia progressivamente tradotta in una condizione di crescente precarietà esistenziale per le giovani generazioni. L’articolo merita di essere letto con attenzione per la dettagliata documentazione scientifica e per l’autorevolezza della fonte: Treu da ministro ha legato il suo nome a un insieme di misure – il «Pacchetto Treu» – riguardanti la regolazione del mercato del lavoro italiano volte a incrementare la flessibilità. Un insieme di interventi – rispetto ai quali siamo stati critici – che però sono ben lontani da quella devastazione dei diritti dei lavoratori e di riduzione delle garanzie che compongono la legge 30 i cui effetti si stanno appena cominciando a vedere. Ma sono già evidenti da tempo gli effetti dell’umore politico e padronale che l’ha prodotta. Come ha scritto Luciano Gallino uno dei principali aspetti negativi è che essa – nella pletora dei rapporti iniqui e precari che la compongono – non fa altro che fotografare l’esistente.

          Circola tuttavia una sorta di ottimismo governativo rispetto alla situazione del mercato del lavoro. Una massiccia dote di questo ottimismo è presentata anche da Il Riformista in un articolo di Natale Forlani apparso anch’esso la settimana scorsa con la promessa di «sfatare i luoghi comuni». Tramite questo autore Il Riformista ci spiega che «l’aumento della flessibilità (nell’ambito del rapporto di lavoro e dei rapporti di lavoro) ha reso possibile migliori alternative per le imprese e non ha determinato l’aumento della precarietà tout court. In interi settori l’immigrazione sta risolvendo problemi di carenza di manodopera che non è solo il risultato di una insufficiente offerta di lavoro, ma sovente scaturisce dall’indisponibilità delle giovani generazioni a svolgere mansioni considerate a torto o a ragione disagiate». Dopo aver garantito il ruolo degli immigrati nello spiegare i brillanti occupazionali (ma Treu spiega che il loro contributo all’occupazione non è ancora statisticamente definibile) e dopo aver vantato incrementi occupazionali (che come ha notato Treu nell’ultimo anno forse non ci sono più) Forlani attribuisce al «Pacchetto Treu» il merito delle magnifiche sorti della situazione attuale, nella quale spiccherebbe il ruolo positivo dei cococo. «Con Treu il tasso di occupazione è salito dal 51% al 53%» titolava Il riformista.

            La verità è che nell’ultimissimo periodo le cose sembrano essere seriamente peggiorate oltre che sul fronte dell’economia e su quello della qualità del lavoro – anche sui livelli occupazionali. Fino a qualche mese addietro si poteva dire che l’occupazione è aumentata significativamente nell’ultimo decennio, ma ne è peggiorata la qualità. Ora sembra essere vera solo questa seconda parte dell’osservazione. Ma vediamo un po’ come stanno le cose in realtà. Per farlo conviene nel distinguere – come per altro suggerisce lo stesso Treu – tra i fenomeni registrati nello scorso decennio e quelli emersi nel periodo recentissimo, cioè dopo il 2004. Secondo l’Istat – che ha cambiato lo scorso anno i criteri di rilevazione ma i risultati sono gli stessi con entrambi i criteri – dal 1994 al 2003 gli occupati aumentano di circa 2 milioni di unità, le forze di lavoro aumentano di un milione e mezzo, il tasso di attività aumenta, mentre la riduzione del tasso di disoccupazione risulta ancora più forte. E di questo abbiamo già parlato su «il manifesto» qualche mese fa.

              Forse c’è da aggiungere che questo processo ha avuto luogo sistematicamente in un periodo che comprende l’epoca del primo governo Berlusconi, l’intero periodo del centro sinistra e due anni e mezzo del secondo governo Berlusconi. In tutto il periodo abbiamo avuto inequivocabilmente aumenti di occupazione e di presenza, anche femminile, nel mercato del lavoro. D’altronde non poteva essere diversamente: la ripresa occupazionale (in particolare della `cattiva occupazione’) e la riduzione della disoccupazione (senza uscita dal mercato del lavoro) è stato nel decennio scorso un fenomeno che ha riguardato tutti i paesi europei.

                Cosa sia successo esattamente nel 2004 è difficile da valutare data la modificazione dei criteri di rilevazione. Effettivamente si può notare in quell’anno una inversione di tendenza che non è da attribuire ai criteri di rilevazione Secondo l’Istat – e dunque non secondo me, anche se sono d’accordo – ancora fino ad oggi non ci sarebbe neanche una significativa inversione del trend: il numero degli occupati si manterrebbe stabile e il numero dei disoccupati diminuirebbe anche nel Mezzogiorno dove tuttavia si registrerebbe solo una modesta riduzione delle forze di lavoro (in particolare quelle femminili). E’ molto probabile che qualcuno, (anzi qualcuna, perché il problema riguarda soprattutto le donne) abbia ripreso ad uscire nuovamente dal mercato del lavoro per disperazione, ed è anche possibile che questa tendenza sarà confermata in futuro. Ed è su questo rinnovata fuoriuscita dalle donne dal mercato del lavoro che ha richiamato giustamente l’attenzione Chiara Saraceno in articolo su La Stampa di qualche settimana addietro, ponendo l’accento sul come le difficoltà economiche si riflettano sulle componenti più svantaggiate del mercato del lavoro: le donne meridionali.

                  Restano invece solidi e veri i «luoghi comuni» de Il Riformista, cioè la cattiva occupazione e la modesta crescita economica. Tra gli anni 90 e l’inizio del secolo si è passati dalla la crescita senza occupazione al fenomeno opposto: crescita occupazionale senza sviluppo. Vedremo come andrà in futuro, ma il quadro presentato da Treu non sembra confortante. «L’andamento positivo dell’occupazione – scrive – si è registrato a fronte di un trend decrescente della crescita economica. La dipendenza dell’aumento occupazionale della crescita economica è meno stretta che nei decenni precedenti; questa novità si spiega largamente con la terziarizzazione della nostra economia. Ma la tesi non va forzata oltre un certo punto: la dinamica della crescita occupazionale è andata rallentando negli ultimi anni in maniera preoccupante»

                    Le parole di Treu sono efficaci nel presentare il quadro dei lavoratori precari svantaggiati sul piano dell’occupazione e del welfare. E sicuramente possiamo leggere con soddisfazione le sue annotazioni e la sottolineatura della urgenza di riformare – immaginiamo estendendo le garanzie ai precari – gli ammortizzatori sociali. Non comprendiamo invece cosa voglia dire «andare oltre le polemiche sulla legge 30/2003 e su quali parti abrogare». Speriamo che nell’Ulivo non ci siano dubbi sul fatto che essa vada superata del tutto e soprattutto che si inverta quella tendenza a «legiferare in materia di lavoro con l’ottica di una parte sola»: quella padronale. L’espressione tra virgolette è di un giurista del lavoro, Francesco Liso, non di certo un estremista.

                      Ma a Tiziano Treu ci permettiamo di chiedere ancora di più. Ci permettiamo di chiedere se non è possibile superare un’ottica che – portata a conseguenze parossistiche dal governo Berlusconi era già presente nell’impostazione del centrosinistra e nel pacchetto Treu – fonda l’intervento in primo luogo sulla esigenza di flessibilità e sulle condizioni dell’offerta di lavoro. A parte la questione della mancanza di una politica di sviluppo soprattutto per le regioni del Mezzogiorno come effettivo contrasto alla disoccupazione nelle regioni dove è più grave – ma non è di questo che lo invitiamo a discutere – vorremmo sapere come fare in modo che «i contratti temporanei si susseguano a carico degli stessi soggetti per lunghi periodi»? E’ compatibile un qualcosa del genere con l’impianto della legge 30? Perché poi si è legiferato introducendo forme nuove di rapporto – in qualche caso necessarie – senza intervenire sulle implicazioni in termini di welfare? Non crede Treu che si sia andati troppo oltre, anche prima della legge 30, nell’utilizzare in modo improprio ed eccessivo il suo «Pacchetto»?